FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XX - ottobre 2008 - n.52 (nuova serie)

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Future Shock n.52

Editoriale

Narrativa

Vorator mundi di Fabio Massa

Quantica di Fabio Nardini

Buona Morte S.p.A. di Guido Pagliarino

Racconto giunto terzo al Premio "Akery" 2003. Si pubblica per gentile concessione dell'Autore.

Vorator Mundi

                                               di      Fabio Massa

Un devastante terremoto squassò l’intera superficie del pianeta, sbriciolando le montagne. Era un mondo morente colpito da un terribile cancro, che in poco tempo aveva spazzato via ogni forma di vita.

Il male che albergava nelle sue viscere stava emergendo per dare vita all’ultimo atto della sua nefasta opera. Il grande leviatano aveva sempre fuggito la luce, ma ora, per il futuro della sua specie, doveva affrontare i letali raggi solari. Tutte le fonti di nutrimento erano esaurite, condannandolo a sicura morte. Ma il suo sacrificio avrebbe garantito un seguito a quella terribile stirpe di divoratori di pianeti.

Le sei, chilometriche braccia, pesanti milioni di tonnellate, con uno sforzo ai limiti del sopportabile si ersero in direzione delle stelle, mentre i lunghi tentacoli mobili le avvolgevano, indurendosi per fungere da scudo protettivo. Una volta superata l’atmosfera, da ognuno dei fori all’estremità dei giganteschi tentacoli furono espulse milioni di uova. Si sarebbero disperse nel cosmo, alla ricerca di mondi ricchi di vita.

Avevano un diametro di 100 metri, ma risultavano microscopiche rispetto alla ciclopica madre.

Erano dotate di un formidabile meccanismo di ibernazione, che gli consentiva di restare là fuori in attesa per lunghissimo tempo. Il letargo si sarebbe automaticamente interrotto al contatto dell’uovo con una superficie solida. Ma nella maggior parte dei casi l’impatto sarebbe avvenuto su un pianeta sterile, azzerando ogni possibilità di sopravvivenza.

Quando anche l’ultimo uovo fu espulso, la madre, esausta e ferita a morte dai raggi solari, che come lame affilate incidevano le sue carni, lasciò cadere le sei appendici provocando l’ennesimo terremoto. Il suo ciclo era terminato, ma prima o poi una delle innumerevoli uova avrebbe intercettato un pianeta ricco di nutrienti forme di vita.

Marte: 600 milioni di anni fa.

* * *

Pianeta Terra: oggi.

Era la Notte di S. Lorenzo quando un oggetto non identificato superò la luna, puntando dritto verso la Terra. Attraversò l’atmosfera illuminando il cielo del Delaware. L’impatto fu terribile, e una potente onda sismica si espanse per l’intero Stato.

Il presunto meteorite si era conficcato nel terreno, in aperta campagna. Era penetrato quasi del tutto, lasciando fuori una delle due estremità leggermente appuntite che lo caratterizzavano. Presto l’intera zona fu occupata dall’esercito, sotto la supervisione del pluridecorato generale Waine: un residuato bellico estratto apposta dalla naftalina per quella che sembrava la classica missione di identificazione di un normale meteorite fuori taglia. Trattandosi comunque di un’area pianeggiante piuttosto vasta, furono necessari molti uomini e decine di mezzi pesanti per delimitarla, allo scopo di evitare intrusioni non autorizzate durante gli accertamenti di rito.

Il colpevole della tremenda scossa sismica era proprio una meteora, ma alquanto singolare. La forma infatti ricordava un enorme chicco di caffè. La superficie era scura e incredibilmente compatta: non c’erano spaccature, neppure una piccola crepa. La parte che usciva dal terreno era lunga una decina di metri, ma il 90% di quel bolide era là sotto, celato agli sguardi indagatori degli umani.

A venti ore di distanza dall’impatto ci furono altre due scosse, per fortuna più lievi, in grado però di terrorizzare i residenti dei vicini centri abitati. Con l’aiuto degli elicotteri militari fu subito trasportata sul posto una grande trivella in grado di perforare anche la roccia più dura, e uno scavatore radiocomandato equi-paggiato con una telecamera capace di realizzare riprese piuttosto nitide in assoluta mancanza di luce, grazie a un sofisticato sistema a infrarossi.

Una volta calato nel tunnel, lo scavatore scomparve nel terreno adiacente al meteorite. Nel frattempo, era anche giunta sul posto un’equipe di scienziati formata da astronomi, geologi, ingegneri spaziali e biologi : tutti impazienti di analizzare quello strano oggetto. Quando, dopo essere sceso per una novantina di metri, lo scavatore giunse finalmente all’estremità di quel blocco compatto, sul volto dei presenti si disegnò la stessa espressione di stupore. Davanti ai loro occhi si presentarono due enormi aperture dalle quali colava una sostanza viscosa, che presto imbrattò l’occhio della telecamera compromettendone la visuale.

"Ma che diavolo è?", tuonò il generale Waine, aggrottando le sopracciglia.

Appena lo scavatore riemerse, venne subito prelevato un campione di quello strano muco che aveva sporcato l’obiettivo; e quando risultò trattarsi di materiale organico, il mondo scientifico entrò in fermento. Era il primo caso di ritrovamento di materia organica extraterrestre: un evento sensazionale. La sostanza era molto simile al liquido amniotico, anche se assai più ricca di nutrienti.

A tempo di record fu organizzata la seconda missione. Ma questa volta, una spedizione formata da 16 uomini: 12 militari e 4 scienziati, coordinati dal colonnello Blake, avrebbe tentato di penetrare all’interno delle aperture per scattare foto e prelevare campioni. Blake era il perfetto Secondo per il generale Waine. Non faceva mai domande, eseguiva gli ordini senza fiatare, e all’occorrenza non perdeva occasione per tessere le lodi del generale, neanche si trattasse del padre. Per sicurezza, tutti i componenti della spedizione furono equipaggiati con tute protettive, oltre ad un armamento leggero, infrarossi e l’immancabile telecamera. Giunto a destinazione, il gruppo si imbatté in due tunnel, uno dei quali decisamente più largo; e quando si inoltrarono per saperne di più, rimasero presto invischiati nella stessa sostanza organica ritrovata sulle pareti interne del bolide.

A quel punto, il colonnello Blake illuminò il tunnel con una delle potenti torce, dopodiché comunicò alla base che non se ne vedeva la fine, attendendo gli ordini in religioso silenzio. Gli venne trasmesso di rientrare: proprio quello che sperava di sentire, visto che la situazione iniziava a essere piuttosto inquietante.

Si rendeva quindi necessaria una seconda missione di esplorazione, utilizzando mezzi sotterranei in grado di percorrere agevolmente i due tunnel. Ma tutto fu sospeso, perché nei giorni che seguirono furono avvertite una miriade di scosse di piccola e media intensità, che rendevano troppo rischiosa un’eventuale incursione sotterranea, visto che le pareti dei tunnel avrebbero potuto cedere da un momento all’altro.

I terremoti avevano luogo quasi esclusivamente di notte, e i geologi non riuscivano a dare una spiegazione logica a quel fatto a dir poco curioso. La terra tremava di continuo, e in alcuni punti si erano aperte enormi crepe. Gli abitanti delle case sparse nell’area a rischio furono subito evacuati, e questo comportò non pochi problemi.

* * *

 

Poi, a dieci giorni dall’impatto, alle 3:00 del mattino, giunse la chiamata di un uomo, che con voce concitata richiedeva l’intervento dei militari per salvarlo da quelli che definiva "Esseri infernali". L’individuo in questione era un contadino che viveva a un centinaio di chilometri dallo schianto: distanza fino ad ora considerata sicura.

Lì per lì sembrò trattarsi di uno scherzo. Ma nel momento in cui giunse anche la segnalazione della polizia locale, l’esercito si decise a intervenire. Quando la prima guarnigione arrivò sul posto, assistette a uno spettacolo irreale. Nel buio quasi totale, in mezzo a un vasto terreno incolto, si agitava una gigantesca massa.

"Ci vuole più luce. Portate i riflettori!" ordinò il generale Waine.

Una volta accesi, i due fari illuminarono una strana creatura intenta a nutrirsi. Strappava brandelli di tessuto da un essere identico utilizzando lunghe appendici mobili terminanti con una bocca munita di piccoli denti affilati.

"Hanno lottato tra di loro, finché uno dei due non è stramazzato. Poi l’altro ha subito iniziato a mangiarselo con quei tentacoli schifosi", balbettò il contadino che li aveva avvertiti. Ma Waine, ipnotizzato da quell’essere, quasi non lo sentì. Faceva già abbastanza fatica a credere ai propri occhi.

Fu questione di poco, e la creatura, infastidita dai fari, scivolò sotto terra abbandonando la carcassa del suo simile. Fu allora che i militari, su ordine del generale, iniziarono ad avanzare con i mezzi blindati. La loro marcia venne però interrotta bruscamente da una forte scossa tellurica, che accompagnò la scomparsa di quel che restava della carcassa. Il vincitore non aveva alcuna intenzione di rinunciare a un così lauto pasto. Ogni singolo uovo della grande madre conteneva due gemelli: un maschio e una femmina. Subito dopo la schiusa, il maschio fecondava la femmina, dopodiché veniva divorato dalla stessa, più aggressiva e di dimensioni quasi doppie. Non ci sarebbe infatti stato abbastanza cibo per sfamare due tali titani. Solo la femmina doveva raggiungere l’età adulta, per poi completare il ciclo vitale, che si sarebbe concluso con la liberazione delle uova nel cosmo. E così, il ruolo del maschio si riduceva a riproduttore e a ottima fonte di nutrimento: una tecnica già attuata con successo dalla mantide religiosa e dalla vedova nera.

* * *

Quando i primi raggi solari illuminarono quella strana mattina, sul posto erano già giunti gli scienziati, seguiti dagli immancabili giornalisti; anche se questi ultimi venivano tenuti a debita distanza da un cordone di militari armati fino ai denti.

Nel punto in cui era scomparso quell’essere mostruoso era rimasto un gigantesco tunnel, che si interrompeva a una trentina di metri di profondità: come se la creatura l’avesse tappato di proposito "Forse per evitare visite sgradite" aveva commentato uno degli scienziati. Il terreno era disseminato di piccoli brandelli della carcassa sparita nel sottosuolo, ma a pochi metri di distanza era stato anche individuato un lungo tentacolo reciso. Era estremamente elastico, e il tessuto aveva la capacità di triplicare il diametro.

I biologi avrebbero finalmente potuto vedere da vicino quella strana bocca a ventosa capace di dilaniare le carni con estrema facilità. E in seguito, sezionando il tentacolo con il bisturi laser, avrebbero estratto una poltiglia simile al bolo, triturata dalle placche taglienti disseminate all’interno della lunga e flessibile gola. Si trattava dei resti dell’altra creatura perita nello scontro.

Le bocche staccavano grossi pezzi di tessuto, tritandoli e spedendo quella poltiglia facilmente assimilabile nei sei giganteschi stomaci posizionati alla base di ogni singolo braccio.

L’uomo che aveva avvertito i militari aveva confidato loro di aver visto centinaia di quelle bocche tentacolari, e questo non faceva presagire nulla di buono. Inoltre, continuava a ripetere di aver individuato il mastodontico corpo dal quale fuoriuscivano le appendici.

Certo, lo choc poteva aver giocato un brutto scherzo al contadino. Ma purtroppo per gli abitanti del Terra, quello che aveva visto, oltre a essere reale, era soltanto una piccola parte di quell’essere che cresceva di ora in ora. A causa della mole, presto non sarebbe più stato in grado di spostarsi, ma continuando a espandere la sua massa, in un tempo relativamente breve avrebbe potuto allungare le sei chilometriche braccia tentacolate sull’intero globo Terrestre, utilizzando la superficie come un’immensa tavola imbandita.

E pensare che, nei giorni di quiete che seguirono l’avvistamento, i Media si accanirono contro i militari, che a detta dei giornalisti, avevano ricevuto un solo ordine: abbattere la creatura senza neppure tentare un qualsiasi contatto amichevole.

Ormai, tutto il mondo sapeva, seppur a grandi linee, cos’era successo nel Delaware; e ogni nazione si era fatta una propria idea sull’accaduto. C’era anche chi pensava che fosse tutta una montatura, o che si trattasse di un esperimento di guerra biologica finito male. Troppi film erano stati fatti sull’argomento, e non avevano certo giovato al buon senso dei terrestri. L’Homo Sapiens Sapiens si stava rivelando decisamente meno sapiens del previsto. Comparvero addirittura dei sondaggi, dove si chiedeva al pubblico di dare il proprio voto a favore, o contro l’essere venuto dallo spazio profondo.

Ovviamente, la quasi totalità dei partecipanti optò per la salvaguardia di quello che per alcune sette religiose era già diventato una sorta di Messaggero degli Dei.

* * *

Nel frattempo, mentre i dibattiti all’ultimo sangue si moltiplicavano, facendo alzare vertiginosamente l’ascolto delle emittenti che li trasmettevano, gli scienziati tentavano di capire con cosa avessero a che fare. E i militari, sempre coordinati dal generale Waine, stavano studiando un piano per tentare di accerchiare l’essere, che si supponeva fosse ancora là sotto.

Poi, il sesto giorno, scoppiò il finimondo. Da Milford, una cittadina che distava poco più di 20 chilometri dal punto di emersione della creatura, alle 3:05 giunse una chiamata dal dipartimento locale di polizia. L’uomo, in un discorso confuso e delirante, urlava che migliaia di grossi serpenti senza occhi erano improvvisamente sbucati dal sottosuolo e stavano devastando la città, ingoiando tutto, abitanti compresi. In sottofondo si sentivano grida disperate e colpi di fucile, finché la comunicazione si interruppe bruscamente, e ogni tentativo per ripristinare il contatto risultò vano.

Quella non fu l’unica segnalazione. In rapida successione ne giunsero altre cinque: tutte circoscritte in un raggio di 20 chilometri dal punto in cui i due esseri avevano ingaggiato la battaglia mortale. Si trattava di Grensboro, della grande baia del Delaware, Greenwood, Denton e Harrington.

In poco meno di un’ora decollarono sei squadriglie di caccia dotati di infrarossi. Il primo contatto avvenne a Milford. La squadriglia Alfa giunse sull’obiettivo alle 3:50 am. La cittadina era invasa da migliaia di lunghissimi tentacoli che avvolgevano le case, penetrando dalle finestre ed estraendo le persone per divorarle. Ma quelle strane appendici mobili fuoriuscivano anche dal terreno circostante il centro abitato, a perdita d’occhio. Ingoiavano tutto: alberi, animali, gente che tentava invano di fuggire per i campi. Era un vero massacro; e nessuno sembrava poter scampare a quelle bocche fameliche. Centinaia di veicoli si ammassavano per uscire dalla piccola città, causando tamponamenti a catena. Alcuni piloti, abbassandosi, dissero di aver visto molti automobilisti investire delle persone pur di proseguire la loro folle corsa verso la salvezza: una scena apocalittica.

Quando atterrarono gli elicotteri cargo, un grosso incendio stava già avvolgendo due isolati. Cinquecento marines, comandati dal colonnello Blake, si disposero a ventaglio, avanzando serrati verso l’inferno. Ma non ebbero neppure il tempo di decidere sul da farsi, che da sotto i loro piedi emersero altri tentacoli, afferrandoli uno dopo l’altro. Lo stesso Blake fece appena in tempo a ordinare la ritirata, dopodiché, quasi senza rendersene conto, scomparve in una di quelle orribili bocche dentate. Un duro colpo per il generale Waine, che non avrebbe mai più trovato un simile leccaculo.

I militari superstiti retrocessero verso gli elicotteri, sparando all’impaz-zata contro i tentacoli. Gli scaricarono addosso un intero arsenale: bombe, proiettili perforanti, fuoco dei lanciafiamme. Ma più ne colpivano, e più altri li sostituivano, spuntando ovunque. Anche Harrington fu devastata, mentre Denton, Greenwood e Greensboro vennero solo sfiorate da quelli che tutti pensavano fossero singoli esseri che agivano simultaneamente.

L’inferno cessò alle prime luci dell’alba.

Con la stessa rapidità con cui erano comparsi, i tentacoli sparirono nel sottosuolo, lasciandosi dietro una scia di morte e distruzione. In quella notte da incubo avevano perso la vita più di 20.000 persone, e due piccole città erano andate praticamente distrutte. Le altre tre invece avevano subìto danni più lievi, pur contando un certo numero di vittime. Anche la natura era stata colpita duramente. Erano spariti alberi, animali selvatici e domestici. Quasi nulla era stato risparmiato.

Un pescatore, che in quel momento stava calando le reti nella baia, raccontò ai militari di aver visto migliaia di lunghi tentacoli emergere dall’oceano, prendendo di mira un grande branco di delfini, che avevano inutilmente tentato di sottrarsi balzando fuori dall’acqua. Disse che anche la sua barca era stata attaccata; e che se non fosse stato per la prontezza con cui aveva messo in moto e si era allontanato a tutta velocità, anche lui sarebbe finito nello stomaco di uno di quei serpentacci.

 

* * *

In fretta e furia fu improntato un nuovo piano. Esercito e NASA avrebbero unito le forze per individuare le creature; e grazie al GeoSat, un satellite di fabbricazione italo-americana, sarebbero stati in grado di localizzare l’essere, che si supponeva emanasse un minimo di calore. Nato per studiare l’attività vulcanica sotterranea, il GeoSat era in grado di percepire una piccola fonte di calore anche a più di 400 metri di profondità grazie ai termo-sensori. E così fu.

Una volta intercettato il parassita, un obiettivo ultrasensibile ne evidenziò la fisionomia, disegnandola con precisione quasi assoluta. Militari e scienziati non poterono credere ai propri occhi quando si resero conto che si trattava di un’unica, gigantesca creatura che si estendeva per decine di chilometri. Era immobile, posizionata a 200 metri dalla superficie. Aveva finalmente mostrato il suo vero volto: un super predatore in cima a tutte le catene alimentari dell’universo.

"Sembra una fottuta stella marina", commentò il generale Waine, grattandosi il mento e pensando a un modo per sbarazzarsi di quell’essere titanico.

Gli scienziati si accorsero subito che l’alieno era in costante crescita, tanto che lo si poteva notare a occhio nudo. Sembrava guadagnare metri di ora in ora, anche se, fortunatamente, aveva interrotto ogni attività superficiale.

"E’ probabile che questa tregua sia dovuta al fatto che stia assimilando, o per meglio dire digerendo il cibo che ha consumato in superficie", spiegò uno dei biologi.

"E quanto ci metterà il bastardo?" domandò il generale, osservando con odio l’immagine leggermente sfocata del suo nemico proiettata dal GeoSat.

"Se i tempi di assimilazione sono gli stessi, circa sei giorni: tanto gli era servito per digerire l’altra creatura", rispose l’uomo, specificando però che si trattava solo di un’ipotesi, viste le scarse informazioni di cui disponevano.

"Sei giorni? E’ una miseria! Bisogna trovare subito il modo di distruggere quel bastardo prima che si mangi tutto, noi compresi!" sentenziò il generale, ordinando di avvertire l’Alto Comando.

Nel frattempo, i frammenti dei tentacoli raccolti avevano permesso agli scienziati di studiarne la struttura, scoprendo che il tessuto cutaneo era particolarmente elastico, ma nello stesso tempo perforabile da un qualsiasi oggetto affilato sul quale venisse esercitata una minima pressione.

L’unica struttura coriacea era stata osservata su uno dei tentacoli bocca reciso durante lo scontro a fuoco con i marines. Si trovava all’estre-mità; una sorta di callo osseo appuntito che gli consentiva di penetrare il terreno con grande facilità.

Per proteggere il resto del proprio corpo l’alieno si comportava come il piccolo paguro, che non avendo un guscio proprio ne utilizzava uno già pronto. Quei 200 metri abbondanti di terreno costituivano una spessa barriera tra la sua morbida pelle facilmente disidratabile e i raggi solari, che ne avrebbero fatto scempio. Ma visto che era impensabile per gli umani riuscire a portarlo in superficie in pieno giorno contro la sua volontà, sarebbero stati loro a doverlo raggiungere in profondità, recapitandogli un "regalino".

L’Intelligence si era subito messa al lavoro, ma le difficoltà erano molte, prima fra tutte, proprio quei 200 metri di crosta Terrestre. Per assurdo, era proprio la Terra a proteggere il mostro che la stava devastando. L’essere aveva un ritmo di crescita straordinario, e presto non sarebbe più stato possibile eliminarlo. La sua avanzata era segnalata da piccole, ma continue scosse telluriche che si propagavano per centinaia di chilometri, facendo alzare in volo stormi di uccelli e fuggire gli animali dai boschi. L’istinto diceva loro che era arrivato il momento di allontanarsi quanto più potevano; e questo contribuiva ad aumentare la tensione, lasciando presagire un tremendo, apocalittico epilogo.

La stampa riceveva solo poche notizie confuse, o opportunamente filtrate per non creare un inutile panico. La reale portata del problema era conosciuta solo dall’esercito, dagli scienziati e dal Presidente, oltre che dai superstiti delle aree colpite, prontamente accolti nei campi militari, dove sarebbero stati trattenuti il più a lungo possibile con banali scuse, o almeno fino a quando non avrebbero più potuto rappresentare una minaccia per la tranquillità del Paese.

Il quarto giorno un’immagine in dettaglio di uno dei tentacoli principali ottenuta con il GeoSat evidenziò la fuoriuscita di un liquido dalla punta: una secrezione acida in grado di sciogliere anche le rocce più dure, permettendo a quell’essere di continuare ad espandersi, a prescindere dalla composizione del sottosuolo. Erano già state elaborate molte teorie sull’origine della creatura; teorie tanto inutili a risolvere il problema, quanto affascinanti. Gli scienziati erano convinti che fosse originario di un pianeta assai più grande della Terra, e probabilmente di tutti quelli conosciuti, dove il suo impatto non risultava così devastante. Ma non potendo lontanamente immaginare quanto sarebbe ancora cresciuto, non riuscivano ancora a spiegarsi come le sue uova avessero raggiunto lo spazio.

Una volta constatato che, pur essendo il corpo centrale in continua espansione, il leviatano non si muoveva dalla sua posizione originale, fu perforato il terreno con una potente trivella, arrivando fino a pochi centimetri da quella massa pulsante, dopodiché venne introdotta una sonda radiocomandata in grado di fare una scansione interna. Ne risultò che, con tutta probabilità, viste le molteplici terminazioni nervose, quello fosse il suo centro vitale, da dove partivano gli impulsi in grado di muovere i milioni di tentacoli bocca: un sistema nervoso principale grande quanto una città.

Ora gli umani sapevano dove colpire, ma dovevano fare in fretta, prima che il dormiente si risvegliasse più affamato che mai.

* * *

Il quinto giorno giunse il mezzo che, se tutto fosse andato per il meglio, avrebbe recapitato alla creatura un dono speciale da parte dell’umanità: una bomba ai neutroni in grado di devastarne il sistema nervoso, se posizionata correttamente.

La Talpa era uno scavatore di ultima generazione, molto maneggevole, dotato di una trivella con la punta in diamante. Era totalmente pressurizzato, e quindi in grado di spingersi a incredibili profondità attraversando ogni tipo di terreno, sabbioso, argilloso, o fangoso che fosse, grazie ai cingoli adattabili. Era l’unica soluzione plausibile studiata a tavolino nel poco tempo disponibile, ma non era certo una passeggiata. Il GeoSat avrebbe permesso di posizionare lo scavatore al centro dell’alieno con una certa precisione, ma ovviamente, nessuno era in grado di prevedere la reazione di quell’essere nel momento in cui il mezzo si fosse fatto strada attraverso i tessuti. Gli scienziati contavano sul fatto che, vista la mole della creatura, l’introduzione di quel microscopico oggetto sarebbe stato paragonato alla puntura di una zanzara per un essere umano. Ma essendo quella un’area particolarmente sensibile, avrebbe anche potuto scatenare una reazione tutt’altro che amichevole.

Ora non restava che trovare il "fortunato" che l’avrebbe pilotata dall’interno, cercando di giungere senza intoppi al centro vitale del leviatano. Solo lì infatti la carica esplosiva avrebbe prodotto un danno tale da eliminarlo. Prima però lo avrebbe atteso un vero e proprio campo minato costituito da milioni di terminazioni nervose, dove un minimo errore avrebbe potuto scatenare una reazione devastante.

Il nome del "vincitore" era Bob, quarantenne sposato con prole, ma che passava la maggior parte della sua esistenza nel sottosuolo a estrarre minerali per una grande Compagnia: la prima in assoluto ad acquistare quel gioiellino di meccanica. Fu trasportato sul posto in elicottero, e passò i primi venti minuti a vomitare, prendendosela con il pilota. Gli esposero il piano in fretta e furia, e lui, dopo aver osservato le foto e i rilevamenti, fece solo un paio di precisazioni: "Se succede qualcosa alla Talpa la responsabilità è vostra, e non mia. So quanto costano questi cosi. E voglio che questo mi sia conteggiato come straordinario. Prendere o lasciare". Ovviamente, nessuno ebbe nulla da obiettare.

"Ma dove l’avete pescato?" domandò il generale, quando Bob si allontanò per problemi di stomaco.

"Ci è stato raccomandato dalla Compagnia per cui lavora. Pare sia un asso nel manovrarlo", rispose il capo dell’Intelligence.

"Lo spero per lui, e soprattutto per lei. Se succede qualcosa di grave sarà la prima persona di cui mi ricorderò", ruggì Waine, uscendo dalla sala tattica e chiudendosi nel suo alloggio, dove, per calmare i nervi, si sarebbe fatto un paio di whisky, maledicendo il momento in cui gli era stata affidata la missione.

Intanto, la scansione della sonda evidenziò una serie di ramificazioni nervose che sembravano infittirsi in prossimità del centro della creatura. Era proprio lì che Bob avrebbe dovuto collocare la bomba. Se l’uomo avesse reciso uno dei nervi, probabilmente ci sarebbe stata un’imme-diata reazione da parte dell’alieno. In quel caso, per Bob, il rischio sarebbe stato quello di finire stritolato tra le lamiere per colpa di una semplice contrazione di quell’essere gigantesco.

Il sesto giorno vennero fatti evacuare i militari sul territorio, perché in caso di fallimento si sarebbe scatenato l’inferno. Nel frattempo, i sei tentacoli principali avevano raggiunto i 40 chilometri di lunghezza, anche se da qualche ora il loro ritmo di crescita era rallentato: segno che presto la creatura si sarebbe risvegliata per nutrirsi.

Una grande trivella aveva già forato il terreno. In questo modo, la Talpa sarebbe stata calata direttamente nel tunnel, guadagnando tempo prezioso. Lo scavatore fu adagiato dolcemente sul tessuto elastico della creatura, mentre dal Comando Generale, a 300 chilometri di distanza, scienziati e militari assistevano alla missione grazie a una piccola telecamera a prua. Poco distante dal tunnel, in superficie, un elicottero cargo era pronto a recuperare uomo e scavatore, in caso tutto fosse andato per il meglio.

Alle 12:05 Bob iniziò a perforare quello che subito gli sembrò un misto tra gomma e gelatina. Il sole era alto nel cielo, e il calore che riscaldava la terra avvertiva la creatura che non era ancora giunto il momento di nutrirsi. Dopo aver attraversato il tessuto cutaneo, la Talpa penetrò nel gelatinoso interno dell’alieno, in grado di opporre molta meno resistenza rispetto al primo strato.

Era una sorta di imbottitura insensibile leggermente opaca, la cui funzione era quella di annullare la pressione del terreno sovrastante.

"La vedete questa roba? Sembra silicone", commentò Bob, ottenendo solo un "Proceda" dal generale, che avrebbe dato un braccio per poter recapitare lui stesso l’ordigno.

Più l’uomo si spingeva in profondità, più aumentavano le terminazioni nervose. Per lui era come dover attraversare una fitta foresta senza poter toccare la vegetazione. Ma Bob si dimostrò molto abile, e in poco tempo giunse a una quarantina di metri da quello che doveva essere il centro nervoso dell’alieno.

* * *

Avanzava sicuro e tranquillo, quasi non si rendesse conto che un minimo errore poteva compromettere l’intera missione. Di tutt’altro umore erano invece gli scienziati e il generale, che assistevano in un silenzio saturo di tensione, dove persino un colpo di tosse sarebbe stato in grado di scatenare una reazione nervosa. Poi, all’improvviso, giunse una comunicazione dalla Talpa.

"Si balla! C’è qualcosa che produce delle onde costanti", disse Bob, evitando per poco una piccola ramificazione nervosa.

"Questa creatura deve avere una sorta di cuore", affermò uno dei biologi, cronometrando il tempo tra una pulsazione e l’altra.

Dovevano cambiare il piano. Era necessario che la bomba fosse recapitata il più vicino possibile al muscolo cardiaco. Ma la Talpa non avrebbe potuto avvicinarsi più di tanto, per non rischiare di andare in frantumi a causa delle vibrazioni, che sarebbero state via via più violente. La nuova strategia fu studiata in pochi minuti e subito comunicata a Bob, che a microfono aperto continuava a commentare il suo percorso accidentato con una serie infinita di imprecazioni intervallate da bestemmie varie. Giunto a non più di una ventina di metri dal nucleo pulsante, Bob avrebbe dovuto sganciare la bomba e fare dietro front a tutta velocità, sperando di non impiegare troppo tempo per uscire. Così facendo, l’ordigno, molto più leggero dello scavatore, sarebbe stato attirato rapidamente verso il nucleo pulsante, adagiandosi sulla superficie come un piccolo parassita letale.

Bob eseguì gli ordini alla lettera, sciorinando un repertorio di parolacce sconosciute persino al generale Waine, che nutriva sempre più dubbi sul buon esito della missione, e sempre più certezze sul suo pensionamento anticipato. Quando fu alla giusta distanza, il generale diede l’ordine di sganciare l’ordigno, e Bob si liberò prontamente di quello che assomigliava a un vero e proprio siluro, vista la rapidità con cui procedeva, fendendo la gelatina, attirato verso quel nucleo scuro che l’uomo riusciva solo a intravedere.

Fece un’immediata inversione a U e iniziò ad allontanarsi, mettendo i propulsori al massimo della potenza. Doveva sperare che la bomba non esplodesse al contatto con il nucleo, ma solo allo scadere dei 40 minuti, o per lui non ci sarebbe stato scampo. Una sola contrazione di quella creatura immensa sarebbe infatti bastata a mandare in pezzi lo scavatore. Ma una delle grandi doti di Bob era proprio quella di concentrarsi sul presente, senza pensare alle possibili conseguenze. E così, mentre militari e scienziati si auguravano, con un certo cinismo, che la bomba esplodesse comunque, Bob riuscì a ripercorrere lo stesso tragitto, evitando con cura le terminazioni nervose: tutte tranne una, che gli si presentò davanti poco prima di uscire dalla creatura.

Non appena la recise, l’essere ebbe una microcontrazione, sufficiente però a sballottare la Talpa e a provocare una lieve scossa tellurica. Ma dopo un paio di minuti di black-out, Bob si rimise finalmente in contatto con la base.

"Sto scavando verso la superficie; uscirò tra 15 minuti. Lo scavatore è ok, ma io ho battuto la testa sul cruscotto. Mi aspetto che le spese mediche le paghiate voi. Sono stato chiaro?".

"Figliolo, se riesci a riportare a casa la pellaccia, oltre alle spese mediche ti faccio anche aggiungere un extra", gli rispose il generale, scuotendo la testa, e abbozzando quello che aveva tutta l’aria di un sorriso: cosa molto rara per lui.

* * *

Bob emerse dal sottosuolo 4 minuti prima della tabella prestabilita, terminando la sua corsa nella stiva dell’elicargo, che subito si alzò in volo, allontanandosi a tutta velocità. Mancavano 20 minuti all’esplo-sione, e dal Quartier Generale, con l’aiuto del GeoSat, dei sismografi e delle telecamere a circuito chiuso collocate in punti strategici, l’area veniva monitorata per captare eventuali segni di risveglio della creatura. Nel frattempo, Bob era stato estratto dallo scavatore, e i militari dell’elicargo si stavano complimentando con lui, mentre un ufficiale medico gli prestava i primi soccorsi fasciandogli la testa leggermente ammaccata.

"Mia moglie mi ucciderà. Le ho detto che andavo a fare dello straordinario, e guarda come ritorno", fu il suo primo commento.

Il conto alla rovescia terminò quando l’elicargo si trovava a una trentina di chilometri dal Quartier Generale. All’inizio, tutto tacque. Ma dopo quegli interminabili attimi di quiete, si scatenò l’inferno. Una tremenda scossa tellurica distrusse le città evacuate, facendo tremare i muri delle case fino a 500 chilometri dall’epicentro. Le poche telecamere a circuito chiuso che non erano andate in pezzi ripresero due dei sei tentacoli principali mentre emergevano dal sottosuolo, aprendo immensi canion. Non erano fuoriusciti del tutto. Ma questo, oltre a dimostrare che la bomba doveva essere esplosa, confermava anche che la creatura era ancora viva. La sua però, sembrava una reazione scomposta. Aveva liberato i tentacoli bocca, ma gli stessi oscillavano impazziti, senza uno scopo. Ci furono altre potenti scosse, che aprirono spaccature su tutto il territorio, provocando frane e smottamenti. Poi, quando anche il generale e gli scienziati stavano per salire sull’ultimo elicottero disponibile, qualcosa sui monitor destò la loro attenzione. I tentacoli bocca si stavano accasciando.

Ce l’avevano fatta. Il Vorator Mundi, o divoratore di mondi, così lo avevano ribattezzato gli scienziati, era stato abbattuto. E una riprova era dovuta al fatto che presto l’aria, in tutta la zona interessata, diventò irrespirabile, poiché il suo processo di decomposizione era rapido quan-to la sua crescita, e il sole stava contribuendo ad accelerarlo sciogliendo i tessuti esposti. A due ore di distanza dall’esplosione, ci fu il primo resoconto dei caccia che avevano sorvolato il vasto territorio sul quale si stendevano i tentacoli. Il capopattuglia riferì di aver visto una parte della creatura immobile sulla superficie, fugando gli ultimi dubbi.

Ora ai terrestri non "restava" che eliminare l’inquinamento atmosferico, le guerre, la fame, la desertificazione, e il pianeta sarebbe diventato un paradiso. Sudando le classiche sette camicie avevano avuto la meglio su quello che per giunta era poco più di un cucciolo. Ma ciò che ignoravano era che, temporaneamente intrappolate nella fascia degli asteroidi, di uova ce n’erano a migliaia, pronte a sfruttare qualche fortuita collisione per intraprendere il loro viaggio nello spazio profondo, o "meglio ancora", nel Sistema Solare.

2003 by © Fabio Massa

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