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Buona Morte S.p.A.
di Guido Pagliarino
Torino era quasi deserta:
pochi taxi anni '50, alcuni antichi tram, qualche rara auto privata - primissime 600,
vecchie Giulietta, un Maggiolino... -, veicoli prelevati per l'occasione dai musei
dell'automobile; e rare persone in abiti di quel decennio: guai a uscire stasera in vesti
moderne: multe enormi! Quanto poi a girare con un'auto contemporanea, mai e poi mai:
addirittura la confisca della macchina!
L'ordinanza di ricreare per dodici ore
in tutto il Paese, e di notte! l'atmosfera di quei lontani anni del secolo scorso pareva,
a dir poco, stramba; e che dire, poi, di quelle strade quasi buie, dell'ordine tassativo
d'accendere soltanto i pochi, superstiti fanali di quell'epoca? Come se non fosse stata
già abbastanza da incubo la normale atmosfera di questo nostro mondo del 2020! Anni di
servaggio, ormai, sotto le nove famiglie e i loro scherani. L'Orwell, per certi aspetti,
era stato profeta: c'era voluto soltanto un poco più di tempo.
Ma i più, dopotutto, avevano avuto
proprio quanto si meritavano, per aver abboccato all'esca - vita facile, diritti senza
doveri - che quei birbanti avevano calato coi loro media. Così, mentre la gente
s'inebetiva nel piacere, le nove famiglie avevano prima conquistato il monopolio
dell'informazione distruggendo il libero scambio delle idee, poi reso fantoccio il
Parlamento, eliminato il mercato di concorrenza e creato un oligopolio che avevano avuto
la sfacciataggine di denominare Stato Etico.
* * *
Camminavo per le vie, a caso; e,
improvvisamente, mi chiesi perché mai fossi uscito: il vagolare di quei pochi vecchi
mezzi di trasporto non era affatto uno spettacolo interessante; anzi, in tutto quel buio
provavo un senso d'oppressione. Avrei forse fatto meglio a rimanere anch'io tappato in
casa, come quasi tutti, a guardare lo spettacolo alla tele: almeno, quelli là erano
autorizzati a usare i fari delle loro unità mobili di ripresa, e sul cubo olografico
avrei visto chiaramente. Tuttavia, avrei pure dovuto sorbirmi la pubblicità subliminale
dei prodotti dell'oligopolio: ecco perché avevo preferito uscire. Altre possibilità non
c'erano, l'ordinanza parlava chiaro: era obbligatorio stendere e spedire una dettagliata
relazione su quello spettacolo, pena salatissime multe!
All'improvviso, un'ansiosa domanda mi
scoccò nella mente: con quali abiti ero uscito? Abbassai la testa per guardarmi: non
c'era forse il rischio d'essere multato? Purtroppo, la mia attenzione non era più quella
d'una volta: avevo preso la porta senza nemmeno pensare ch'era comandato, per quella
notte, d'abbigliarsi alla moda degli anni '50!
Ma, sùbito, mi tranquillizzai:
indossavo i miei soliti pantaloni larghi e comodi, come piacciono a me, e non quei tubi
stretti che sono ormai d'uso generale; e anche il maglione e la camicia erano adatti, no?
Ero in linea, senz'averlo voluto, con la moda dell'altro secolo. Da gran tempo non vestivo
più moderno: come avrei potuto permettermi abiti nuovi coi quattro soldi che, quale
insegnante di Lettere in pensione, mi passava lo Stato Etico?
Ma stasera era stato meglio così: non
avrei avuto multe. Mi sentii rassicurato; ma solo per un attimo: ero vestito leggero, al
massimo come in primavera inoltrata! L'ordinanza diceva invece chiaramente: Nella notte
dal 5 al 6 marzo sono autorizzati a circolare solo i cittadini che indossino abiti nella
foggia degli anni '50 del XX secolo, tenuta invernale, cappotto compreso.
Avrebbero potuto punirmi, dunque, senza
cappotto! Peggio, cominciavo a soffrire il freddo; e dire che in casa ne avevo uno, un
vecchio bellissimo doppiopetto degli anni '50, di lana di cammello! L'unica era rientrare
sùbito in casa, prima di finire congelato, o d'essere sorpreso da un poliziotto. Sì,
facile dire sùbito! Ero ormai a chilometri dalla mia abitazione. Prendere un tram? Chi sa
quando ne sarebbe passato uno; ce n'erano troppo pochi in giro, quella notte: mezzi di
vecchia forma, superstiti vetture cavate dalle rimesse e ritinte nel color verde dei mezzi
pubblici d'un tempo.
Ma non avrebbero potuto far circolare
anche quelle moderne?! Via, bastava ridipingerle di verde! Chi se la ricordava, a parte
noi pochi anziani, la forma di quegli antichi tram anni '50? Invece no, perfetta
verosimiglianza e pochissimi mezzi in giro! E poi, volevi proprio che non viaggiasse su
ogni vettura almeno un poliziotto, pronto a dar multe a chi non avesse il cappotto, e
nella giusta foggia?
Ah! L'avevano studiata molto bene, altro
che! Pubblicità subliminale alla televisione-internet, multe enormi a chi non spedisse la
relazione, ammende salatissime a chi stasera non girasse vestito secondo il bando, e la
confisca per chi guidasse un'auto moderna: alle nove famiglie non bastava più di avere il
monopolio economico. Anche quest'altra s'erano inventata, per cavare più soldi alla
gente!
Un momento... i taxi! Ecco come sarei
tornato a casa. Proprio a pochi passi, ai giardini La Marmora, c'era un parcheggio.
Accelerai il passo, per quanto l'età mi consentiva.
Trovai una sola auto pubblica in attesa,
dipinta come negli anni '50 in verde e nero: un'antica Appia.
Feci per salire.
"No, senza cappotto non si
monta", mi bloccò l'autista, un uomo sulla trentina dal viso lungo, per quanto
potevo intravedere di lui in quel semibuio: "e ringrazi che non la denuncio alla
Polizia col radiotaxi!".
Credeva d'intimorirmi? E invece
m'irritai: "A quei tempi avevo pochissimi anni, ma ricordo come se fosse oggi, che
nei '50 i radiotaxi non c'erano: per la sua trasmittente potrei denunciarla io, se non
avessi compassione, e forse che, allora, era obbligatorio uscire col cappotto? Uno non
poteva godersi il freddo, se lo voleva?".
Mi fece un sorrisetto: "Ma non lo
sa che c'è un precisa ordinanza?!".
"E lei lo sa quante persone, negli
anni '50, uscivano in pieno inverno senza cappotto o, al più, con uno spolverino in
plastica turchina da quattro soldi che, vanamente, cercava di nascondere la loro miseria?
Sa quanta gente in giro così, nel gelo?". Avrei voluto aggiungere: "Sì, caro
signore, perché erano anni in cui la popolazione era ancora, in gran parte, povera; così
come oggi lo siamo noi anziani: noi, i pensionati improduttivi! Allora, però, c'era
qualcosa d'impagabile: bene o male, c'era il libero mercato delle idee!"; ma mi
trattenni, perché sarebbe stato un reato punibile con l'eutanasia.
"Nessun problema, nonno: lei ha
proprio toccato il tasto giusto. Siamo convenzionati con la pubblica amministrazione, e
sono personalmente autorizzato a risolvere casi come questo".
Prese con la destra, dal sedile di
fianco, proprio uno degli spolverini di cui avevo detto, perfettamente imitato, e mi tese
l'altra mano aperta a conca, chiedendomi a compenso un prezzo grande: se avessi comprato,
difficilmente sarei poi riuscito a mantenermi per tutto il mese. Eppure, dovetti
accettare: la multa prevista per chi fosse stato scoperto senza cappotto era infatti
talmente alta da superare l'intera mia rendita mensile; e poi avevo freddo, davvero troppo
freddo.
Realizzato che non avrei potuto pagarmi
anche il taxi, indossai lo spolverino e mi congedai. Sarei tornato a piedi.
* * *
Già, ma... dove abitavo?
Improvvisamente, non me lo rammentavo più. Frugai nelle tasche: nessun documento. Un
momento, avrei potuto cercare su di una guida telefonica. Sì ma... come mi chiamavo?!
Nemmeno il mio nome ricordavo più! Rimasi lì non so per quanto, piantato a pochi metri
dall'auto pubblica, lo sguardo basso. Non potevo chiedere aiuto a nessuno: se si fosse
scoperto che avevo vuoti di memoria, lo Stato Etico m'avrebbe immediatamente indirizzato
all'eutanasia, per malattia mentale!
Come se non fosse bastata la paura,
sentii più pungente il freddo, nonostante lo spolverino che avevo indossato: per terra si
vedeva il ghiaccio; eravamo sotto zero. Poiché il tassista continuava a fissarmi con uno
sguardo sempre più indagatore, finalmente mi scossi e presi, a caso, per l'adiacente via
Bertola, verso via Affari - l'antica via San Francesco d'Assisi - ; e mi augurai
disperatamente che, per puro caso, la mia casa fosse proprio in quella direzione.
Avevo fatto forse un centinaio di metri
che, all'improvviso, quasi all'angolo con via Affari mi superò un mio vecchio compagno di
scuola. Non l'avevo notato sopraggiungere; anzi, mi sembrò quasi che fosse apparso dal
nulla dietro alle mie spalle. Aveva una gran borsa sportiva a tracolla ed era infilato in
una larga tuta da ginnastica stile anni '50, coperta da un montgomery di quei tempi.
Lo riconobbi sùbito sebbene,
incredibilmente, non dimostrasse più di quarant'anni.
"Mario! Mario! Ma non mi
riconosci?", lo chiamai.
Si voltò senza arrestarsi, solo
rallentando un poco: "Sì, ti riconosco", fece, senza entusiasmo: "sei...
Giulio? No, forse... Gino? Beh, insomma, a scuola ci si chiamava per cognome".
"Ma almeno quello lo ricordi,
no?", feci con rinata speranza.
"Sì, ti chiami Rossi".
Rossi?! riflettei delusissimo: con un
cognome così comune e senza sapere il mio nome, inutile cercare su di una guida!
Centinaia di persone.
"Ma fermati un momento, no?",
lo invitai con voce rotta.
Di mala voglia, s'arrestò: "Uh,
come sei invecchiato!", mi disse per tutto complimento.
"Il tempo non risparmia
nessuno".
"Me, sì!".
"Hai fatto un patto col
diavolo?", riuscii a scherzare.
"Con la Società delle Palestre. Va
beh, te lo confido! ci vendono in più un prodotto che ringiovanisce e guarisce tutti i
mali, le pillole di feto umano rinvigorente.
"Cosa?!".
"Vieni con me, se vuoi. La sede è
qui dietro; ma il preparato costa carissimo, t'avverto". Distorse la bocca in un
ghigno pomposo, socchiudendo gli occhi e levando in alto il mento; poi scosse, appena
appena, la testa: "Tu puoi permettertelo?".
Non risposi: ecco cosa ne facevano, dei
feti degli aborti! Ma pensando che Mario potesse conoscere il mio indirizzo, mi avviai con
lui nel buio. L'ansia mi rallentava il respiro. Con non molta speranza, dopo un mezzo
minuto gli chiesi:
"Perché non mi vieni a trovare,
una buona volta? Lo sai dove abito, no?".
"No che non lo so; e poi,
figuriamoci se ho proprio il tempo di venire a trovare te!".
Deglutii. Stavamo attraversando via
Pietro Micca, anch'essa quasi buia: "Facciamo attenzione: qua, se ci attaccano i
ladri, la va male!", esclamai, tanto per mostrarmi indifferente al suo disprezzo.
"Me, non m'attacca nessuno".
E chi sarà mai? Ercole?
In quel mentre, una modernissima
macchina ci passò davanti: "Guida un'auto fuori ordinanza! Punitelo!", urlò
Mario.
Ah, traditore! "Potevi tralasciare,
no?".
"Come! Che sindaco sarei se non
facessi rispettare la legge?!".
Era lui il sindaco! Ah, la mia povera
memoria!
Attraversammo la vecchia via San
Tommaso, ora via Leasing. A poche decine di metri alla nostra sinistra, un grande
Oligomarket, che occupa da anni l'area di un'antichissima chiesa sconsacrata come tutte le
chiese, aveva, contro l'ordinanza, le insegne accese; ma, questa volta, il mio compagno se
ne stette ben zitto: che ne possedesse azioni?!
In silenzio, proseguimmo verso via XX
Settembre. L'ansia era montata e ormai quasi mi bloccava il respiro. Sentivo i polmoni
dolermi. L'ombra attorno mi sembrava divenuta ancora più oscura.
All'improvviso, non vidi più Mario: Ma
dov'è sparito? Forse in quel portone buio? Proprio allora, un cretino di ragazzone
sgusciò fuori dall'ombra e m'infilò qualcosa nella tasca dello spolverino. Sentii il mio
fianco destro bruciare. Razza d'incosciente! Era un fischione che eruttava scintille, uno
di quei razzi che i maleducati sparano a Capodanno turbando il sonno degli anziani come
me: "Il 31 dicembre è passato da un pezzo, villanzone!", non riuscii a
trattenermi, mentre afferravo con due dita l'ordigno e lo buttavo il più lontano
possibile.
"Cos'hai detto, vecchiaccio
lurido?".
"Uh!".
"Cos'hai detto, eh?", ripeté
più minaccioso, piantandomi gli occhi negli occhi e scoprendo i denti.
"Polizia, Polizia! Aiuto!".
Immediatamente, dal nero del vicino
portone sortì un poliziotto. Per la verità, aveva una divisa alquanto strana, che non
avevo mai visto prima; ma l'insegna sul berretto era sicuramente quella della Polizia.
Pensai che l'avesse chiamato Mario. Forse sì, ma non certo con lo scopo d'aiutarmi, come
presto compresi. Senza indugiare, l'agente mi puntò infatti la pistola: "Arrenditi!
Su le mani!".
"No, no, scusi: lui, non io!",
esclamai esterrefatto, alzando le braccia e indicando con la testa il giovinastro, che
intanto s'era messo alle sue spalle: "Attento, la vuole aggredire!".
"Silenzio!".
Su quell'intimazione, il teppista
arretrò, sparendo nell'ombra.
L'agente mi piantò la pistola al cuore.
"Ma...ma... c...cosa sta
succedendo?!", balbettai; poi scoppiai in lacrime.
"Ho detto silenzio, cialtrone! Sei
fuorilegge, hai scarpe contemporanee, non degli anni '50!". Mirò con cura al mio
petto.
"Ma cosa fa!", urlai
terrorizzato: "Non vorrà mica ammazzarmi?!".
Mi ghignò in faccia: "Ma non lo
sai che da pochi minuti l'ordinanza è cambiata?! Adesso c'è la pena di morte, da
eseguirsi sul posto". Mi sparò più volte; e un dolore acutissimo trapassò entrambi
i miei polmoni, lasciandomi senza fiato.
* * *
Sto agonizzando sull'asfalto, fra
sofferenze atroci, solo.
Che assurdità!
Quel poliziotto! Spararmi per le mie
scarpe! E quella ridicola divisa che aveva indosso...
Ah!
* * *
"Il paziente è deceduto: blocco
polmonare. Come al solito, cari allievi, è stata una buona morte, non ha sofferto",
sentenziò il primario del reparto eutanasia.
"Caposala, per oggi basta: avverta
sotto che, per domattina, ne mettano in lista solo due, perché alle nove ho lezione in
aula".
Sorridendo, il medico si volse di nuovo
ai praticanti: "Come dicevo, la Liberazione dei malati cronici è completamente
indolore. Anzi, secondo gli ideatori del procedimento, pare addirittura che il morente
goda di un ultimo, dolcissimo sogno".
© 1992 by Guido Pagliarino
GUIDO PAGLIARINO è
laureato in Economia e Commercio allUniversità di Torino, con particolare interesse
per la Storia delle Dottrine Economiche e Sociali e la Storia Economica; tesi di ricerca
sulla seconda, pubblicata a cura del relativo Istituto sulla rivista "Economia e
Storia" nel 1974. Pagliarino scrive o ha scritto, f ra laltro, su "Talento", "Controcampo",
"Spiritualità e Letteratura", "Vernice", "Penna d'Autore",
"Il Corriere di Roma", "Cultura e Società", "Le Muse",
mentre su "Future Shock" ha pubblicato i racconti Pianeta Affari (n.36), Gli
Eterni (n.37), I 200 pellegrini (n.46), Pianeta "Ideale"
(n.47), Coma (n.50) e i saggi Il peculiare gnosticismo di Dick in
"Cacciatore d'androidi"(n.47), La coercizione del potere anche in un
sistema anarchico (n.48), Robert Anson Heinlein: "Straniero in terra
straniera" (n.50) . Negli anni sono usciti suoi libri di poesia e narrativa,
mentre ha continuato a occuparsi di storia e, dal 1990, soprattutto di storia del
Cristianesimo.
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