Il seguente racconto
è tratto dall'antologia dall'omonimo titolo Quantica (Cut-Up Edizioni, La Spezia).
Lo pubblichiamo per gentile concessione dell'Autore, che ringraziamo,
QUANTICA
di Fabio Nardini
Il cancello socchiuso, il
cespuglio di lantana: sono già passato qui. Pochi minuti fa, pedalando lungo i tornanti
sempre più stretti che risalgono la costa. Stranamente, non ho notato le luci bianche che
punteggiano la scalinata, né la casa alla sommità del poggio, e nemmeno la grande Y che
campeggia sulla targa affissa alla cancellata. Adesso che ho lasciato la bicicletta nella
rastrelliera vuota accanto all'ingresso, è su quella Y che focalizzo l'attenzione. Il
logo di Quantica: un segmento dell'infinito albero delle possibilità. Serve a ricordare,
a chiunque abiti lì, che è solo un ospite temporaneo, agli eventuali ladri o vandali che
stanno entrando in una proprietà adeguatamente tutelata. A me ricorda l'ecatombe di cose
che non sono mai state.
Aprendo il cancelletto di ferro, ho un
attimo di incertezza. Non c'è l'animazione della festa. Alzo gli occhi. Le finestre sono
tutte illuminate, sento una risata, brusio di conversazioni, ma è tutto sottotono, anche
la musica non è quella che mi aspettavo.
All tomorrow's parties.
Salire o tornare indietro?
Y. Ancora una biforcazione. Dietro di me
la strada buia, l'ombra degli olivi e, più sotto, il disegno di luce della pianura,
rettilinei che si incrociano, filamenti rossi e gialli che sgranano lenti il tracciato
dell'autostrada. Una lunga pedalata nella notte e di nuovo a casa. Non credo di aver
voglia di vedere Bernard e Cinzia questa sera; altra gente magari sì, ma non loro, almeno
non solo loro.
Biforcazioni. E' il lavoro che
faccio a rendermi così sensibile ai diversi rami del possibile. Quando trascorri cinque o
sei ore - a volte anche otto e perfino dieci - a navigare negli scenari alternativi
elaborati dal computer quantistico, giù al laboratorio di Quantica spa, è normale che la
realtà perda consistenza. Decidere le più piccole cose diventa un peso quasi
insostenibile, perché significa costruire un mondo intero - oppure, il che è lo stesso,
distruggerne altri.
Alla fine, mi lascio andare a salire la
scalinata che serpeggia tra fronde di oleandro tagliate male e piante di rosmarino. Come
avevo previsto, il giardino è quasi vuoto. Ci sono piccoli gruppi riuniti intorno al
gazebo; una coppia isolata sul bordo della piscina. Non conosco nessuno dei presenti,
perciò faccio un gesto generico di saluto che non viene notato, e attraverso il terrazzo
fino alla porta finestra spalancata sul soggiorno. L'interno è in penombra, illuminato
soltanto da qualche candela e da una lampada a bioluminescenza. C'è l'impronta di una
grossa società in questo arredamento alla moda, ma una moda appena retro, calibrata sul
gusto di tre-quattro anni fa. Bernard vive qui da sei mesi ed è come se ci vivesse da un
giorno; non c'è niente di suo, tranne un terminale organico, qualche vestito sparso in
giro, una valigetta di cuoio. Quando mi affaccio dentro casa mi sembra che non ci sia
nessuno; sono sul punto di voltarmi e andar via, poi mi accorgo di Cinzia che si sta
versando da bere. E' in piedi davanti all'imitazione di un antico mobile indiano. Non mi
vede subito. Resto fermo sulla soglia a guardarla stringere il bicchiere in una mano,
scostare una ciocca di capelli dalla fronte e spingerla dietro l'orecchio.
Biforcazioni.
Cinzia alza gli occhi, la luce azzurrina
della biolampada la illumina in pieno volto. Non mi vede, ma ha gli occhi fissi nella mia
direzione, lo stesso sguardo vacuo di quando ci siamo detti "ciao" l'ultima
volta. Il mio fantasma, quello che ha scelto di tornare indietro, sta già correndo in
prossimità dell'ultimo tornante. Un altro fantasma, molto più lontano nello spazio delle
possibilità, la sta abbracciando, bocca sulla bocca. Solo io sono qui, imprigionato in
questo ramo.
Un passo avanti e sono dentro la stanza;
Cinzia ha un cenno di sincera sorpresa, una contrazione dei muscoli facciali che per un
attimo la lascia nuda e indifesa. Si riprende subito, sfoggiando il sorriso più adatto
alla circostanza.
"Moreno! Ti sei deciso a venire,
alla fine".
"Sono in ritardo?".
Lancia un'occhiata all'orologio.
"Un po' " dice, alzando le sopracciglia. "Vieni, prendi qualcosa da
bere".
"Bernard?".
"E' in giardino. Chiamalo, se
vuoi".
Mi volto verso la porta finestra ma
subito dopo torno a guardarla. "Ti sei trasferita qui?".
Lei mi allunga un bicchiere di vino
rosso. "Non dire stronzate! Vedi qualcosa di mio?". E subito aggiunge: "No,
vivo ancora nel solito alloggio per studenti. Mi ci trovo bene".
"Anche adesso che lavori per
Quantica?".
"Ho un contratto a tre mesi. Non è
molto diverso da quando facevo lo stage. E tu? Sei sempre a navigare?".
"Non saprei fare altro. Bernard
progetta gli scenari, io ci navigo in mezzo. Funziona così da quando hanno aperto il
laboratorio".
"Già. E io correggo i parametri
per evitare perdite di coerenza". Fa una risata breve, stridula, dalla quale capisco
che è un po' sbronza. "Hai trovato niente di interessante ultimamente?".
"Non c'è mai niente di
interessante negli scenari. Simulazioni di perturbazioni in borsa, fluttuazioni monetarie,
effetti a breve termine di una crisi politica in qualche lontano paese produttore di
materie prime.
Tutte cose che contano per chi può
permettersi di pagare la potenza di calcolo del computer quantistico; cioè grosse
compagnie, fondi pensioni e investitori istituzionali. Quelli guardano all'immediato, al
prossimo bilancio aziendale. Perciò i rami sono tutte adiacenze monotone. Cloni del
qui-e-adesso. Una vera noia".
Sorseggio il vino. Ha un gusto aspro,
quasi sgradevole. "Dopo un po' ti stanchi di cercare chissà che. Non te lo ha mai
detto Bernard?".
"Bernard non parla mai di lavoro. E
poi lui è più terra-terra di te. Non credo che quando progetta scenari simulati
cerchi...".
"Cercare non serve a niente. Si
trova e basta, a volte".
Cinzia mi lancia un'occhiata
interrogativa; continuo a sorseggiare il vino, per qualche secondo restiamo tutt'e due in
silenzio. A un tratto, lei mi prende la mano. "Andiamo" dice, e usciamo insieme
in giardino. Mentre raggiungiamo Bernard, disteso su una sdraio in fondo al prato, cerco
di ignorare la pressione delle sue dita sul palmo della mano.
"Ehi! Guarda chi è
arrivato?".
Bernard gira la testa di tre quarti. Non
fa nemmeno finta di alzarsi; e non credo che ne sarebbe capace. Quando fa un gesto col
braccio, il bicchiere appoggiato sul bracciolo cade per terra e rotola fino a perdersi nel
cespuglio di buganvillea.
"Siediti, Moreno. Ce lo siamo
chiesti tutta la sera dov'eri finito".
"Ho lavorato fino a tardi".
"Hai chiuso il ramo 106?".
"Ho buttato giù il rapporto questa
sera".
"Qual era la variante?".
"Caduta del governo in Indonesia in
seguito a disordini popolari e dichiarazione di insolvibilità del nuovo esecutivo
provvisorio".
"Ah, si! Un progetto del mese
scorso, commissionato dalla Banca Europea".
Cinzia si inginocchia sull'erba.
"Ne stavamo parlando poco fa, io e Moreno".
Bernard guarda la ragazza, poi alza gli
occhi per lanciarmi un'occhiata interrogativa. "Parlando di cosa?".
Alzo le spalle. "Di quanto sono
noiose le simulazioni. Chi ne è fuori non se lo immagina nemmeno".
"Io non sono fuori - risponde
Cinzia, piccata - Lavoro a Quantica come voi".
"Intendo fuori dalla routine della
progettazione e esplorazione degli scenari simulati. Operare sul processore quantistico è
un'altra cosa".
"Infatti. E' per questo che sono
curiosa di quello che potete aver trovato".
"Non si trova niente - interviene
Bernard - Si gioca al cosa-succederebbe-se e si tirano le somme. Moreno è convinto che
gli scenari abbiano una loro realtà, ma è solo un errore di prospettiva. Alla fin fine,
si tratta di costrutti abbastanza rozzi".
"Rozzi? - esclamo -. Le premesse
iniziali saranno anche elementari ma le simulazioni dimostrano di possedere una dinamica
interna che...".
"E' successo solo una volta"
tronca lì Bernard.
L'ultimo gruppo di ospiti sta andando
via. Bernard si alza, barcollando meno di quanto mi aspettassi; lo vedo attraversare il
prato, stringere mani, allungare pacche sulla schiena. Due donne e un uomo, colleghi anche
loro.
Credo di averli incontrati un paio di
volte nei laboratori.
Si allontanano salutando lungo la
scalinata che porta alla strada.
Non dovrei essere qui, penso. A notte
inoltrata, a chiacchierare con Bernard, che non è più mio amico, e con Cinzia, che non
è la mia amante. Nella Y, ho preso la diramazione sbagliata. Una biforcazione dopo
l'altra, fino a trovarmi con una coppia di estranei, in un giardino buio.
"Successo cosa?" chiede
lei, secca, voltandosi verso di me. In quel momento, Bernard sta entrando in casa.
"Non so se lui vorrebbe che ne te
parlassi...". Faccio un gesto verso la porta finestra del soggiorno illuminato; ma
subito aggiungo: "Tu non eri ancora entrata, c'era uno scontro per il controllo del
pacchetto di maggioranza di Quantica".
"Tra una compagnia russa e una
svedese, giusto?".
"Sibur e Clinamen, sì. Alla fine
Sibur ha vinto e adesso Quantica è una parte della holding russa".
"E questo che c'entra con
noi?".
"Il direttore del centro, laggiù,
nel momento più duro dello scontro ha giocato sporco, anche se alla fine non se ne è
accorto nessuno ed è riuscito a saltare tranquillo sul carro dei vincitori". Mi
viene da ridere a pensare quanto questa faccenda ci avesse coinvolto tutti, meno di un
anno fa. "In pratica, ha utilizzato la potenza di calcolo del computer quantistico
per aprire una simulazione nella quale erano gli svedesi ad avere la maggioranza. Voleva
capire quali sarebbero stati i suoi vantaggi personali prima di scegliere da che parte
stare".
"Ha rischiato grosso. Non è un
reato l'uso privato di beni aziendali?".
In certi casi, sì. La cosa peggiore è
che io e Bernard c'eravamo dentro; lui gli ha progettato il ramo, e io l'ho esplorato.
Comunque, è andata bene. La simulazione è rimasta attiva un paio di giorni. La sera del
secondo giorno è arrivata la notizia che Sibur aveva rastrellato abbastanza azioni da
controllare Quantica e il direttore ha ordinato di chiudere e rimuovere tutti i dati. Non
c'era altro da fare, naturalmente, però...". Adesso Cinzia è mezza distesa sulla
sedia a sdraio, con un'aria assonnata, le braccia che penzolano tra le foglie della
buganvillea. Per quanto possa essere vicina fisicamente - così vicina che riesco a
sentire l'odore della sua pelle - ci sono n rami che ci separano nello spazio
astratto delle possibilità; una quasi-infinità di biforcazioni, scelte sbagliate,
esitazioni, fallimenti, errori. All'improvviso, ricordo una scritta tracciata su un muro: tutti
i semi sono falliti, eccettuato uno.
"Sai qual era la cosa davvero
strana di quella simulazione?" le chiedo allontanandomi appena da lei. Cinzia sgrana
gli occhi, non risponde. In quel momento, Bernard viene a sedersi sul prato, ai piedi
della sdraio, con una birra in mano. Un rivolo di schiuma scende dal collo della bottiglia
e gocciola sull'erba.
"La cosa strana è che la
simulazione, per funzionare, doveva contenere al suo interno Quantica: il laboratorio,
tutto il personale e anche il computer quantistico. Immagina come poteva essere la
navigazione! Da perderci la testa. Non capivo più quale fosse lo scenario e quale il
mondo reale". Ridacchio, come se stessi scherzando.
Bernard invece è perfettamente serio
quando si sporge verso di noi e dice: "Anche là dentro avevano un ramo aperto; ci
stavano lavorando. Una simulazione all'interno di una simulazione: a pensarci ti vengono
le vertigini. Un processo a cascata, inarrestabile. Ogni ramo che genera un intero albero
delle possibilità". Accosta la bocca alla bottiglia, tracanna un lungo sorso di
birra. "Non ero per niente sorpreso. Il progetto era mio. Tecnicamente, basta
introdurre elementi di ricorsività nello schema del programma e il gioco è fatto. Anche
Moreno era preparato. Sapeva che avrebbe dovuto dare un'occhiata al ramo secondario,
quanto meno per rendersi conto di cosa si stavano occupando. Lo ha fatto, e lì è saltato
fuori qualcosa di imprevisto".
Cinzia tira indietro i capelli dalla
fronte. Io comincio a parlare in fretta, improvvisamente eccitato: "Non era una delle
solite adiacenze al reale. Per qualche ragione, che non abbiamo mai capito, in quel ramo
era stato deciso di aprire una possibilità estremamente remota. Non ho avuto tempo di
verificare tutte le informazioni ma da quel poco che ho visto la divergenza con il nostro
mondo doveva risalire a oltre settant'anni fa. Più o meno alla metà degli anni Sessanta
del secolo scorso. Con tutta probabilità, il gap era stato provocato non dallo
stravolgimento di un unico evento storico, ma da un cluster di alterazioni minime. In ogni
caso, il risultato era stupefacente. Un mondo completamente diverso. Più semplice, in
apparenza. Quasi elementare ma basato su una tecnologia raffinatissima. Ho mantenuto il
contatto per non più di... un paio d'ore, credo, forse tre. In due momenti distinti.
L'ultima sessione doveva essere quella di approfondimento, invece è arrivato l'ordine di
chiudere il ramo. Ho anche cercato di posticipare la chiusura: non è servito a niente.
Ormai Sibur aveva la maggioranza di Quantica, il ramo che avevamo aperto faceva parte
dell'archeologia del probabile. Lo avrei abbandonato senza rimpianti non fosse stato per
quella strana finestra spalancata sull'albero delle possibilità. Era come guardare un
altro pianeta. Senza nessuna sensazione di estraneità, però. Come un'altra forma di
esistenza, che noi tutti avremmo potuto conoscere...".
Mi interrompo. Cinzia e Bernard, che mi
stanno fissando, allontanano gli occhi imbarazzati. Cosa stavo dicendo? ...se
impercettibili differenze, giù, molto indietro nel percorso arborescente della storia, ci
avessero indirizzato verso una Y leggermente diversa da quella che abbiamo affrontato
davvero, una biforcazione nuova, una possibilità migliore. Condizioni che adesso sembrano
così irreali devono essere state a un soffio da noi, in un certo momento. Mancate, sì,
ma mancate di poco.
Riprendo, dopo un silenzio che sta
diventando troppo pesante. "E poi, mentre ero in osservazione, appena prima che il
collegamento venisse chiuso, ho avuto la sensazione che il circuito non fosse più a senso
unico. Che in qualche modo la mia presenza, anche confusamente, fosse avvertita nella
simulazione. Era comparsa un'agitazione nuova, una tensione del tutto estranea a quel
mondo. E una scritta sulla parete di uno splendido edificio, al centro della loro città.
Una scritta che prima non c'era, come un messaggio rivolto a noi: tutti i semi sono
falliti, eccettuato uno".
"Cosa voleva dire?".
"Non ne ho idea. Però, se davvero
il messaggio era diretto a noi suonava vagamente minaccioso, come se volesse dire: noi
siamo reali, e voi no. Curioso vero? Non si trattava nemmeno più di uno scenario simulato
su un computer ma di uno scenario simulato su un computer simulato, una finzione al
quadrato. Eppure sembrava molto più solido degli scenari usuali, con un grado di coerenza
paragonabile al nostro mondo. E, se lo vuoi sapere, anche molto più bello. Un mondo nel
quale avrei potuto vivere".
Cinzia rimane zitta, tormentandosi una
ciocca di capelli. Lui butta giù un altro sorso di birra. Mi rendo conto di quanto sia
tardi dal traffico sull'autostrada, ormai diradato al punto che tra una coppia di punti
luminosi e l'altra, a volte, passano interi secondi di buio.
Poco dopo, sto scendendo la scalinata
che porta alla strada. In cancello è aperto. Appena uscito, lo richiudo dietro di me. Un
rumore di metallo riempie la notte. La targa di ottone che porta inciso il logo di
Quantica vibra ancora quando giro le spalle per inforcare la bicicletta.
"L'unica anomalia in tanti anni di
lavoro a Quantica". Bernard aveva soffocato malamente uno sbadiglio.
"L'unico scarto...".
"Sì, ma quel ramo? non è
più stato riaperto?" aveva chiesto Cinzia, alzandosi a sedere sulla sedia a sdraio.
Bernard è più pronto di me a
rispondere. "Scherzi? Non interessa a nessuno. Troppo lontano. E' soltanto una
possibilità morta. Anche se, forse...". Una risata, secca come un colpo di tosse, si
era mangiata le ultime parole.
2003 no-copyright by Fabio Nardini
FABIO
NARDINI è nato e vive a La Spezia. E' co-fondatore dell'Associazione Culturale
"Cut-Up", un'associazione che pubblica l'omonima rivista, una collana di fumetti
ed una di libri: "Strade perdute". E' attivo nella scena
del fandom fin dall'inizio degli anni Novanta. Ha pubblicato su "Delos",
"Blade Runner", "Robot", "Avvenimenti" e su numerose altre
riviste telematiche e cartacee. E proprio dei racconti apparsi su queste riviste, che è
fatta l'antologia Quantica, da cui è tratto il racconto che presentiamo ai lettori
di "Future Shock" e che dà il titolo alla raccolta. Il libro è corredato dalle
illustrazioni di Armin Barducci. Da segnalare la scelta dell'autore di rendere disponibile
la riproduzione e diffusione dei contenuti del volume nel rispetto di una logica
no-copyright.
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