I vari titoli originali, quando
riguardano storie che non hanno avuto un'edizione italiana, sono seguiti, tra parentesi,
dalla loro letterale traduzione in italiano, in modo da facilitarne la comprensione da
parte dei lettori. I vari titoli originali, quando invece riguardano storie o film che
hanno avuto un'edizione italiana, sono seguiti, sempre tra parentesi, da un numero
cronologico che rimanda al corrispondente numero della bibliografia/filmografia italiana
che completa il saggio, e nella quale, per le opere di narrativa, vengono riportate le
prime edizioni italiane apparse in volume. La bibliografia/filmografia è curata dal
traduttore italiano del saggio (NdT).
Alla ricerca
delle città perdute
di Jean-Pierre Laigle
La
città e noi
Perché un tema sulle città perdute? E perché un tema sulle
città ritrovate? Che importanza hanno, questi temi, per coloro che li rievocano nei loro
scritti, nei loro fumetti e nei loro films? Quali nostalgie, quali timori e quali speranze
tali temi producono in loro e nel loro pubblico? Le città perdute rappresentano una
branca del tema delle civiltà scomparse. Queste ultime rappresentano a loro volta
l'identificazione che la civiltà occidentale fa del modello greco della città, un
modello che poi Roma ha amplificato conferendo ad essa la valenza di Stato, imponendola
energicamente in tutto il suo impero e, da qui, in tutto il mondo. Questa identificazione
è venuta alla ribalta con Crizia e Timeo, due opere nelle quali Platone ci
presenta la capitale di Atlantide, uno degli apici del tema in questione. Certo, ancora
non è sicuro se Atlantide è una solo favola oppure se è stata realtà, ma l'impressione
penosa che se ne può trarre è che i concetti occidentali non si sono per nulla evoluti
rispetto al IV secolo avanti Cristo.
Eccomi dunque ad esporre una panoramica dei testi di narrativa che
hanno affrontato il tema delle Città e delle Civiltà Perdute.
I resti di Atlantide
Il francese Jules Verne ci propone una specie di riassunto
delle conoscenze in materia nel suo romanzo Vingt Mille Lieues sous les Mers
(1869-70)1. Ed ecco infatti che i passeggeri del Nautilus possono ammirare, da
lontano, le rovine di una delle tante città sommerse di Atlantide. Il francese H. de
Volta non fa nulla di meglio nel capitolo intitolato La Découverte de l'Atlantide
(La Scoperta di Atlantide), che fa parte del testo L'Ile Merveilleuse - Miraculas
(1921) (L'Isola
Meravigliosa - Miraculas): vi
viene descritto il sogno di un esploratore che si crede soccorso dai sopravvissuti di
Atlantide e portato nella loro città sottomarina. In Viaje al Fondo del Océano
(1931) (Viaggio sul Fondo dell'Oceano), Jésus de Aragon, spagnolo epigono, sotto lo
pseudonimo di Capitan Sirius, di Jules Verne, fa della città di Atlantide il quartiere
generale di un vecchio marinaio tedesco che ha dichiarato guerra alla Gran Bretagna;
l'autore riferisce anche, in dettaglio, le circostanze che hanno portato allo
sprofondamento dell'antica città. In The Temple (1925)2, dello
statunitense H.P. Lovecraft, l'ultimo sopravvissuto di un sottomarino attraversa, in
scafandro da palombaro, le rovine di una città sommersa, diretto verso un tempio dal
quale provengono dei canti e della luce. Questa novella suggerisce la sopravvivenza di una
abominazione ed è apprezzabile soprattutto per l'atmosfera orrorifica che la pervade.
E' merito del francese André Laurie, un altro imitatore di Jules
Verne, avere impresso, al tema qui in esame, una svolta decisiva: è ciò che ha fatto con
Atlantis (1895)3, una storia nella quale un naufrago è soccorso dagli
abitanti di una città sottomarina. Poiché Atlantide è sprofondata lentamente, i suoi
abitanti hanno però avuto il tempo di costruirsi un ricovero a tenuta stagna. L'idea fece
scuola, ma per l'autore si trattava di una colonia greca.
Poiché il romanzo fu tradotto sia in Gran Bretagna che negli USA, è
probabile che quest'ultima storia abbia ispirato lo statunitense Stanton A. Coblentz per
il suo The Sunken World (1928) (Il Mondo Sommerso), nel quale l'equipaggio di un
sottomarino scopre una immensa cupola che circonda diciotto città, abitate da circa mezzo
milione di persone. Veniamo così a sapere che, tremila anni prima, un gruppo di
Atlantiadi provocò volontariamente l'affondamento dell'isola nella quale si trovava la
loro capitale. I sopravvissuti parlano una lingua in qualche modo simile a quella greca, e
la loro società sembra incarnare l'ideale ellenico, per quanto sfruttino una tecnologia
che consente loro di sfruttare l'energia atomica per scopi pacifici. L'autore centra la
sua storia sulla descrizione di una civiltà che ha risolto tutti i suoi problemi e che si
oppone allo stile di vita americano basato sul denaro. Le cose si complicano quando le
pareti translucide della cupola cominciano a fessurarsi. Una decisione viene messa ai
voti, ed il risultato è che la maggioranza della popolazione della cupola sottomarina
rifiuta di trasferirsi in superficie. I membri dell'equipaggio del sottomarino partono in
cerca di soccorso, ma al loro ritorno gli abissi hanno tutto sommerso.
L'Atlantide di Conan Doyle
Più dettagliate nello svolgimento della trama, e quindi
più digeribili nella lettura, sono due novelle dell'inglese Arthur Conan Doyle, The
Maracot Deep (1927-28)4 e The Lord of the Dark Face (1929) (Il
Signore dal Volto Nero), riunite sotto il titolo della prima delle due: si tratta di due
storie assai note e che hanno esercitato una notevole influenza su questo aspetto del tema
qui in esame. Le due storie raccontano le avventure nelle quali incorre una spedizione
scientifica presso gli Atlantiadi stabilitisi sul fondo dell'oceano ormai da ottomila
anni. La tecnologia di questi Atlantiadi, benché tecnologicamente avanzata, ancora
permette lo schiavismo ed i sacrifici umani e, per quanto il professor Maracot, in
extremis, salvi gli Atlantoidei dall'istigatore del cataclisma originale, l'autore non
esprime visibilmente il proprio ideale.
Più originale e piacevole è L'Autre Atlantide (1930) (L'Altra
Atlantide), che però pecca per la mancanza di rigore scientifico. Per il suo autore,
Paul-Yves Sébillot, lo sprofondamento di Atlantide causò la morte dei suoi abitanti
umani ma non quella delle sirene che vivevano al largo delle sue coste e che, così, ne
raccolsero l'eredità. Poiché queste sirene sono tutte di sesso femminile, esse catturano
e trattengono presso di loro tutti i maschi sui quali riescono a mettere le mani. Poiché
la loro regina, Atlanta, ha messo gli occhi su un pimpante ufficiale, costui avrà le sue
belle gatte da pelare per cercare di sottrarsi alle di lei premure.
L'italiano Emilio Valesko ritorna ad una concezione più classica del
tema con il romanzo L'Atlantide Svelata (1954)5, e narra di come un
sovrano di Atlantide si è rifugiato, assieme a duecento suoi compagni, sotto una cupola
scavata nella roccia dell'ammasso che sprofondò nell'oceano. Il romanzo, purtroppo, è
infarcito di lunghi e piatti dialoghi di tono pretenziosamente scientifico, in special
modo quelli nei quali gli Atlantiadi espongono ai loro ospiti, prima di riportarli in
superficie, le meraviglie della loro città funzionante ad energia atomica.
Meno didattico è il romanzo El Misterio del los Hombres-Peces
(1955) (Il Mistero degli Uomini Pesce), dello spagnolo Antonio Ribera. In questo romanzo
d'avventura senza pretese si suppone che, avendo previsto la catastrofe che li avrebbe
colpiti, gli Atlantiadi costruirono una ciclopica città a tenuta stagna. Più tardi, i
loro discendenti intraprendono la conquista dei vari continenti, con le loro imbarcazioni
spinte dagli uomini-pesce, umani modificati trascinati in superficie. Essi finiscono così
per provocare un principio di guerra tra gli USA e l'URSS, prima di essere essi stessi
distrutti. Ovvia influenza del clima venutosi a creare con la Guerra Fredda tra le due
super-potenze, l'URSS è sconfitta e, grandezza e decadenza, la regina degli Atlantiadi,
unica sopravvissuta della sua gente, conclude la sua carriera in quel di Parigi come
semplice madre di famiglia.
Nel romanzo Attack from Atlantis (1953)6, juvenile
dello scrittore statunitense Lester del Rey, un diciassettenne, Don Miller, si imbarca sul
sottomarino atomico Triton, progettato per una missione esplorativa nella fossa oceanica a
nord di Porto Rico. Raggiunto il fondo, il sottomarino è catturato dagli abitanti di una
città-cupola, discendenti degli antichi Atlantiadi, i quali cavalcano degli ittiosauri.
Ma poiché la città-cupola è ormai condannata per mancanza di energia, il capo degli
Atlantiadi, K'mith, decide di accettare l'aiuto degli scienziati terrestri, e quindi
libera l'equipaggio del sottomarino, lasciando che esso risalga alla superficie in
compagnia di un loro ambasciatore.
Ancora ad un pubblico di giovanissimi lettori è indirizzato il romanzo
Opération Atlantide (1956) (Operazione Atlantide), del belga Henri Vernes. Due
città-cupole, Aztlan e Ryleh, sono scoperte sul fondo del mar dei Carabi. Gli abitanti
della prima delle due città credono che l'oceano abbia inghiottito i vari continenti;
decadenti e ridendosi abbandonati dai loro dei, aprono le saracinesche e si sacrificano.
Quelli della seconda città, invece, hanno smarrito la loro umanità, dopo che si sono
trasformati per adattarsi a respirare nell'acqua. Essi riappariranno in un seguito, Les
Spectres d'Atlantis (1971) (Gli Spettri di Atlantide).
Datato, e decisamente di serie B, è Warlord of Atlantis o Seven
Cities to Atlantis7, diretto da Kevin Condor, film di nazionalità inglese
il quale colleziona tutta una serie di banalità conducendoci nelle città che esistono
sul fondo dell'oceano. E' decisamente preferibile L'Enigme de l'Atlantide (1955-56)8,
uno degli ultimi capolavori sul tema, nonostante i suoi numerosi riferimenti ad altre
opere sullo stesso tema, dovuto al disegnatore belga Edgar P. Jacobs. Non solo costui
immagina una splendida città futuribile tra le caverne delle Azzorre, ma ci fa assistere
alla sua invasione da parte di barbari e poi al suo sprofondamento. E, tra i primi, ci
offre l'involo dei sopravvissuti verso un altro pianeta.
L'Atlantide (1919)9, del francese Pierre Benoit, è
originale nel fare di Atlantide un'isola dell'antico mare che un tempo ricopriva il
Sahara, ed ora divenuto la zona dell'Hoggar, là dove esiste una città sotterranea. Il
tema della regina, Antinea, che colleziona amanti e che è la vendicatrice del sesso
femminile da sempre schernito, ha affascinato intere generazioni di lettori nonostante il
suo classicismo estremo e la sua mancanza di lirismo. Da questa storia sono stati tratti
ben cinque films, uno dei quali è uno sceneggiato per la televisione, almeno un fumetto e
due parodie.
Tarzan e il mito di Atlantide
E' sempre in Africa, ma nella giungla, che lo statunitense
Edgar Rice Burroughs localizza le rovine di Opar, antico avamposto di Atlantide abitato da
una razza degenerata le cui femmine sono splendide mentre i maschi hanno forme
scimmiesche. E' nel romanzo The Return of Tarzan (1913)10 che l'autore
ci presenta la grande sacerdotessa La, amorevole creatura però respinta dal figlio della
giungla. Burroughs si sofferma sui rapporti tra Tarzan e La nel r
omanzo Tarzan and the Jewels of Opar (1915)11,
ma in due altri romanzi del ciclo la città non è nient'altro che il baule dal quale il
Signore della Giungla attinge quanto necessario per il compimento delle sue buone azioni.
Per fortuna, Opar è esaltata nel romanzo Tarzan on Mars (Tarzan di Marte), dello
statunitense John Bloodstone, annunciato negli anni '50 ma poi vietato dagli eredi di E.R.
Burroughs, anche se ne circolano edizioni pirata americane ed europee. Il romanzo inizia
con il teletrasporto su Marte di La e della moglie di Tarzan, ciò che è reso possibile
grazie al diadema della dea Issus. L'autore suggerisce che Atlantide fu una colonia
marziana ma, in mancanza del seguito, così come era stato progettato, non ne potremo
ormai sapere nulla di più.
Nella novella Moon of Skulls (1930)12, lo
statunitense Robert E. Howard situa in Africa Negari, antica città di Atlantide governata
da una regina crudele e nella quale sopravvive solo un individuo dell'antica razza. La
città viene distrutta, un evento ben meritato, da un terremoto.
L'inglese E(velyn) Charles Vivian, nella storia City of Wonder
(1922) (La Città delle Meraviglie), situa nell'isola di Borneo un'altra città
dell'antica Atlantide; ma Kir-Asa è ormai decadente, ed i suoi abitanti si accontentano
di sopravvivere grazie alle provviste accumulate dai loro antenati. A Cidade Perdida
(1948) (La Città Perduta), del brasiliano Jeronimo Monteiro, racconta le avventure
vissute da degli esploratori che si sono messi alla ricerca di una città amazzonica nella
quale sopravviverebbe l'eredità Atlantoidea che civilizzò il mondo prima del cataclisma
che la distrusse e che lo ricivilizzerà dopo che esso sarà crollato. Scritto poco dopo
la Seconda Guerra Mondiale, questo romanzo mistico interpreta lo sgomento di fronte alla
follia umana e, al tempo stesso, la nostalgia del paradiso perduto.
Si ritrova un po' di tutto questo nel romanzo Le Monde Oublié
(1954), nel quale il francese Jimmy Guieu ci descrive una valle dal clima temperato nella
quale alcuni rifugiati dell'antica Atlantide hanno costruito una città. Poi, però, la
loro vita si è trasformata in un vivacchiare, poiché sono dominati da una casta di
sacerdoti che hanno monopolizzato l'antico sapere e la cui malevolenza provoca la
distruzione del piccolo eden. Nel romanzo Letters from Atlantis (1990)13,
lo scrittore statunitense Robert Silverberg ci fa conoscere, attraverso i due personaggi
Roy e Lora, i quali compiono uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio, una
società avanzatissima ma destinata alla distruzione. Nel romanzo spicca l'amicizia che si
instaura tra Roy, il ragazzo proveniente dal futuro, e Ram, l'erede al trono di Atlantide.
In pieno mistero
Ci sarebbero molte altre storie da citare nelle quali si
descrivono città Atlantoidee, Lemuriane, o di altre antiche civiltà, in quanto troppi
scrittori ne hanno fatto la loro specialità. Possiamo citare l'inglese Henry Rider
Haggard, conosciuto soprattutto per il suo romanzo She (1886-87)14, che
ci descrive una città africana più antica dello stesso Egitto, una città governata da
una regina crudele ed immortale. L'evocazione di Kor, i cui abitanti originali perirono a
causa di una epidemia mentre quelli attuali utilizzano le loro mummie come torce, ha una
sua propria possanza, nonostante lo stile datato della narrazione.
Non c'è da stupirsi che questa storia abbia prodotto una numerosa
serie di varianti sul medesimo tema o su temi correlati, tra le quali molte di quelle
citate in questo stesso saggio, nonché ben otto films più uno che tenta di proporsi come
seguito alle tre storie scritte dall'Haggard. Il quale ha immaginato e descritto altre
città perdute, ma la più impressionante è quella scoperta sotto un'isola in When the
World Shook (1919)15. Costruita da un antico popolo che provocò il diluvio
universale ben 250.000 anni fa, Nyo è rivisitata da due sopravvissuti resuscitati, uno
dei quali scatenerà sul mondo una nuova catastrofe, senza però il sacrificio dell'altro.
Nello stesso stile, sotto lo pseudonimo di John Taine, il matematico
Eric Temple Bell, scozzese di nascita ma statunitense di adozione, in The Purple
Sapphire (1924)16 evoca una città distrutta, situata nel deserto di Gobi,
nella quale vegetano i discendenti, degenerati, di una antica razza che sfidò le forze
della natura. Gli esploratori che scoprono la città risvegliano strane macchine e
provocano quella che sembra una specie di esplosione nucleare. In Telluro-City
(1948) (La Città del Terremoto), un fumetto di Yves Mondet, gli occupanti di una
batisfera si ritrovano in un mare sotterraneo, là dove giace una città metallica. Essa
è abitata da degli uomini-robot (i cui antenati erano uomini di superficie) che hanno
sconfitto il loro ultimo nemico, la ruggine. Ma un sisma distrugge tutto.
Vecchie conoscenze
Tra le civiltà meglio conosciute, preservate grazie alle opere
di narrativa, possiamo citare Den underjordiske by (1926) (La Città Sotterranea),
un romanzo nel quale un anonimo scrittore norvegese situa in Africa, nei pressi di un lago
sotterraneo popolato di mostri, una città egiziana dominata da una piramide di metallo. I
suoi abitanti conoscono l'elettricità ma stanno scomparendo sotto gli assalti di una
razza di nani. Gli esploratori ristabiliscono la situazione, e promettono di ritornare.
Uno spunto simile lo ritroviamo in La Cité sans Soleil (1927) (La Città Senza
Sole), dello scrittore francese Albert Bonneau, ma in quest'opera gli egiziani non sono
progrediti scientificamente dai tempi dell'antichità e si trovano in lotta con i loro
schiavi di origine etiopica. Un sisma mette tutti d'accordo distruggendo le grotte nelle
quali quel popolo vive, cancellando così tutte le tracce della loro esistenza.
I due testi appena citati sono del tutto senza pretese letterarie, in
quanto mancano loro la documentazione ed il talento che l'italiano Guido Milanesi ha
soffuso in Figlia del Re (1928)17, opera cugina de L'Atlantide di
P. Benoit. Nel romanzo di Milanesi ecco che sottoterra sopravvivono i discendenti
dell'ultimo faraone ed i loro sostenitori. Ogni cento anni, una principessa di rango reale
compie un viaggio iniziatico fino in superficie, dopo di che essa sarà sacrificata. Ed è
durante questo viaggio che essa trova l'amore, provocando quindi le ire del suo amante, il
quale, per vendicarla, fa si che gli abitanti sotterranei siano preda della furia delle
acque del Nilo. Può essere che questo romanzo, di notevole livello letterario, abbia
ispirato La dernière Fille des Pharaons (1946) (L'Ultima Figlia dei Faraoni),
juvenile del francese René Gilles nel quale la civiltà egiziana agonizza nelle grotte di
Quercy e nella quale solo l'ultima regina sfugge al totale annientamento.
Infine, in un fotoromanzo senza pretese, L'Oasis de la Cité Morte
(1950) (L'Oasi della Città Morta), un gruppo di inglesi arriva in una città sahariana
nella quale si rifugiarono, verso l'anno 1300 avanti Cristo, gli ultimi adoratori del dio
Aton. Protetti da un muro invisibile, gli abitanti della città sono governati da una
regina che si innamora di uno degli stranieri. Gli abitanti della città si trasformano in
polvere, mentre i nuovi venuti provocano la rivolta dei loro schiavi. Quest'opera senza
pretese testimonia, con la sua sceneggiatura ed i costumi utilizzati, una stridente
misconoscenza della civiltà egizia e del culto di Aton, anche se può risultare attraente
per il suo carattere altamente kitsch. In Crocodilopolis (1954) (Coccodrillopoli),
novella piuttosto grezza del francese Maurice Limat, è descritta una antica città
situata in un'oasi della Nubia e la sua distruzione da parte delle acque del Nilo.
Anaitis, Fille de Carthage (1922) (Anaitis, Figlia di
Cartagine), di Charles e Henri Omessa, assomiglia un po' ad una trasposizione meno
talentuosa del romanzo di Guido Milanesi. Durante l'assedio di Cartagine, alcune famiglie
ed i loro servi si rifugiarono nel sottosuolo, portando con loro il tesoro della città, e
là si riprodussero e sopravvissero. Anaitis è l'ultima discendente di Didone, e,
piuttosto che sottomettersi ai servi che la propaganda comunista ha indotto a sollevarsi,
apre le paratie che proteggono la città dalla acque del Mediterraneo.
Ed è sotto il letto di quest'ultimo mare che il francese Leon Groc
situa una colonia fenicia nel romanzo Deux Mille Ans sous le Mer (1924) (Duemila
Anni sotto i Mari), poi ampliato sotto i titolo Les Habitants de la Grande Caverne
(1925-26) (Gli Abitanti della Grande Caverna) e La Cité des Ténèbres (1926) (La
Città delle Tenebre). Gli scopritori di questo popolo, i cui rappresentanti nel frattempo
si sono trasformati in esseri ciechi, ad un certo punto si sentono minacciati dagli esseri
sotterranei, e, dopo essere sfuggiti a degli animali preistorici, lasciano quel mondo e
ritornano in superficie.
In Sémiramis, Reine de Babylone (1926) (Semiramide, Regina di
Babilonia), M.C. Poinsot e Maurice Schneider raccontano il ritorno, nelle caverne
sotterranee nelle quali si ritirarono gli antichi abitanti, della reincarnazione della
prima regina di Babilonia. Divisi tra i conservatori e coloro che invece desiderano
rivelarsi al mondo di superficie, i discendenti di quell'antico popolo provocano la loro
distruzione grazie all'impiego di mezzi super-scientifici.
Un film statunitense di Virgil Vogel, The Mole People (1956)18,
ci presenta una città sumera che un sisma, tre millenni prima, ha fatto sprofondare sotto
terra. Per cercare di rendere interessante la sceneggiatura un po' carente, ecco che gli
abitanti della città sotterranea si trovano a dividere le loro caverne con i mostruosi
uomini-talpa indicati nel titolo.
L'inizio di The Citadel of Fear (1918), della scrittrice
statunitense Francis Stevens, ci porta nella città di Tlappallan, là dove sopravvivono i
fondatori della civiltà azteca, i quali scagliano le loro magie contro gli intrusi che li
hanno scoperti. Il naturalista ed esploratore statunitense A(lpheus) Hyatt Verrill molto
ha scritto sul tema delle civiltà perdute, ma la vetta, su tale argomento, l'ha
sicuramente raggiunta con The Bridge of Light (1929) (Il Ponte della Luce), nel
quale un esploratore è accolto, nella grande città maya di Mictolan, come un figlio di
Kukulkan. Il nuovo venuto scopre che i maya sanno padroneggiare un materiale radioattivo
ma non sono in grado di proteggersi dalle sue radiazioni, e quindi cerca di opporsi
all'influenza dei loro sacerdoti.
La Ciudad Sepultada (1929) (La Città Sepolta), dello scrittore
spagnolo Jésus de Aragòn, ci descrive la scoperta di una città inca sotterranea. La
Città del Sole che troviamo in Le Collier de l'Idole de Fer (1937) (La Collana
dell'Idolo di Ferro), dello scrittore francese Réné Thévenin, tratta ancora della
scoperta di una città inca, questa volta situata in una valle. Ma, soprattutto, la città
è protetta da dei robot, i quali la distruggono a causa degli esploratori che l'hanno
scoperta.
Le Rayon Svastika (1925-26) (Il Raggio Svatica), del francese
Jean d'Argraives, tratta di una città himalayana immutata dai tempi di Gengis Khan ma i
cui abitanti, grazie all'impiego di armi del tutto nuove, stanno progettando la conquista
del mondo. Questo romanzo narra degli sforzi che un avventuriero francese compie per
vincere un torneo che gli consentirà di sposare la sovrana di quel popolo e, così, di
impedire che il pericolo giallo possa minacciare il mondo. Edgar Rice Burroughs ha
ampiamente sfruttato il tema delle città perdute in Africa ed in altri continenti.
Citiamo, in particolare, Tarzan and the Lost Empire (1928)19, nel quale
due città dell'antica Roma, dagli improbabili nomi di Castra Sanguinarius e Castrum Mare,
rappresentanti una l'impero di occidente e l'altra quello di oriente, si disputano la
supremazia. Menzioniamo, inoltre, The Jungle Girl (1931) (La Fanciulla della
Giungla), storia nella quale E. R. Burroughs immagina l'esistenza di una città khmere
nella giungla cambogiana e le avventure di un americano per conquistare il cuore di una
principessa locale.
Il futuro anteriore
Già sopra si è detto di città perdute scientificamente
superiori a quelle del mondo di superficie. Il medesimo argomento è presente in La
Cité des Premiers Hommes (1928) (La Città dei Primi Uomini), del francese Maurice
Champagne. La città del romanzo è situata a diverse decine di chilometri sottoterra, ed
i suoi abitanti dispongono di veicoli in grado di muoversi sia nell'aria che sott'acqua.
Questi abitanti, che sono discendenti di coloro che sono scampati al diluvio universale,
hanno conservato la loro purezza originale e parlano una lingua simile all'ebreo. La
moralità dei visitatori provenienti dalla superficie li spaventa talmente che essi si
affrettano a rispedirli a casa loro, dopo di che tappano tutti i tunnels di accesso alla
città sotterranea.
A Republica 3000 (1930) (La Repubblica 3000), o A Fihla do
Inca (La Figlia dell'Inca), del brasiliano Menotti del Picchia, si svolge nel sertao
(zona brasiliana che comprende gli stati di Goiàs, Bahia e Minas Gerais, Ndt), là dove
si trova una città futurista laida da far paura. Discendenti di coloni cretesi, i suoi
abitanti sono talmente progrediti che essi hanno ormai perso, sia fisicamente che
psichicamente, ogni parvenza di umanità. Essi si stanno preparando ad abbandonare la
Terra, ed è questo che salva i visitatori da un destino poco invidiabile. A questa satira
del progresso è stato dato un seguito con Kalum (1934), nel quale un ramo
dell'antico popolo ha fondato una città sotterranea. I suoi membri hanno conservato la
forma umana ma la loro taglia si è rimpicciolita. Essi godono di una civilizzazione
avanzata ma declinante e finiscono per essere annientati da una tribù di selvaggi.
I Kemi (1946)20, dello scrittore italiano Umberto
Sborgi (1946), ha un punto di partenza interessante: verso il 3000 avanti Cristo un gruppo
di letterati mediterranei gettò le fondamenta di una civiltà scientifica. Da allora,
nelle loro Montagne Rutilanti, i loro figli sono avanzati spettacolarmente sulla via dello
sviluppo scientifico, in quanto sono sfuggiti alla barbarie presente nel mondo che li
circondava, proteggendo la loro città ed il loro sapere grazie ad una barriera
invisibile. Sfortunatamente, l'eccessivo didat-ticismo dell'opera ne rende la lettura
estremamente penosa.
Sotto lo pseudonimo di William Cobb, il francese Jules Lermina è
l'autore di un affascinante romanzo, Mystère-Ville (1904-05) (La Città Mistero),
nel quale è descritta una valle situata nel deserto di Gobi, là dove si sono rifugiati
dei protestanti vittime della revoca dell'editto di Nantes. Se essi hanno conservato i
costumi del tempo di Louis XIV, i loro discendenti hanno tuttavia sviluppato delle forme
di tecnologia basate sul suono, sul profumo e sulla luce. Queste tecnologie sono talmente
efficaci che, nel corso di una guerra civile, provocano la morte di tutti gli abitanti: i
visitatori, fortunatamente per loro, riescono giusto in tempo a fuggire grazie all'impiego
di un pallone aerostatico. Anch'essa fantasiosa, per quanto insignificante, è La Cité
Fantastique (1946) (La Città Fantastica), dello scrittore H. G. Viot, il quale
riprende l'idea della storia precedente e la trasporta in una valle pirenaica nella quale
i cittadini di Andoralie, che portano parrucche e indossano brache lunghe fino al
ginocchio, sono intenzionati a preservare la loro tranquillità e le loro conoscenze, e
questo nonostante il mondo esterno si dimostri assai interessato nei loro confronti.
In un fumetto un po' sommario di Francis Josse, La Cité sous la Mer
(1947) (La Città Sottomarina), un aereo è aspirato da una tromba d'aria marina fin
dentro delle caverne nelle quali coabitano dei dinosauri e degli umani originari della
superficie, i quali hanno sviluppato degli occhi peduncolati. Malgrado l'intervento degli
aviatori, la città viene distrutta in seguito alla scoppio di una guerra iniziata dal
capitano di un sottomarino tedesco che, grazie all'impiego di un raggio della morte, vuole
condurre una parte degli abitanti delle caverne alla conquista del mondo esterno.
I non umani
Per concludere questa panoramica, non ci resta che parlare
delle città non umane. Lo scrittore francese José Moselli se ne è interessato in una
novella sfortunatamente poco elaborata: La Cité du Gouffre (1925) (La Città
dell'Abisso), nella quale ci descrive le peripezie di un naufrago soccorso e raccolto da
degli esseri subacquei che, dopo averlo per un po' osservato e studiato, lo rispediscono
in superficie.
Lo statunitense Abraham Merritt si è specializzato nel tema delle
civiltà perdute, ma non altrettanto nel tema delle città perdute. Ne ha tuttavia
descritta una, situata in Alaska, nella novella The People of the Pit (1918)21.
In realtà, gli abitanti di questa città sono invisibili, ed il loro visitatore non
comprende granché di ciò che lo circonda, ma le sue ipotesi non fanno che rendere più
orribile la storia. In questa storia sono già presenti i toni e le visioni che poi
troveremo in H.P. Lovecraft.
Ed infatti, lo scrittore statunitense ha evocato, nelle sue storie,
numerose città perdute dai nomi magici ed orrorifici. Così, The Nameless City
(1921)22 è basata su un eccesso di suggestione dell'orrore man mano che il
personaggio discende nel sottosuolo nel deserto dell'Arabia, e giunge al culmine quando
egli viene a trovarsi alla presenza di creature indicibili. Questo novella utilizza un
procedimento del quale lo scrittore abuserà in At the Mountains of Madness (1936)23,
storia dell'esplorazione di una città, vecchia ormai di numerosi milioni di anni, situata
in Antartide. La descrizione delle rovine della città, dei suoi affreschi, della sua
architettura, dei suoi manufatti, dei suoi fossili e dei cadaveri dei suoi abitanti,
inframmezzati di deduzioni in tema di archeologia, si succedono per decine di capitoli,
ossessionando il lettore, il quale non può resistere al desiderio di continuare a voltar
pagina: l'unica cosa che gli resterebbe da fare, sarebbe quella di mettere uno stop alla
lettura della storia.
Raramente una tale forza di evocazione è stata superata, nel campo
della SF; e lo stesso vale per il resto della storia, nella quale i sopravvissuti seguono,
nelle profondità che hanno accolto gli ultimi rappresentanti di questa razza, le creature
abominevoli che essi stessi hanno ridestato. Ciò che è sorprendente, in questa storia,
è l'assenza di tempi morti e di interruzioni, la sua continuità pur nella densità della
narrazione, la sua atmosfera opprimente e tuttavia avvincente. Un lungo pezzo di bravura,
spesso imitato, che sarebbe sufficiente a conferire al tema trattato una patente di
nobiltà.
Le città perdute e noi
Dunque, lo vediamo bene, ritrovare una città perduta è,
almeno in una certa misura, come resuscitare il passato. Ma è anche riannodare il passato
con il presente ed anche con il futuro. Certune di queste città esprimono anche
l'irruzione o l'invasione del passato nello spazio contemporaneo, con tutte le
implicazioni che una tale aggressione comporta sia nella sfera spirituale che in quella
materiale. E' tutta una questione di punti di vista. Infatti, questo può rappresentare un
ritorno ad uno stato di cose anteriore, sia questo auspicabile oppure no.
Come abbiamo visto, sovente la scoperta di queste città perdute
precede e comporta la loro distruzione, a parte occasionalmente - senso di colpa da parte
dell'autore? - la presenza di qualche sopravvissuto. E' come se il ritrovamento di queste
città perdute rappresentasse, per esse, la possibilità di brillare per un'ultima volta
prima di spegnersi per sempre, o come
se il loro ritorno
alla luce per un'ultima volta rappresentasse, per esse, uno scampanellio a morte. Queste
città perdute, in definitiva, brillano come delle cose anacronistiche senza alcuna
giustificazione storica, senza alcun altro interesse al di fuori di quello archeologico.
Il passato è superato, ed gli abitanti di queste città perdute possono sanzionare la
loro propria estinzione: dopo tutto, il passato non aveva che dei vantaggi, quando non era
portatore di orrori.
Le città perdute, tuttavia, possono anche rappresentare la nostalgia
di un passato o di un'età dell'oro più o meno concreta. In tal caso, esse rappresentano
non solamente qualcosa di sopravvissuto al passato ma anche la speranza che tutto non è
andato perduto e che, dopo un periodo di eclissi, il passato può tornare a vivere. Il
passato si riversa quindi sul presente e lo prende a proprio carico. Da qui, ecco il
carattere utopico di certe storie. Oppure ecco sprigionarsi l'idea che il presente non è
poi tanto male, anche se il passato ha qualcosa di buono, e che le due situazioni possono
in qualche modo coabitare armoniosamente.
Ecco che allora le città perdute sopravvivono nelle giungle, oppure
sulle montagne, o dentro delle caverne, oppure in oasi di frescura, come tanti antidoti al
grigiume del presente. Infine, singolare rovesciamento, esse possono prefigurarci il
futuro, suggerendoci che noi non abbiamo inventato nulla, che esse conoscevano già i
benefici o gli orrori scientifici che noi oggi riusciamo ad intravedere. Ed è quindi il
mondo esterno che sembra giunto al suo termine, o quanto meno che sembra minacciato di
essere distrutto.
I pretesti sono chiari; le poste in gioco pure; e i dibattiti sono
quindi aperti. O almeno lo sono a meno che il tema delle città perdute si stia
indebolendo, imbozzolandosi in se stesso. Infatti, le storie sul tema delle città perdute
si sono rarefatte, man mano che sono progredite le esplorazioni delle lande più isolate
del nostro pianeta. Tuttavia, forse la rarefazione delle storie su questo tema non si
farà sentire nel cuore e nello spirito dei lettori, essendo cuore e spirito ricettacoli
dei loro timori, delle loro speranze o, semplicemente, delle loro nostalgie? Certo, queste
città perdute sono oggi divenute extra-planetarie, extra-dimensionali, extra-temporali o
virtuali, ma spesso hanno perduto la magia che un tempo le permeava. Oppure, può essere
che sia stata la nostra modernità ad allontanarci da esse? Per quanto tempo ancora le
città perdute rimarranno in noi? Senza dubbio, per più tempo di quanto sarà necessario
per cancellare l'esistenza del modello greco-romano che ha forgiato l'anima della civiltà
occidentale. Noi, in tale modello, ci identifichiamo ancora troppo fortemente. Dopo tutto,
queste città perdute non hanno cancellato il mito dell'età dell'oro o del paradiso
perduto che le ha precedute, ma vi si sono sovrapposte oppure l'hanno recuperato. Del
resto, una nostalgia non ne scaccia decisamente un'altra. Tutto questo vi rassicura?
Titolo originale: En quête des cités perdus.
Copyright © 2002 by the Author.
Traduzione dal francese di Piero Giorgi.
N O T E
1
Vingt Mille Lieus sous les
Mers. Col titolo Ventimila Leghe sotto i Mari, 1a edizione in volume
Barion Editore, Sesto San Giovanni, 1929.
2
The Temple. Col titolo Il Tempio, in Pianeta
n° 2, Edizioni Leup, Firenze, maggio-giugno 1929.
3
Atlantis. Col titolo La Città Sottomarina,
Enrico Voghera Editore, Roma, 1900.
4
The Maracot Deep. Col titolo La Città
dell'Abisso, Casa Editrice Locatelli, Milano, 1929.
5
L'Atlantide Svelata: "I Romanzi di
Urania" n° 31, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, gennaio 1954.
6
Attack from Atlantis. Col titolo Uomini Bolla,
collana La Sorgente, 1a serie n° 16, casa Editrice La Sorgente, Milano, 1960.
7
Le Sette Città di Atlantide (Film).
8
L'Enigme de l'Atlantide. Col titolo L'Enigma di
Atlantide, collana (di albi a fumetti) Classici Audacia n° 39, Arnoldo Mondadori
Editore, Milano, gennaio 1967. L'avventura presentata è una delle tante che hanno per
protagonisti i due noti personaggi Blake e Mortimer.
9
L'Atlantide. Col titolo L'Atlantide,
Sonzogno Editore, Milano, 1920.
10
The Return of Tarzan. Col titolo Il Ritorno di
Tarzan, Nuova Collana di Avventure per la Gioventù, Bemporad, Firenze, 1928.
11
Tarzan and the Jewels of Opar. Col titolo Tarzan
e i Gioielli di Opar, Nuova Collana di Avventure per la Gioventù, Bemporad, Firenze,
1931.
12
Moon of Skulls. Col titolo La Luna dei Teschi,
collana Il Libro d'Oro della Fantascienza n° 2, Fanucci Editore, Roma, settembre 1979.
13
Letters from Atlantis. Col titolo Lettere da
Atlantide, collana Superjunior, 1993. Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
14
She. Col titolo La Donna Eterna, collana Il
Romanzo Mensile, anno III n° 9, Edizioni Il Corriere della Sera, settembre-ottobre 1905.
Su questo romanzo è basato uno dei più famosi episodi del fumetto Tim Tyler's Luck,
i cui giovani personaggi sono noti in Italia sotto i nomi di Cino e Franco. L'episodio in
questione è La Misteriosa Fiamma della Regina Loana, strisce giornaliere dal
23/10/1933 al 7/4/1934; questo episodio, e quello precedente dal titolo Sotto la
Bandiera del Re della Giungla (strisce giornaliere dall'8/5/1933 al 21/10/1933),
rappresentano senza alcun dubbio le più note e più affascinanti tra le varie avventure
africane dei due simpatici ed avventurosi ragazzi.
15
When the World Shook. Col titolo La Principessa
Splendente, collana I Libri di Fantasy. Il Fantastico nella Fantascienza n° 3.
Fanucci Editore, Roma, settembre 1982.
16
The Purple Sapphire. Col titolo La Grande Razza,
collana Storia della Fantascienza n° 1, Libra Editrice, Bologna, dicembre 1980.
17
Figlia del Re. Casa Editrice Alberto Stock, Roma,
1924.
18
Nel Tempio degli Uomini Talpa (Film).
19
Tarzan and the Lost Empire. Col titolo Tarzan e
l'Impero Perduto, Giunti-Bemporad-Marzocco, Firenze, maggio 1974.
20
I Kemi. Favola Scientifica. L'Editrice
Scientifica, Milano, 1949.
21
The People of the Pit. Col titolo Il Popolo
dell'Abisso, Grande Enciclopedia della Fantascienza, vol. 8, Editoriale del Drago,
Milano, 1980.
22
The Nameless City. Col titolo La Città senza
Nome, Sugar, Milano, dicembre 1973.
23
At the Mountains of Madness. Col titolo Le
Montagne della Follia, collana I Giorni n° 15, Sugar, Milano, gennaio 1966.