FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XX - ottobre 2008 - n.52 (nuova serie)

“Future Shock”, la rivista che ti aiuta a capire i problemi del nostro tempo, che interpreta la fantascienza come un ponte gettato tra le due culture oggi in conflitto, che valorizza il futuro ma anche il passato, il nostro glorioso passato classico e cristiano. SOSTIENILA!
Home

Future Shock n.52

Editoriale

Narrativa

Vorator mundi di Fabio Massa

Quantica di Fabio Nardini

Buona Morte S.p.A. di Guido Pagliarino

Il seguente racconto è tratto dall'antologia dall'omonimo titolo Quantica (Cut-Up Edizioni, La Spezia). Lo pubblichiamo per gentile concessione dell'Autore, che ringraziamo,

QUANTICA

                                   di       Fabio Nardini

 

Il cancello socchiuso, il cespuglio di lantana: sono già passato qui. Pochi minuti fa, pedalando lungo i tornanti sempre più stretti che risalgono la costa. Stranamente, non ho notato le luci bianche che punteggiano la scalinata, né la casa alla sommità del poggio, e nemmeno la grande Y che campeggia sulla targa affissa alla cancellata. Adesso che ho lasciato la bicicletta nella rastrelliera vuota accanto all'ingresso, è su quella Y che focalizzo l'attenzione. Il logo di Quantica: un segmento dell'infinito albero delle possibilità. Serve a ricordare, a chiunque abiti lì, che è solo un ospite temporaneo, agli eventuali ladri o vandali che stanno entrando in una proprietà adeguatamente tutelata. A me ricorda l'ecatombe di cose che non sono mai state.

Aprendo il cancelletto di ferro, ho un attimo di incertezza. Non c'è l'animazione della festa. Alzo gli occhi. Le finestre sono tutte illuminate, sento una risata, brusio di conversazioni, ma è tutto sottotono, anche la musica non è quella che mi aspettavo.

All tomorrow's parties.

Salire o tornare indietro?

Y. Ancora una biforcazione. Dietro di me la strada buia, l'ombra degli olivi e, più sotto, il disegno di luce della pianura, rettilinei che si incrociano, filamenti rossi e gialli che sgranano lenti il tracciato dell'autostrada. Una lunga pedalata nella notte e di nuovo a casa. Non credo di aver voglia di vedere Bernard e Cinzia questa sera; altra gente magari sì, ma non loro, almeno non solo loro.

Biforcazioni. E' il lavoro che faccio a rendermi così sensibile ai diversi rami del possibile. Quando trascorri cinque o sei ore - a volte anche otto e perfino dieci - a navigare negli scenari alternativi elaborati dal computer quantistico, giù al laboratorio di Quantica spa, è normale che la realtà perda consistenza. Decidere le più piccole cose diventa un peso quasi insostenibile, perché significa costruire un mondo intero - oppure, il che è lo stesso, distruggerne altri.

Alla fine, mi lascio andare a salire la scalinata che serpeggia tra fronde di oleandro tagliate male e piante di rosmarino. Come avevo previsto, il giardino è quasi vuoto. Ci sono piccoli gruppi riuniti intorno al gazebo; una coppia isolata sul bordo della piscina. Non conosco nessuno dei presenti, perciò faccio un gesto generico di saluto che non viene notato, e attraverso il terrazzo fino alla porta finestra spalancata sul soggiorno. L'interno è in penombra, illuminato soltanto da qualche candela e da una lampada a bioluminescenza. C'è l'impronta di una grossa società in questo arredamento alla moda, ma una moda appena retro, calibrata sul gusto di tre-quattro anni fa. Bernard vive qui da sei mesi ed è come se ci vivesse da un giorno; non c'è niente di suo, tranne un terminale organico, qualche vestito sparso in giro, una valigetta di cuoio. Quando mi affaccio dentro casa mi sembra che non ci sia nessuno; sono sul punto di voltarmi e andar via, poi mi accorgo di Cinzia che si sta versando da bere. E' in piedi davanti all'imitazione di un antico mobile indiano. Non mi vede subito. Resto fermo sulla soglia a guardarla stringere il bicchiere in una mano, scostare una ciocca di capelli dalla fronte e spingerla dietro l'orecchio.

Biforcazioni.

Cinzia alza gli occhi, la luce azzurrina della biolampada la illumina in pieno volto. Non mi vede, ma ha gli occhi fissi nella mia direzione, lo stesso sguardo vacuo di quando ci siamo detti "ciao" l'ultima volta. Il mio fantasma, quello che ha scelto di tornare indietro, sta già correndo in prossimità dell'ultimo tornante. Un altro fantasma, molto più lontano nello spazio delle possibilità, la sta abbracciando, bocca sulla bocca. Solo io sono qui, imprigionato in questo ramo.

Un passo avanti e sono dentro la stanza; Cinzia ha un cenno di sincera sorpresa, una contrazione dei muscoli facciali che per un attimo la lascia nuda e indifesa. Si riprende subito, sfoggiando il sorriso più adatto alla circostanza.

"Moreno! Ti sei deciso a venire, alla fine".

"Sono in ritardo?".

Lancia un'occhiata all'orologio. "Un po' " dice, alzando le sopracciglia. "Vieni, prendi qualcosa da bere".

"Bernard?".

"E' in giardino. Chiamalo, se vuoi".

Mi volto verso la porta finestra ma subito dopo torno a guardarla. "Ti sei trasferita qui?".

Lei mi allunga un bicchiere di vino rosso. "Non dire stronzate! Vedi qualcosa di mio?". E subito aggiunge: "No, vivo ancora nel solito alloggio per studenti. Mi ci trovo bene".

"Anche adesso che lavori per Quantica?".

"Ho un contratto a tre mesi. Non è molto diverso da quando facevo lo stage. E tu? Sei sempre a navigare?".

"Non saprei fare altro. Bernard progetta gli scenari, io ci navigo in mezzo. Funziona così da quando hanno aperto il laboratorio".

"Già. E io correggo i parametri per evitare perdite di coerenza". Fa una risata breve, stridula, dalla quale capisco che è un po' sbronza. "Hai trovato niente di interessante ultimamente?".

"Non c'è mai niente di interessante negli scenari. Simulazioni di perturbazioni in borsa, fluttuazioni monetarie, effetti a breve termine di una crisi politica in qualche lontano paese produttore di materie prime.

Tutte cose che contano per chi può permettersi di pagare la potenza di calcolo del computer quantistico; cioè grosse compagnie, fondi pensioni e investitori istituzionali. Quelli guardano all'immediato, al prossimo bilancio aziendale. Perciò i rami sono tutte adiacenze monotone. Cloni del qui-e-adesso. Una vera noia".

Sorseggio il vino. Ha un gusto aspro, quasi sgradevole. "Dopo un po' ti stanchi di cercare chissà che. Non te lo ha mai detto Bernard?".

"Bernard non parla mai di lavoro. E poi lui è più terra-terra di te. Non credo che quando progetta scenari simulati cerchi...".

"Cercare non serve a niente. Si trova e basta, a volte".

Cinzia mi lancia un'occhiata interrogativa; continuo a sorseggiare il vino, per qualche secondo restiamo tutt'e due in silenzio. A un tratto, lei mi prende la mano. "Andiamo" dice, e usciamo insieme in giardino. Mentre raggiungiamo Bernard, disteso su una sdraio in fondo al prato, cerco di ignorare la pressione delle sue dita sul palmo della mano.

"Ehi! Guarda chi è arrivato?".

Bernard gira la testa di tre quarti. Non fa nemmeno finta di alzarsi; e non credo che ne sarebbe capace. Quando fa un gesto col braccio, il bicchiere appoggiato sul bracciolo cade per terra e rotola fino a perdersi nel cespuglio di buganvillea.

"Siediti, Moreno. Ce lo siamo chiesti tutta la sera dov'eri finito".

"Ho lavorato fino a tardi".

"Hai chiuso il ramo 106?".

"Ho buttato giù il rapporto questa sera".

"Qual era la variante?".

"Caduta del governo in Indonesia in seguito a disordini popolari e dichiarazione di insolvibilità del nuovo esecutivo provvisorio".

"Ah, si! Un progetto del mese scorso, commissionato dalla Banca Europea".

Cinzia si inginocchia sull'erba. "Ne stavamo parlando poco fa, io e Moreno".

Bernard guarda la ragazza, poi alza gli occhi per lanciarmi un'occhiata interrogativa. "Parlando di cosa?".

Alzo le spalle. "Di quanto sono noiose le simulazioni. Chi ne è fuori non se lo immagina nemmeno".

"Io non sono fuori - risponde Cinzia, piccata - Lavoro a Quantica come voi".

"Intendo fuori dalla routine della progettazione e esplorazione degli scenari simulati. Operare sul processore quantistico è un'altra cosa".

"Infatti. E' per questo che sono curiosa di quello che potete aver trovato".

"Non si trova niente - interviene Bernard - Si gioca al cosa-succederebbe-se e si tirano le somme. Moreno è convinto che gli scenari abbiano una loro realtà, ma è solo un errore di prospettiva. Alla fin fine, si tratta di costrutti abbastanza rozzi".

"Rozzi? - esclamo -. Le premesse iniziali saranno anche elementari ma le simulazioni dimostrano di possedere una dinamica interna che...".

"E' successo solo una volta" tronca lì Bernard.

L'ultimo gruppo di ospiti sta andando via. Bernard si alza, barcollando meno di quanto mi aspettassi; lo vedo attraversare il prato, stringere mani, allungare pacche sulla schiena. Due donne e un uomo, colleghi anche loro.

Credo di averli incontrati un paio di volte nei laboratori.

Si allontanano salutando lungo la scalinata che porta alla strada.

Non dovrei essere qui, penso. A notte inoltrata, a chiacchierare con Bernard, che non è più mio amico, e con Cinzia, che non è la mia amante. Nella Y, ho preso la diramazione sbagliata. Una biforcazione dopo l'altra, fino a trovarmi con una coppia di estranei, in un giardino buio.

"Successo cosa?" chiede lei, secca, voltandosi verso di me. In quel momento, Bernard sta entrando in casa.

"Non so se lui vorrebbe che ne te parlassi...". Faccio un gesto verso la porta finestra del soggiorno illuminato; ma subito aggiungo: "Tu non eri ancora entrata, c'era uno scontro per il controllo del pacchetto di maggioranza di Quantica".

"Tra una compagnia russa e una svedese, giusto?".

"Sibur e Clinamen, sì. Alla fine Sibur ha vinto e adesso Quantica è una parte della holding russa".

"E questo che c'entra con noi?".

"Il direttore del centro, laggiù, nel momento più duro dello scontro ha giocato sporco, anche se alla fine non se ne è accorto nessuno ed è riuscito a saltare tranquillo sul carro dei vincitori". Mi viene da ridere a pensare quanto questa faccenda ci avesse coinvolto tutti, meno di un anno fa. "In pratica, ha utilizzato la potenza di calcolo del computer quantistico per aprire una simulazione nella quale erano gli svedesi ad avere la maggioranza. Voleva capire quali sarebbero stati i suoi vantaggi personali prima di scegliere da che parte stare".

"Ha rischiato grosso. Non è un reato l'uso privato di beni aziendali?".

In certi casi, sì. La cosa peggiore è che io e Bernard c'eravamo dentro; lui gli ha progettato il ramo, e io l'ho esplorato. Comunque, è andata bene. La simulazione è rimasta attiva un paio di giorni. La sera del secondo giorno è arrivata la notizia che Sibur aveva rastrellato abbastanza azioni da controllare Quantica e il direttore ha ordinato di chiudere e rimuovere tutti i dati. Non c'era altro da fare, naturalmente, però...". Adesso Cinzia è mezza distesa sulla sedia a sdraio, con un'aria assonnata, le braccia che penzolano tra le foglie della buganvillea. Per quanto possa essere vicina fisicamente - così vicina che riesco a sentire l'odore della sua pelle - ci sono n rami che ci separano nello spazio astratto delle possibilità; una quasi-infinità di biforcazioni, scelte sbagliate, esitazioni, fallimenti, errori. All'improvviso, ricordo una scritta tracciata su un muro: tutti i semi sono falliti, eccettuato uno.

"Sai qual era la cosa davvero strana di quella simulazione?" le chiedo allontanandomi appena da lei. Cinzia sgrana gli occhi, non risponde. In quel momento, Bernard viene a sedersi sul prato, ai piedi della sdraio, con una birra in mano. Un rivolo di schiuma scende dal collo della bottiglia e gocciola sull'erba.

"La cosa strana è che la simulazione, per funzionare, doveva contenere al suo interno Quantica: il laboratorio, tutto il personale e anche il computer quantistico. Immagina come poteva essere la navigazione! Da perderci la testa. Non capivo più quale fosse lo scenario e quale il mondo reale". Ridacchio, come se stessi scherzando.

Bernard invece è perfettamente serio quando si sporge verso di noi e dice: "Anche là dentro avevano un ramo aperto; ci stavano lavorando. Una simulazione all'interno di una simulazione: a pensarci ti vengono le vertigini. Un processo a cascata, inarrestabile. Ogni ramo che genera un intero albero delle possibilità". Accosta la bocca alla bottiglia, tracanna un lungo sorso di birra. "Non ero per niente sorpreso. Il progetto era mio. Tecnicamente, basta introdurre elementi di ricorsività nello schema del programma e il gioco è fatto. Anche Moreno era preparato. Sapeva che avrebbe dovuto dare un'occhiata al ramo secondario, quanto meno per rendersi conto di cosa si stavano occupando. Lo ha fatto, e lì è saltato fuori qualcosa di imprevisto".

Cinzia tira indietro i capelli dalla fronte. Io comincio a parlare in fretta, improvvisamente eccitato: "Non era una delle solite adiacenze al reale. Per qualche ragione, che non abbiamo mai capito, in quel ramo era stato deciso di aprire una possibilità estremamente remota. Non ho avuto tempo di verificare tutte le informazioni ma da quel poco che ho visto la divergenza con il nostro mondo doveva risalire a oltre settant'anni fa. Più o meno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Con tutta probabilità, il gap era stato provocato non dallo stravolgimento di un unico evento storico, ma da un cluster di alterazioni minime. In ogni caso, il risultato era stupefacente. Un mondo completamente diverso. Più semplice, in apparenza. Quasi elementare ma basato su una tecnologia raffinatissima. Ho mantenuto il contatto per non più di... un paio d'ore, credo, forse tre. In due momenti distinti. L'ultima sessione doveva essere quella di approfondimento, invece è arrivato l'ordine di chiudere il ramo. Ho anche cercato di posticipare la chiusura: non è servito a niente. Ormai Sibur aveva la maggioranza di Quantica, il ramo che avevamo aperto faceva parte dell'archeologia del probabile. Lo avrei abbandonato senza rimpianti non fosse stato per quella strana finestra spalancata sull'albero delle possibilità. Era come guardare un altro pianeta. Senza nessuna sensazione di estraneità, però. Come un'altra forma di esistenza, che noi tutti avremmo potuto conoscere...".

Mi interrompo. Cinzia e Bernard, che mi stanno fissando, allontanano gli occhi imbarazzati. Cosa stavo dicendo? ...se impercettibili differenze, giù, molto indietro nel percorso arborescente della storia, ci avessero indirizzato verso una Y leggermente diversa da quella che abbiamo affrontato davvero, una biforcazione nuova, una possibilità migliore. Condizioni che adesso sembrano così irreali devono essere state a un soffio da noi, in un certo momento. Mancate, sì, ma mancate di poco.

Riprendo, dopo un silenzio che sta diventando troppo pesante. "E poi, mentre ero in osservazione, appena prima che il collegamento venisse chiuso, ho avuto la sensazione che il circuito non fosse più a senso unico. Che in qualche modo la mia presenza, anche confusamente, fosse avvertita nella simulazione. Era comparsa un'agitazione nuova, una tensione del tutto estranea a quel mondo. E una scritta sulla parete di uno splendido edificio, al centro della loro città. Una scritta che prima non c'era, come un messaggio rivolto a noi: tutti i semi sono falliti, eccettuato uno".

"Cosa voleva dire?".

"Non ne ho idea. Però, se davvero il messaggio era diretto a noi suonava vagamente minaccioso, come se volesse dire: noi siamo reali, e voi no. Curioso vero? Non si trattava nemmeno più di uno scenario simulato su un computer ma di uno scenario simulato su un computer simulato, una finzione al quadrato. Eppure sembrava molto più solido degli scenari usuali, con un grado di coerenza paragonabile al nostro mondo. E, se lo vuoi sapere, anche molto più bello. Un mondo nel quale avrei potuto vivere".

Cinzia rimane zitta, tormentandosi una ciocca di capelli. Lui butta giù un altro sorso di birra. Mi rendo conto di quanto sia tardi dal traffico sull'autostrada, ormai diradato al punto che tra una coppia di punti luminosi e l'altra, a volte, passano interi secondi di buio.

Poco dopo, sto scendendo la scalinata che porta alla strada. In cancello è aperto. Appena uscito, lo richiudo dietro di me. Un rumore di metallo riempie la notte. La targa di ottone che porta inciso il logo di Quantica vibra ancora quando giro le spalle per inforcare la bicicletta.

"L'unica anomalia in tanti anni di lavoro a Quantica". Bernard aveva soffocato malamente uno sbadiglio.

"L'unico scarto...".

"Sì, ma quel ramo? non è più stato riaperto?" aveva chiesto Cinzia, alzandosi a sedere sulla sedia a sdraio.

Bernard è più pronto di me a rispondere. "Scherzi? Non interessa a nessuno. Troppo lontano. E' soltanto una possibilità morta. Anche se, forse...". Una risata, secca come un colpo di tosse, si era mangiata le ultime parole.

2003 no-copyright by Fabio Nardini

 

FABIO NARDINI è nato e vive a La Spezia. E' co-fondatore dell'Associazione Culturale "Cut-Up", un'associazione che pubblica l'omonima rivista, una collana di fumetti ed una di libri: "Strade nardini.jpg (9590 byte)perdute". E' attivo nella scena del fandom fin dall'inizio degli anni Novanta. Ha pubblicato su "Delos", "Blade Runner", "Robot", "Avvenimenti" e su numerose altre riviste telematiche e cartacee. E proprio dei racconti apparsi su queste riviste, che è fatta l'antologia Quantica, da cui è tratto il racconto che presentiamo ai lettori di "Future Shock" e che dà il titolo alla raccolta. Il libro è corredato dalle illustrazioni di Armin Barducci. Da segnalare la scelta dell'autore di rendere disponibile la riproduzione e diffusione dei contenuti del volume nel rispetto di una logica no-copyright.

.