FUTURE  SHOCK

 Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

 Anno XX - ottobre 2008 - n.52 (nuova serie)

La sintesi tra cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede […] Una fede che non è diventata cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta" (Papa Giovanni Paolo II, Congresso Nazionale del M.E.I.C., 16-1-1982)
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Future Shock n.52

Editoriale

Saggistica

Alla ricerca delle città perdute di Jean-Pierre Laigle

Innumerevoli binari-universi o un solo binario-universo? di Guido Pagliarino

Scientismo e statalismo: i due mali della scienza moderna di Guglielmo Piombini

I vari titoli originali, quando riguardano storie che non hanno avuto un'edizione italiana, sono seguiti, tra parentesi, dalla loro letterale traduzione in italiano, in modo da facilitarne la comprensione da parte dei lettori. I vari titoli originali, quando invece riguardano storie o film che hanno avuto un'edizione italiana, sono seguiti, sempre tra parentesi, da un numero cronologico che rimanda al corrispondente numero della bibliografia/filmografia italiana che completa il saggio, e nella quale, per le opere di narrativa, vengono riportate le prime edizioni italiane apparse in volume. La bibliografia/filmografia è curata dal traduttore italiano del saggio (NdT).

 

Alla ricerca

delle città perdute

                                                        di Jean-Pierre Laigle

 

La città e noi

Perché un tema sulle città perdute? E perché un tema sulle città ritrovate? Che importanza hanno, questi temi, per coloro che li rievocano nei loro scritti, nei loro fumetti e nei loro films? Quali nostalgie, quali timori e quali speranze tali temi producono in loro e nel loro pubblico? Le città perdute rappresentano una branca del tema delle civiltà scomparse. Queste ultime rappresentano a loro volta l'identificazione che la civiltà occidentale fa del modello greco della città, un modello che poi Roma ha amplificato conferendo ad essa la valenza di Stato, imponendola energicamente in tutto il suo impero e, da qui, in tutto il mondo. Questa identificazione è venuta alla ribalta con Crizia e Timeo, due opere nelle quali Platone ci presenta la capitale di Atlantide, uno degli apici del tema in questione. Certo, ancora non è sicuro se Atlantide è una solo favola oppure se è stata realtà, ma l'impressione penosa che se ne può trarre è che i concetti occidentali non si sono per nulla evoluti rispetto al IV secolo avanti Cristo.

Eccomi dunque ad esporre una panoramica dei testi di narrativa che hanno affrontato il tema delle Città e delle Civiltà Perdute.

I resti di Atlantide

Il francese Jules Verne ci propone una specie di riassunto delle conoscenze in materia nel suo romanzo Vingt Mille Lieues sous les Mers (1869-70)1. Ed ecco infatti che i passeggeri del Nautilus possono ammirare, da lontano, le rovine di una delle tante città sommerse di Atlantide. Il francese H. de Volta non fa nulla di meglio nel capitolo intitolato La Découverte de l'Atlantide (La Scoperta di Atlantide), che fa parte del testo L'Ile Merveilleuse - Miraculas (1921) (L'IsolaDelrey.jpg (21515 byte) Meravigliosa - Miraculas): vi viene descritto il sogno di un esploratore che si crede soccorso dai sopravvissuti di Atlantide e portato nella loro città sottomarina. In Viaje al Fondo del Océano (1931) (Viaggio sul Fondo dell'Oceano), Jésus de Aragon, spagnolo epigono, sotto lo pseudonimo di Capitan Sirius, di Jules Verne, fa della città di Atlantide il quartiere generale di un vecchio marinaio tedesco che ha dichiarato guerra alla Gran Bretagna; l'autore riferisce anche, in dettaglio, le circostanze che hanno portato allo sprofondamento dell'antica città. In The Temple (1925)2, dello statunitense H.P. Lovecraft, l'ultimo sopravvissuto di un sottomarino attraversa, in scafandro da palombaro, le rovine di una città sommersa, diretto verso un tempio dal quale provengono dei canti e della luce. Questa novella suggerisce la sopravvivenza di una abominazione ed è apprezzabile soprattutto per l'atmosfera orrorifica che la pervade.

E' merito del francese André Laurie, un altro imitatore di Jules Verne, avere impresso, al tema qui in esame, una svolta decisiva: è ciò che ha fatto con Atlantis (1895)3, una storia nella quale un naufrago è soccorso dagli abitanti di una città sottomarina. Poiché Atlantide è sprofondata lentamente, i suoi abitanti hanno però avuto il tempo di costruirsi un ricovero a tenuta stagna. L'idea fece scuola, ma per l'autore si trattava di una colonia greca.

Poiché il romanzo fu tradotto sia in Gran Bretagna che negli USA, è probabile che quest'ultima storia abbia ispirato lo statunitense Stanton A. Coblentz per il suo The Sunken World (1928) (Il Mondo Sommerso), nel quale l'equipaggio di un sottomarino scopre una immensa cupola che circonda diciotto città, abitate da circa mezzo milione di persone. Veniamo così a sapere che, tremila anni prima, un gruppo di Atlantiadi provocò volontariamente l'affondamento dell'isola nella quale si trovava la loro capitale. I sopravvissuti parlano una lingua in qualche modo simile a quella greca, e la loro società sembra incarnare l'ideale ellenico, per quanto sfruttino una tecnologia che consente loro di sfruttare l'energia atomica per scopi pacifici. L'autore centra la sua storia sulla descrizione di una civiltà che ha risolto tutti i suoi problemi e che si oppone allo stile di vita americano basato sul denaro. Le cose si complicano quando le pareti translucide della cupola cominciano a fessurarsi. Una decisione viene messa ai voti, ed il risultato è che la maggioranza della popolazione della cupola sottomarina rifiuta di trasferirsi in superficie. I membri dell'equipaggio del sottomarino partono in cerca di soccorso, ma al loro ritorno gli abissi hanno tutto sommerso.

L'Atlantide di Conan Doyle

Più dettagliate nello svolgimento della trama, e quindi più digeribili nella lettura, sono due novelle dell'inglese Arthur Conan Doyle, The Maracot Deep (1927-28)4 e The Lord of the Dark Face (1929) (Il Signore dal Volto Nero), riunite sotto il titolo della prima delle due: si tratta di due storie assai note e che hanno esercitato una notevole influenza su questo aspetto del tema qui in esame. Le due storie raccontano le avventure nelle quali incorre una spedizione scientifica presso gli Atlantiadi stabilitisi sul fondo dell'oceano ormai da ottomila anni. La tecnologia di questi Atlantiadi, benché tecnologicamente avanzata, ancora permette lo schiavismo ed i sacrifici umani e, per quanto il professor Maracot, in extremis, salvi gli Atlantoidei dall'istigatore del cataclisma originale, l'autore non esprime visibilmente il proprio ideale.

Più originale e piacevole è L'Autre Atlantide (1930) (L'Altra Atlantide), che però pecca per la mancanza di rigore scientifico. Per il suo autore, Paul-Yves Sébillot, lo sprofondamento di Atlantide causò la morte dei suoi abitanti umani ma non quella delle sirene che vivevano al largo delle sue coste e che, così, ne raccolsero l'eredità. Poiché queste sirene sono tutte di sesso femminile, esse catturano e trattengono presso di loro tutti i maschi sui quali riescono a mettere le mani. Poiché la loro regina, Atlanta, ha messo gli occhi su un pimpante ufficiale, costui avrà le sue belle gatte da pelare per cercare di sottrarsi alle di lei premure.

L'italiano Emilio Valesko ritorna ad una concezione più classica del tema con il romanzo L'Atlantide Svelata (1954)5, e narra di come un sovrano di Atlantide si è rifugiato, assieme a duecento suoi compagni, sotto una cupola scavata nella roccia dell'ammasso che sprofondò nell'oceano. Il romanzo, purtroppo, è infarcito di lunghi e piatti dialoghi di tono pretenziosamente scientifico, in special modo quelli nei quali gli Atlantiadi espongono ai loro ospiti, prima di riportarli in superficie, le meraviglie della loro città funzionante ad energia atomica.

Meno didattico è il romanzo El Misterio del los Hombres-Peces (1955) (Il Mistero degli Uomini Pesce), dello spagnolo Antonio Ribera. In questo romanzo d'avventura senza pretese si suppone che, avendo previsto la catastrofe che li avrebbe colpiti, gli Atlantiadi costruirono una ciclopica città a tenuta stagna. Più tardi, i loro discendenti intraprendono la conquista dei vari continenti, con le loro imbarcazioni spinte dagli uomini-pesce, umani modificati trascinati in superficie. Essi finiscono così per provocare un principio di guerra tra gli USA e l'URSS, prima di essere essi stessi distrutti. Ovvia influenza del clima venutosi a creare con la Guerra Fredda tra le due super-potenze, l'URSS è sconfitta e, grandezza e decadenza, la regina degli Atlantiadi, unica sopravvissuta della sua gente, conclude la sua carriera in quel di Parigi come semplice madre di famiglia.

Nel romanzo Attack from Atlantis (1953)6, juvenile dello scrittore statunitense Lester del Rey, un diciassettenne, Don Miller, si imbarca sul sottomarino atomico Triton, progettato per una missione esplorativa nella fossa oceanica a nord di Porto Rico. Raggiunto il fondo, il sottomarino è catturato dagli abitanti di una città-cupola, discendenti degli antichi Atlantiadi, i quali cavalcano degli ittiosauri. Ma poiché la città-cupola è ormai condannata per mancanza di energia, il capo degli Atlantiadi, K'mith, decide di accettare l'aiuto degli scienziati terrestri, e quindi libera l'equipaggio del sottomarino, lasciando che esso risalga alla superficie in compagnia di un loro ambasciatore.

Ancora ad un pubblico di giovanissimi lettori è indirizzato il romanzo Opération Atlantide (1956) (Operazione Atlantide), del belga Henri Vernes. Due città-cupole, Aztlan e Ryleh, sono scoperte sul fondo del mar dei Carabi. Gli abitanti della prima delle due città credono che l'oceano abbia inghiottito i vari continenti; decadenti e ridendosi abbandonati dai loro dei, aprono le saracinesche e si sacrificano. Quelli della seconda città, invece, hanno smarrito la loro umanità, dopo che si sono trasformati per adattarsi a respirare nell'acqua. Essi riappariranno in un seguito, Les Spectres d'Atlantis (1971) (Gli Spettri di Atlantide).

Datato, e decisamente di serie B, è Warlord of Atlantis o Seven Cities to Atlantis7, diretto da Kevin Condor, film di nazionalità inglese il quale colleziona tutta una serie di banalità conducendoci nelle città che esistono sul fondo dell'oceano. E' decisamente preferibile L'Enigme de l'Atlantide (1955-56)8, uno degli ultimi capolavori sul tema, nonostante i suoi numerosi riferimenti ad altre opere sullo stesso tema, dovuto al disegnatore belga Edgar P. Jacobs. Non solo costui immagina una splendida città futuribile tra le caverne delle Azzorre, ma ci fa assistere alla sua invasione da parte di barbari e poi al suo sprofondamento. E, tra i primi, ci offre l'involo dei sopravvissuti verso un altro pianeta.

L'Atlantide (1919)9, del francese Pierre Benoit, è originale nel fare di Atlantide un'isola dell'antico mare che un tempo ricopriva il Sahara, ed ora divenuto la zona dell'Hoggar, là dove esiste una città sotterranea. Il tema della regina, Antinea, che colleziona amanti e che è la vendicatrice del sesso femminile da sempre schernito, ha affascinato intere generazioni di lettori nonostante il suo classicismo estremo e la sua mancanza di lirismo. Da questa storia sono stati tratti ben cinque films, uno dei quali è uno sceneggiato per la televisione, almeno un fumetto e due parodie.

Tarzan e il mito di Atlantide

E' sempre in Africa, ma nella giungla, che lo statunitense Edgar Rice Burroughs localizza le rovine di Opar, antico avamposto di Atlantide abitato da una razza degenerata le cui femmine sono splendide mentre i maschi hanno forme scimmiesche. E' nel romanzo The Return of Tarzan (1913)10 che l'autore ci presenta la grande sacerdotessa La, amorevole creatura però respinta dal figlio della giungla. Burroughs si sofferma sui rapporti tra Tarzan e La nel rburroughs.gif (32164 byte)omanzo Tarzan and the Jewels of Opar (1915)11, ma in due altri romanzi del ciclo la città non è nient'altro che il baule dal quale il Signore della Giungla attinge quanto necessario per il compimento delle sue buone azioni. Per fortuna, Opar è esaltata nel romanzo Tarzan on Mars (Tarzan di Marte), dello statunitense John Bloodstone, annunciato negli anni '50 ma poi vietato dagli eredi di E.R. Burroughs, anche se ne circolano edizioni pirata americane ed europee. Il romanzo inizia con il teletrasporto su Marte di La e della moglie di Tarzan, ciò che è reso possibile grazie al diadema della dea Issus. L'autore suggerisce che Atlantide fu una colonia marziana ma, in mancanza del seguito, così come era stato progettato, non ne potremo ormai sapere nulla di più.

Nella novella Moon of Skulls (1930)12, lo statunitense Robert E. Howard situa in Africa Negari, antica città di Atlantide governata da una regina crudele e nella quale sopravvive solo un individuo dell'antica razza. La città viene distrutta, un evento ben meritato, da un terremoto.

L'inglese E(velyn) Charles Vivian, nella storia City of Wonder (1922) (La Città delle Meraviglie), situa nell'isola di Borneo un'altra città dell'antica Atlantide; ma Kir-Asa è ormai decadente, ed i suoi abitanti si accontentano di sopravvivere grazie alle provviste accumulate dai loro antenati. A Cidade Perdida (1948) (La Città Perduta), del brasiliano Jeronimo Monteiro, racconta le avventure vissute da degli esploratori che si sono messi alla ricerca di una città amazzonica nella quale sopravviverebbe l'eredità Atlantoidea che civilizzò il mondo prima del cataclisma che la distrusse e che lo ricivilizzerà dopo che esso sarà crollato. Scritto poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo mistico interpreta lo sgomento di fronte alla follia umana e, al tempo stesso, la nostalgia del paradiso perduto.

Si ritrova un po' di tutto questo nel romanzo Le Monde Oublié (1954), nel quale il francese Jimmy Guieu ci descrive una valle dal clima temperato nella quale alcuni rifugiati dell'antica Atlantide hanno costruito una città. Poi, però, la loro vita si è trasformata in un vivacchiare, poiché sono dominati da una casta di sacerdoti che hanno monopolizzato l'antico sapere e la cui malevolenza provoca la distruzione del piccolo eden. Nel romanzo Letters from Atlantis (1990)13, lo scrittore statunitense Robert Silverberg ci fa conoscere, attraverso i due personaggi Roy e Lora, i quali compiono uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio, una società avanzatissima ma destinata alla distruzione. Nel romanzo spicca l'amicizia che si instaura tra Roy, il ragazzo proveniente dal futuro, e Ram, l'erede al trono di Atlantide.

In pieno mistero

Ci sarebbero molte altre storie da citare nelle quali si descrivono città Atlantoidee, Lemuriane, o di altre antiche civiltà, in quanto troppi scrittori ne hanno fatto la loro specialità. Possiamo citare l'inglese Henry Rider Haggard, conosciuto soprattutto per il suo romanzo She (1886-87)14, che ci descrive una città africana più antica dello stesso Egitto, una città governata da una regina crudele ed immortale. L'evocazione di Kor, i cui abitanti originali perirono a causa di una epidemia mentre quelli attuali utilizzano le loro mummie come torce, ha una sua propria possanza, nonostante lo stile datato della narrazione.

Non c'è da stupirsi che questa storia abbia prodotto una numerosa serie di varianti sul medesimo tema o su temi correlati, tra le quali molte di quelle citate in questo stesso saggio, nonché ben otto films più uno che tenta di proporsi come seguito alle tre storie scritte dall'Haggard. Il quale ha immaginato e descritto altre città perdute, ma la più impressionante è quella scoperta sotto un'isola in When the World Shook (1919)15. Costruita da un antico popolo che provocò il diluvio universale ben 250.000 anni fa, Nyo è rivisitata da due sopravvissuti resuscitati, uno dei quali scatenerà sul mondo una nuova catastrofe, senza però il sacrificio dell'altro.

Nello stesso stile, sotto lo pseudonimo di John Taine, il matematico Eric Temple Bell, scozzese di nascita ma statunitense di adozione, in The Purple Sapphire (1924)16 evoca una città distrutta, situata nel deserto di Gobi, nella quale vegetano i discendenti, degenerati, di una antica razza che sfidò le forze della natura. Gli esploratori che scoprono la città risvegliano strane macchine e provocano quella che sembra una specie di esplosione nucleare. In Telluro-City (1948) (La Città del Terremoto), un fumetto di Yves Mondet, gli occupanti di una batisfera si ritrovano in un mare sotterraneo, là dove giace una città metallica. Essa è abitata da degli uomini-robot (i cui antenati erano uomini di superficie) che hanno sconfitto il loro ultimo nemico, la ruggine. Ma un sisma distrugge tutto.

Vecchie conoscenze

Tra le civiltà meglio conosciute, preservate grazie alle opere di narrativa, possiamo citare Den underjordiske by (1926) (La Città Sotterranea), un romanzo nel quale un anonimo scrittore norvegese situa in Africa, nei pressi di un lago sotterraneo popolato di mostri, una città egiziana dominata da una piramide di metallo. I suoi abitanti conoscono l'elettricità ma stanno scomparendo sotto gli assalti di una razza di nani. Gli esploratori ristabiliscono la situazione, e promettono di ritornare. Uno spunto simile lo ritroviamo in La Cité sans Soleil (1927) (La Città Senza Sole), dello scrittore francese Albert Bonneau, ma in quest'opera gli egiziani non sono progrediti scientificamente dai tempi dell'antichità e si trovano in lotta con i loro schiavi di origine etiopica. Un sisma mette tutti d'accordo distruggendo le grotte nelle quali quel popolo vive, cancellando così tutte le tracce della loro esistenza.

I due testi appena citati sono del tutto senza pretese letterarie, in quanto mancano loro la documentazione ed il talento che l'italiano Guido Milanesi ha soffuso in Figlia del Re (1928)17, opera cugina de L'Atlantide di P. Benoit. Nel romanzo di Milanesi ecco che sottoterra sopravvivono i discendenti dell'ultimo faraone ed i loro sostenitori. Ogni cento anni, una principessa di rango reale compie un viaggio iniziatico fino in superficie, dopo di che essa sarà sacrificata. Ed è durante questo viaggio che essa trova l'amore, provocando quindi le ire del suo amante, il quale, per vendicarla, fa si che gli abitanti sotterranei siano preda della furia delle acque del Nilo. Può essere che questo romanzo, di notevole livello letterario, abbia ispirato La dernière Fille des Pharaons (1946) (L'Ultima Figlia dei Faraoni), juvenile del francese René Gilles nel quale la civiltà egiziana agonizza nelle grotte di Quercy e nella quale solo l'ultima regina sfugge al totale annientamento.

Infine, in un fotoromanzo senza pretese, L'Oasis de la Cité Morte (1950) (L'Oasi della Città Morta), un gruppo di inglesi arriva in una città sahariana nella quale si rifugiarono, verso l'anno 1300 avanti Cristo, gli ultimi adoratori del dio Aton. Protetti da un muro invisibile, gli abitanti della città sono governati da una regina che si innamora di uno degli stranieri. Gli abitanti della città si trasformano in polvere, mentre i nuovi venuti provocano la rivolta dei loro schiavi. Quest'opera senza pretese testimonia, con la sua sceneggiatura ed i costumi utilizzati, una stridente misconoscenza della civiltà egizia e del culto di Aton, anche se può risultare attraente per il suo carattere altamente kitsch. In Crocodilopolis (1954) (Coccodrillopoli), novella piuttosto grezza del francese Maurice Limat, è descritta una antica città situata in un'oasi della Nubia e la sua distruzione da parte delle acque del Nilo.

Anaitis, Fille de Carthage (1922) (Anaitis, Figlia di Cartagine), di Charles e Henri Omessa, assomiglia un po' ad una trasposizione meno talentuosa del romanzo di Guido Milanesi. Durante l'assedio di Cartagine, alcune famiglie ed i loro servi si rifugiarono nel sottosuolo, portando con loro il tesoro della città, e là si riprodussero e sopravvissero. Anaitis è l'ultima discendente di Didone, e, piuttosto che sottomettersi ai servi che la propaganda comunista ha indotto a sollevarsi, apre le paratie che proteggono la città dalla acque del Mediterraneo.

Ed è sotto il letto di quest'ultimo mare che il francese Leon Groc situa una colonia fenicia nel romanzo Deux Mille Ans sous le Mer (1924) (Duemila Anni sotto i Mari), poi ampliato sotto i titolo Les Habitants de la Grande Caverne (1925-26) (Gli Abitanti della Grande Caverna) e La Cité des Ténèbres (1926) (La Città delle Tenebre). Gli scopritori di questo popolo, i cui rappresentanti nel frattempo si sono trasformati in esseri ciechi, ad un certo punto si sentono minacciati dagli esseri sotterranei, e, dopo essere sfuggiti a degli animali preistorici, lasciano quel mondo e ritornano in superficie.

In Sémiramis, Reine de Babylone (1926) (Semiramide, Regina di Babilonia), M.C. Poinsot e Maurice Schneider raccontano il ritorno, nelle caverne sotterranee nelle quali si ritirarono gli antichi abitanti, della reincarnazione della prima regina di Babilonia. Divisi tra i conservatori e coloro che invece desiderano rivelarsi al mondo di superficie, i discendenti di quell'antico popolo provocano la loro distruzione grazie all'impiego di mezzi super-scientifici.

Un film statunitense di Virgil Vogel, The Mole People (1956)18, ci presenta una città sumera che un sisma, tre millenni prima, ha fatto sprofondare sotto terra. Per cercare di rendere interessante la sceneggiatura un po' carente, ecco che gli abitanti della città sotterranea si trovano a dividere le loro caverne con i mostruosi uomini-talpa indicati nel titolo.

L'inizio di The Citadel of Fear (1918), della scrittrice statunitense Francis Stevens, ci porta nella città di Tlappallan, là dove sopravvivono i fondatori della civiltà azteca, i quali scagliano le loro magie contro gli intrusi che li hanno scoperti. Il naturalista ed esploratore statunitense A(lpheus) Hyatt Verrill molto ha scritto sul tema delle civiltà perdute, ma la vetta, su tale argomento, l'ha sicuramente raggiunta con The Bridge of Light (1929) (Il Ponte della Luce), nel quale un esploratore è accolto, nella grande città maya di Mictolan, come un figlio di Kukulkan. Il nuovo venuto scopre che i maya sanno padroneggiare un materiale radioattivo ma non sono in grado di proteggersi dalle sue radiazioni, e quindi cerca di opporsi all'influenza dei loro sacerdoti.

La Ciudad Sepultada (1929) (La Città Sepolta), dello scrittore spagnolo Jésus de Aragòn, ci descrive la scoperta di una città inca sotterranea. La Città del Sole che troviamo in Le Collier de l'Idole de Fer (1937) (La Collana dell'Idolo di Ferro), dello scrittore francese Réné Thévenin, tratta ancora della scoperta di una città inca, questa volta situata in una valle. Ma, soprattutto, la città è protetta da dei robot, i quali la distruggono a causa degli esploratori che l'hanno scoperta.

Le Rayon Svastika (1925-26) (Il Raggio Svatica), del francese Jean d'Argraives, tratta di una città himalayana immutata dai tempi di Gengis Khan ma i cui abitanti, grazie all'impiego di armi del tutto nuove, stanno progettando la conquista del mondo. Questo romanzo narra degli sforzi che un avventuriero francese compie per vincere un torneo che gli consentirà di sposare la sovrana di quel popolo e, così, di impedire che il pericolo giallo possa minacciare il mondo. Edgar Rice Burroughs ha ampiamente sfruttato il tema delle città perdute in Africa ed in altri continenti. Citiamo, in particolare, Tarzan and the Lost Empire (1928)19, nel quale due città dell'antica Roma, dagli improbabili nomi di Castra Sanguinarius e Castrum Mare, rappresentanti una l'impero di occidente e l'altra quello di oriente, si disputano la supremazia. Menzioniamo, inoltre, The Jungle Girl (1931) (La Fanciulla della Giungla), storia nella quale E. R. Burroughs immagina l'esistenza di una città khmere nella giungla cambogiana e le avventure di un americano per conquistare il cuore di una principessa locale.

Il futuro anteriore

Già sopra si è detto di città perdute scientificamente superiori a quelle del mondo di superficie. Il medesimo argomento è presente in La Cité des Premiers Hommes (1928) (La Città dei Primi Uomini), del francese Maurice Champagne. La città del romanzo è situata a diverse decine di chilometri sottoterra, ed i suoi abitanti dispongono di veicoli in grado di muoversi sia nell'aria che sott'acqua. Questi abitanti, che sono discendenti di coloro che sono scampati al diluvio universale, hanno conservato la loro purezza originale e parlano una lingua simile all'ebreo. La moralità dei visitatori provenienti dalla superficie li spaventa talmente che essi si affrettano a rispedirli a casa loro, dopo di che tappano tutti i tunnels di accesso alla città sotterranea.

A Republica 3000 (1930) (La Repubblica 3000), o A Fihla do Inca (La Figlia dell'Inca), del brasiliano Menotti del Picchia, si svolge nel sertao (zona brasiliana che comprende gli stati di Goiàs, Bahia e Minas Gerais, Ndt), là dove si trova una città futurista laida da far paura. Discendenti di coloni cretesi, i suoi abitanti sono talmente progrediti che essi hanno ormai perso, sia fisicamente che psichicamente, ogni parvenza di umanità. Essi si stanno preparando ad abbandonare la Terra, ed è questo che salva i visitatori da un destino poco invidiabile. A questa satira del progresso è stato dato un seguito con Kalum (1934), nel quale un ramo dell'antico popolo ha fondato una città sotterranea. I suoi membri hanno conservato la forma umana ma la loro taglia si è rimpicciolita. Essi godono di una civilizzazione avanzata ma declinante e finiscono per essere annientati da una tribù di selvaggi.

I Kemi (1946)20, dello scrittore italiano Umberto Sborgi (1946), ha un punto di partenza interessante: verso il 3000 avanti Cristo un gruppo di letterati mediterranei gettò le fondamenta di una civiltà scientifica. Da allora, nelle loro Montagne Rutilanti, i loro figli sono avanzati spettacolarmente sulla via dello sviluppo scientifico, in quanto sono sfuggiti alla barbarie presente nel mondo che li circondava, proteggendo la loro città ed il loro sapere grazie ad una barriera invisibile. Sfortunatamente, l'eccessivo didat-ticismo dell'opera ne rende la lettura estremamente penosa.

Sotto lo pseudonimo di William Cobb, il francese Jules Lermina è l'autore di un affascinante romanzo, Mystère-Ville (1904-05) (La Città Mistero), nel quale è descritta una valle situata nel deserto di Gobi, là dove si sono rifugiati dei protestanti vittime della revoca dell'editto di Nantes. Se essi hanno conservato i costumi del tempo di Louis XIV, i loro discendenti hanno tuttavia sviluppato delle forme di tecnologia basate sul suono, sul profumo e sulla luce. Queste tecnologie sono talmente efficaci che, nel corso di una guerra civile, provocano la morte di tutti gli abitanti: i visitatori, fortunatamente per loro, riescono giusto in tempo a fuggire grazie all'impiego di un pallone aerostatico. Anch'essa fantasiosa, per quanto insignificante, è La Cité Fantastique (1946) (La Città Fantastica), dello scrittore H. G. Viot, il quale riprende l'idea della storia precedente e la trasporta in una valle pirenaica nella quale i cittadini di Andoralie, che portano parrucche e indossano brache lunghe fino al ginocchio, sono intenzionati a preservare la loro tranquillità e le loro conoscenze, e questo nonostante il mondo esterno si dimostri assai interessato nei loro confronti.

In un fumetto un po' sommario di Francis Josse, La Cité sous la Mer (1947) (La Città Sottomarina), un aereo è aspirato da una tromba d'aria marina fin dentro delle caverne nelle quali coabitano dei dinosauri e degli umani originari della superficie, i quali hanno sviluppato degli occhi peduncolati. Malgrado l'intervento degli aviatori, la città viene distrutta in seguito alla scoppio di una guerra iniziata dal capitano di un sottomarino tedesco che, grazie all'impiego di un raggio della morte, vuole condurre una parte degli abitanti delle caverne alla conquista del mondo esterno.

I non umani

Per concludere questa panoramica, non ci resta che parlare delle città non umane. Lo scrittore francese José Moselli se ne è interessato in una novella sfortunatamente poco elaborata: La Cité du Gouffre (1925) (La Città dell'Abisso), nella quale ci descrive le peripezie di un naufrago soccorso e raccolto da degli esseri subacquei che, dopo averlo per un po' osservato e studiato, lo rispediscono in superficie.

Lo statunitense Abraham Merritt si è specializzato nel tema delle civiltà perdute, ma non altrettanto nel tema delle città perdute. Ne ha tuttavia descritta una, situata in Alaska, nella novella The People of the Pit (1918)21. In realtà, gli abitanti di questa città sono invisibili, ed il loro visitatore non comprende granché di ciò che lo circonda, ma le sue ipotesi non fanno che rendere più orribile la storia. In questa storia sono già presenti i toni e le visioni che poi troveremo in H.P. Lovecraft.

Ed infatti, lo scrittore statunitense ha evocato, nelle sue storie, numerose città perdute dai nomi magici ed orrorifici. Così, The Nameless City (1921)22 è basata su un eccesso di suggestione dell'orrore man mano che il personaggio discende nel sottosuolo nel deserto dell'Arabia, e giunge al culmine quando egli viene a trovarsi alla presenza di creature indicibili. Questo novella utilizza un procedimento del quale lo scrittore abuserà in At the Mountains of Madness (1936)23, storia dell'esplorazione di una città, vecchia ormai di numerosi milioni di anni, situata in Antartide. La descrizione delle rovine della città, dei suoi affreschi, della sua architettura, dei suoi manufatti, dei suoi fossili e dei cadaveri dei suoi abitanti, inframmezzati di deduzioni in tema di archeologia, si succedono per decine di capitoli, ossessionando il lettore, il quale non può resistere al desiderio di continuare a voltar pagina: l'unica cosa che gli resterebbe da fare, sarebbe quella di mettere uno stop alla lettura della storia.

Raramente una tale forza di evocazione è stata superata, nel campo della SF; e lo stesso vale per il resto della storia, nella quale i sopravvissuti seguono, nelle profondità che hanno accolto gli ultimi rappresentanti di questa razza, le creature abominevoli che essi stessi hanno ridestato. Ciò che è sorprendente, in questa storia, è l'assenza di tempi morti e di interruzioni, la sua continuità pur nella densità della narrazione, la sua atmosfera opprimente e tuttavia avvincente. Un lungo pezzo di bravura, spesso imitato, che sarebbe sufficiente a conferire al tema trattato una patente di nobiltà.

Le città perdute e noi

Dunque, lo vediamo bene, ritrovare una città perduta è, almeno in una certa misura, come resuscitare il passato. Ma è anche riannodare il passato con il presente ed anche con il futuro. Certune di queste città esprimono anche l'irruzione o l'invasione del passato nello spazio contemporaneo, con tutte le implicazioni che una tale aggressione comporta sia nella sfera spirituale che in quella materiale. E' tutta una questione di punti di vista. Infatti, questo può rappresentare un ritorno ad uno stato di cose anteriore, sia questo auspicabile oppure no.

Come abbiamo visto, sovente la scoperta di queste città perdute precede e comporta la loro distruzione, a parte occasionalmente - senso di colpa da parte dell'autore? - la presenza di qualche sopravvissuto. E' come se il ritrovamento di queste città perdute rappresentasse, per esse, la possibilità di brillare per un'ultima volta prima di spegnersi per sempre, o comeblish.jpg (44791 byte) se il loro ritorno alla luce per un'ultima volta rappresentasse, per esse, uno scampanellio a morte. Queste città perdute, in definitiva, brillano come delle cose anacronistiche senza alcuna giustificazione storica, senza alcun altro interesse al di fuori di quello archeologico. Il passato è superato, ed gli abitanti di queste città perdute possono sanzionare la loro propria estinzione: dopo tutto, il passato non aveva che dei vantaggi, quando non era portatore di orrori.

Le città perdute, tuttavia, possono anche rappresentare la nostalgia di un passato o di un'età dell'oro più o meno concreta. In tal caso, esse rappresentano non solamente qualcosa di sopravvissuto al passato ma anche la speranza che tutto non è andato perduto e che, dopo un periodo di eclissi, il passato può tornare a vivere. Il passato si riversa quindi sul presente e lo prende a proprio carico. Da qui, ecco il carattere utopico di certe storie. Oppure ecco sprigionarsi l'idea che il presente non è poi tanto male, anche se il passato ha qualcosa di buono, e che le due situazioni possono in qualche modo coabitare armoniosamente.

Ecco che allora le città perdute sopravvivono nelle giungle, oppure sulle montagne, o dentro delle caverne, oppure in oasi di frescura, come tanti antidoti al grigiume del presente. Infine, singolare rovesciamento, esse possono prefigurarci il futuro, suggerendoci che noi non abbiamo inventato nulla, che esse conoscevano già i benefici o gli orrori scientifici che noi oggi riusciamo ad intravedere. Ed è quindi il mondo esterno che sembra giunto al suo termine, o quanto meno che sembra minacciato di essere distrutto.

I pretesti sono chiari; le poste in gioco pure; e i dibattiti sono quindi aperti. O almeno lo sono a meno che il tema delle città perdute si stia indebolendo, imbozzolandosi in se stesso. Infatti, le storie sul tema delle città perdute si sono rarefatte, man mano che sono progredite le esplorazioni delle lande più isolate del nostro pianeta. Tuttavia, forse la rarefazione delle storie su questo tema non si farà sentire nel cuore e nello spirito dei lettori, essendo cuore e spirito ricettacoli dei loro timori, delle loro speranze o, semplicemente, delle loro nostalgie? Certo, queste città perdute sono oggi divenute extra-planetarie, extra-dimensionali, extra-temporali o virtuali, ma spesso hanno perduto la magia che un tempo le permeava. Oppure, può essere che sia stata la nostra modernità ad allontanarci da esse? Per quanto tempo ancora le città perdute rimarranno in noi? Senza dubbio, per più tempo di quanto sarà necessario per cancellare l'esistenza del modello greco-romano che ha forgiato l'anima della civiltà occidentale. Noi, in tale modello, ci identifichiamo ancora troppo fortemente. Dopo tutto, queste città perdute non hanno cancellato il mito dell'età dell'oro o del paradiso perduto che le ha precedute, ma vi si sono sovrapposte oppure l'hanno recuperato. Del resto, una nostalgia non ne scaccia decisamente un'altra. Tutto questo vi rassicura?

 

Titolo originale: En quête des cités perdus.

Copyright © 2002 by the Author.

Traduzione dal francese di Piero Giorgi.

 

 

N O T E

1 Vingt Mille Lieus sous les Mers. Col titolo Ventimila Leghe sotto i Mari, 1a edizione in volume Barion Editore, Sesto San Giovanni, 1929.

2 The Temple. Col titolo Il Tempio, in Pianeta n° 2, Edizioni Leup, Firenze, maggio-giugno 1929.

3 Atlantis. Col titolo La Città Sottomarina, Enrico Voghera Editore, Roma, 1900.

4 The Maracot Deep. Col titolo La Città dell'Abisso, Casa Editrice Locatelli, Milano, 1929.

5 L'Atlantide Svelata: "I Romanzi di Urania" n° 31, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, gennaio 1954.

6 Attack from Atlantis. Col titolo Uomini Bolla, collana La Sorgente, 1a serie n° 16, casa Editrice La Sorgente, Milano, 1960.

7 Le Sette Città di Atlantide (Film).

8 L'Enigme de l'Atlantide. Col titolo L'Enigma di Atlantide, collana (di albi a fumetti) Classici Audacia n° 39, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, gennaio 1967. L'avventura presentata è una delle tante che hanno per protagonisti i due noti personaggi Blake e Mortimer.

9 L'Atlantide. Col titolo L'Atlantide, Sonzogno Editore, Milano, 1920.

10 The Return of Tarzan. Col titolo Il Ritorno di Tarzan, Nuova Collana di Avventure per la Gioventù, Bemporad, Firenze, 1928.

11 Tarzan and the Jewels of Opar. Col titolo Tarzan e i Gioielli di Opar, Nuova Collana di Avventure per la Gioventù, Bemporad, Firenze, 1931.

12 Moon of Skulls. Col titolo La Luna dei Teschi, collana Il Libro d'Oro della Fantascienza n° 2, Fanucci Editore, Roma, settembre 1979.

13 Letters from Atlantis. Col titolo Lettere da Atlantide, collana Superjunior, 1993. Arnoldo Mondadori Editore, Milano.

14 She. Col titolo La Donna Eterna, collana Il Romanzo Mensile, anno III n° 9, Edizioni Il Corriere della Sera, settembre-ottobre 1905. Su questo romanzo è basato uno dei più famosi episodi del fumetto Tim Tyler's Luck, i cui giovani personaggi sono noti in Italia sotto i nomi di Cino e Franco. L'episodio in questione è La Misteriosa Fiamma della Regina Loana, strisce giornaliere dal 23/10/1933 al 7/4/1934; questo episodio, e quello precedente dal titolo Sotto la Bandiera del Re della Giungla (strisce giornaliere dall'8/5/1933 al 21/10/1933), rappresentano senza alcun dubbio le più note e più affascinanti tra le varie avventure africane dei due simpatici ed avventurosi ragazzi.

15 When the World Shook. Col titolo La Principessa Splendente, collana I Libri di Fantasy. Il Fantastico nella Fantascienza n° 3. Fanucci Editore, Roma, settembre 1982.

16 The Purple Sapphire. Col titolo La Grande Razza, collana Storia della Fantascienza n° 1, Libra Editrice, Bologna, dicembre 1980.

17 Figlia del Re. Casa Editrice Alberto Stock, Roma, 1924.

18 Nel Tempio degli Uomini Talpa (Film).

19 Tarzan and the Lost Empire. Col titolo Tarzan e l'Impero Perduto, Giunti-Bemporad-Marzocco, Firenze, maggio 1974.

20 I Kemi. Favola Scientifica. L'Editrice Scientifica, Milano, 1949.

21 The People of the Pit. Col titolo Il Popolo dell'Abisso, Grande Enciclopedia della Fantascienza, vol. 8, Editoriale del Drago, Milano, 1980.

22 The Nameless City. Col titolo La Città senza Nome, Sugar, Milano, dicembre 1973.

23 At the Mountains of Madness. Col titolo Le Montagne della Follia, collana I Giorni n° 15, Sugar, Milano, gennaio 1966.