FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XX - ottobre 2008 - n.52 (nuova serie)

“Future Shock”, la rivista che ti aiuta a capire i problemi del nostro tempo, che interpreta la fantascienza come un ponte gettato tra le due culture oggi in conflitto, che valorizza il futuro ma anche il passato, il nostro glorioso passato classico e cristiano. SOSTIENILA!
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Future Shock n.52

Editoriale

Biblioteca

DAVID BRIN, L'uomo del giorno dopo (The Postman, 1985) di E. Leonardi

EVGENIJ ZAMJATIN, Noi (My, 1922) di G. Piombini

MARINO CASSINI, Gli ultimi sopravvissuti di A. Scacco

EVGENIJ ZAMJATIN, Noi (My, 1922), Lupetti, 2007, pp. 191, € 14,00.

Nel corso del Novecento, proprio durante il pieno dominio delle ideologie che promettevano il paradiso in terra, compare nella letteratura un fatto nuovo e in parte inaspettato: il vecchio genere utopico di Platone, Tommaso Moro, Francesco Bacone, e Tommaso Campanella subisce un completo rovesciamento. Davanti all’angosciante visione di un potere statale divenuto onnipotente in vista della sua missione palingenetica, alcuni scrittori iniziano a porsi non il problema della costruzione dell’utopia, ma anzi di come evitarne la realizzazione. Dal genere utopico si passa quindi al genere distopico, o antiutopico, generalmente ambientato in una utopia negativa dove la creazione della società perfetta ha prodotto il peggiore degli incubi zamjatin.jpg (21914 byte)immaginabili. Il primo dei grandi autori distopici del XX secolo è l’ingegnere russo Evgenij Zamjatin, che nel 1922 scrive Noi (in russo, My), un brillante romanzo ambientato in una società totalitaria del futuro, che fisserà i canoni fondamentali di questo genere letterario.

Zamjatin nacque nel 1884 a Lebedyan, nelle campagne russe, e fin da giovane rivelò un grande talento letterario e speculativo. Sviluppò infatti una filosofia originale (che espresse in stile poetico in un saggio del 1919 intitolato Il Domani), basata su due idee fondamentali: il progresso eterno del futuro, e l’importanza dell’eretico, l’individuo che cambia il presente con le sue idee. Queste sue convinzioni lo portarono ad entrare nei gruppi bolscevichi che lottavano contro il regime zarista, e per tale attività subì l’arresto e una breve detenzione nel 1913. Accolse poi con grande entusiasmo nel 1917 la rivoluzione sovietica, ma ben presto iniziò a rendersi conto che Lenin e i suoi successori avevano messo in piedi un sistema di gran lunga più repressivo di quello zarista.

Dall’osservazione di quanto avveniva in quegli anni attorno a lui nacque l’ambientazione del suo capolavoro, il romanzo Noi, che si svolge nel 2500 in un mondo dominato da un solo immenso Stato Unico, dove non esiste la riservatezza individuale perché tutte le abitazioni sono costruite in vetro trasparente. Il protagonista, che si chiama D-503, racconta le sue vicissitudini in questa società comunista completamente chiusa verso l’esterno da una gigantesca muraglia, retta da un Benefattore (nella cui figura non è difficile individuare quella di Stalin), la cui ideologia ufficiale è una mistura esasperata di positivismo scientifico, collettivismo, e utilitarismo. Le regole sociali si ispirano infatti all’utilitarismo teorizzato dal filosofo inglese Jeremy Bentham, perché gli abitanti sono costretti a raggiungere la felicità matematica seguendo le norme dell’etica scientifica fondate sul calcolo esatto dei piaceri e dei dolori. Il governo ha potere assoluto in tema di riproduzione, dato che le persone sono autorizzate ad avere rapporti sessuali solo nei giorni stabiliti dai medici del regime. La libertà individuale è considerata sinonimo di delinquenza, e il dissenso viene inesorabilmente colpito dalla polizia politica, che annienta in pubblico i dissidenti scoperti.

Anche i sogni sono considerati una malattia psichica, e la fantasia umana viene rimossa dagli individui con una operazione chirurgica. Il diario scritto da D-503 testimonia, pagina dopo pagina, la progressiva trasformazione di un numero in un essere umano, di un matematico ultra-logico in un poeta intuitivo, di un costruttore del missile Integral (il più rilevante sforzo bellico dello Stato Unico) nel suo sabotatore, di un fedele propagandista degli ideali del regime in un ribelle. Proprio il diario svolge il ruolo di catalizzatore della metamorfosi, perché attraverso gli sforzi della creazione poetica il narratore scopre gradualmente una dimensione completamente nuova del suo essere, che una società totalmente irreggimentata e il culto del razionalismo estremo avevano sepolto ma non cancellato. La scrittura inizialmente logica e geometrica lascia il posto a immagini sempre più numerose di colori, suoni, sensazioni, e sentimenti. In questo sviluppo spirituale, Zamjatin descrive la nascita di un’anima, la genesi di un Io che si oppone al Noi. La sua ribellione tuttavia finirà tragicamente.

Naturalmente Zamjatin, pur essendo stato un convinto rivoluzionario bolscevico, incontrò grossi problemi a causa di questo libro, che riuscì a pubblicare solo all’estero. Forse ancor più geniale di George Orwell o Aldous Huxley, Zamjatin non raggiunse la loro fama, e non ebbe modo di esprimere tutto il suo talento a causa delle difficoltà politiche che egli incontrò nel corso della sua vita. Con tutta probabilità fu infatti solo grazie all’intervento del famoso scrittore stalinista Maksim Gorkij, che nel 1931 gli permise di espatriare dall’Urss, se Zamjatin non finì in Siberia o davanti ad un plotone d’esecuzione con l’accusa di tradimento. Noi era infatti per il regime sovietico un libro pericoloso, nel quale si potevano ritrovare alcune efficacissime invenzioni letterarie, che anticiperanno per più di un verso non solo la letteratura distopica successiva, ma la stessa realtà storica: l’invalicabile muraglia verde anticipa la cortina di ferro e il Muro di Berlino, che sarà il simbolo della guerra fredda; l’idea dell’annientamento della privacy individuale verrà ripresa con il Grande Fratello di Orwell; lo Stato Unico – a monito anche degli odierni incauti fautori di progetti di governi mondiali – ricorda quale minaccia invincibile alla libertà e alla dignità umana possa costituire un’immensa entità politica centralizzata: e non a caso anche Orwell prevederà nel suo 1984 un mondo diviso in tre enormi stati di dimensioni continentali.

Ma più di ogni altra cosa, il romanzo di Zamjatin mette in guardia l’umanità dalle terribili conseguenze che possono derivare dall’abbandono – in nome della ragione, della scienza, della felicità, o del bene della collettività – della nostra tradizione morale (cristiana, giusnaturalista, liberale) che riconosce all’individuo una dignità e una intangibilità assoluta. Esortazione purtroppo inutile, dato che gli uomini del XX secolo hanno preferito in stragrande maggioranza dare ascolto ai "Benefattori" e alle ideologie ufficiali dello Stato Unico, piuttosto che a Zamjatin. Non si sono schierati con D-503, ma con i suoi persecutori.

I risultati sono stati l’universo concentrazionario, il terrorismo di stato su vasta scala, i 170 milioni di civili inermi sterminati dai governi per ragioni ideologiche, la guerra totale, e il rischio di un’apocalisse nucleare. L’opera di Zamjatin non è stata sufficiente a scongiurare tutto questo, ma di libri come Noi ci sarà sempre bisogno, perché la storia dimostra che le dottrine sbagliate possono mutare forma, ma nella sostanza sono dure a morire.

Guglielmo Piombini

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