FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXI - febbraio 2009 - n.53 (nuova serie)

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Future Shock n.53

Editoriale

Recensioni

Daniele Barbieri-Riccardo Mancini, Di futuri ce n´è tanti. Otto sentieri di buona fantascienza (A.Scacco);

Lois McMaster Bujold, L´onore dei Vor (E.Modena);

Thomas E.Woods Jr., Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale (G.Piombini)

LOIS MCMASTER BUJOLD, L’onore dei Vor (Shards of Honor, 1986), Editrice Nord, Biblioteca Cosmo, Milano 2005, pp. 314, € 8,00 .

Comincia con L’onore dei Vor il primo capitolo di una saga galattica che ha al suo attivo quindici romanzi e che ha decretato il successo planetario della scrittrice Lois McMaster Bujold, insieme ad una valanga di premi e riconoscimenti: tre volte il Premio Hugo con tre romanzi della serie del cosiddetto Ciclo dei Vor: Il gioco dei Vor (1991), Barrayar (1992), I due Vorkosigan (1995), a cui vanno aggiunti altri due Premi Hugo, uno per il romanzo La Messaggera delle Anime (1995), e uno per il racconto Le montagne del dolore (1990), oltre a due Premi Nebula, uno sempre per Le montagne del dolore e uno per Gravità zero (1988) che costituisce l’antefatto de L’onore dei Vor.

Una premessa: occorre ringraziare l’Editrice Nord che, con la nuova linea della Biblioteca Cosmo, ha deciso di scBujold1.jpg (14374 byte)ommettere sulla fantascienza (dopo vari anni in cui la produzione si era assottigliata) facendo uscire capolavori ormai fuori catalogo e introvabili, a volte, perfino nelle biblioteche.

Viene da chiedersi perché L’onore dei Vor, e in generale il ciclo dei Vor, abbia riscosso così tanto successo. A mio avviso, il motivo sta nel fatto che la Bujold introduce un elemento nuovo a partire comunque da un altro ciclo che ha fatto scuola: il ciclo della Fondazione di Asimov. Il "good doctor" (in quei suoi capolavori che sono Cronache della galassia, Il Crollo della galassia centrale, L'altra faccia della spirale, L'orlo della fondazione, Fondazione e Terra, con i due prequel Preludio alla Fondazione e Fondazione anno zero) raccontava la caduta dell'Impero galattico e dei lunghi anni d'interregno e di barbarie che ne seguirono; la Bujold narra lo scontro di civiltà tra due pianeti che si rifanno a due diverse culture: il militaresco pianeta Barrayar (che ricorda l’antica Sparta) e la più democratica Colonia Beta (che ricorda Atene). In questo sfondo asimoviano, tuttavia, i protagonisti della Bujold scoprono l’amore, e così il tema più strettamente avventuroso-sociologico d’impronta asimoviana è coniugato con quello introspettivo-sentimentale. Ne esce un quadro originale le cui diverse parti sono in equilibrio tra loro.

Ecco la trama: la comandante Cordelia Naismith, un’esploratrice di nuovi pianeti (è un’astro-cartografa) della Sorveglianza Astronomica Betana, è appena approdata con la sua astronave spaziale su di un pianeta selvaggio e disabitato per un’esplorazione scientifica (pianeta che nello svolgersi della saga diventerà Sergyar); dopo essersi allontanata con il suo assistente per svolgere la sua ricerca biologica, una volta tornata scopre con orrore che una pattuglia di soldati barrayarani (acerrimi nemici) ha distrutto il campo base e ucciso uno dei suoi uomini in quanto gli esploratori betani, senza accorgersene, hanno violato lo spazio barrayarano e si sono opposti all’arresto, scatenando la reazione degli avversari. Cordelia riesce a coprire la fuga dei suoi uomini e a far sì che si mettano in salvo sull’astronave, prima di cadere a terra stordita per l’effetto delle armi nemiche; viene fatta prigioniera dal quarantenne capitano barrayarano Aral Vorkosigan, comandante dell’incrociatore della Marina Imperiale di Barrayar.

Ma ben presto si viene a sapere che anche il comandante Aral è stato abbandonato sul pianeta in seguito a una tentata aggressione da parte di uno dei suoi sottoposti. Così i due, unici rimasti sul pianeta (insieme a un geologo betano ferito che si trascinano dietro), stringono un patto: aiutarsi reciprocamente in modo da raggiungere il punto di rifornimento sul pianeta attrezzato con viveri, radio e pronto soccorso. Lungo la strada "fanno conoscenza": lui le racconta di essere rimasto orfano di madre in seguito all’ordine del precedente Imperatore di Barrayar, Yuri il folle (prima dell’attuale Ezar Vorbarra), che aveva fatto assassinare tutti i Vor imparentati temendo la morte per mano loro (i Vor sono gli aristocratici barrayarani); Aral narra che vide con i propri occhi la scena dell’uccisione della madre, all’età di soli undici anni: fu da quel momento che decise di diventare soldato. Anche Cordelia è orfana di un genitore: suo padre è saltato in aria su di una navetta spaziale.

Fin da queste prime pagine appare chiaro che i due protagonisti appartengono a due mondi differenti, sia per concezione del potere che per usi e costumi (basta pensare al nome delle rispettive astronavi: quella di Aral si chiama General Vorkraft, quella di Cordelia è la René Magritte). Il pianeta Barrayar è una  colonia perduta, che ha ripreso i contatti con la civiltà galattica solo da 70 anni e dove l’era dell’Isolamento ha causato il sorgere di una società feudale. L’Imperatore è circondato da una classe di Conti (i cui cognomi iniziano per Vor) che costituiscono l’ossatura del potere; essi, Imperatore compreso, si spartiscono il potere con l’immancabile contorno di odii interni, corruzioni, faide, vendette, inganni e cospirazioni. Il carattere militarista di Barrayar porta ben presto allo scontro con altri sistemi planetari, tra cui la progredita e liberale Colonia Beta.

Colonia Beta, invece, è una democrazia (sembra di vedere una decadente Atene, o certe signorie del Rinascimento italiano, o la stessa società americana), ma è poco forte: il suo Presidente viene soprannominato "Freddy l’incerto". È gustoso, ad esempio, il riferimento al fatto che nessuno dei betani abbia votato il Presidente, a causa delle scarse affluenze al voto. Cordelia (l’etimologia del nome fa pensare alla virtù del coraggio) scopre suo malgrado che la democrazia del suo pianeta in realtà è piuttosto apparente: la popolazione vive chiusa (anche di fatto, visto che vive sottoterra) in alcune convinzioni che sono assurte al rango di certezze indissolubili, è facilmente condizionata da quello che i mezzi di comunicazione vogliono farle credere e da pessimi psicologi che fanno il buono e il cattivo tempo. Nonostante sia un pianeta tecnologicamente avanzato, le donne devono inoltrare regolare richiesta di permesso per avere un figlio.

Torniamo alla trama. Nel frattempo, Aral e Cordelia arrivano al luogo del rifugio: lì scoprono che una navetta barrayarana è scesa sul pianeta (mentre l’astronave grande è ferma nello spazio) per accertarsi che il comandante sia morto. Aral, infatti, sa che i suoi ufficiali sono spaccati a metà tra quelli a lui fedeli e quelli che tramano l’ammutinamento. A questo punto, Aral si unisce alla metà equipaggio fedele e sventa il tentativo di sedizione. Una volta a bordo, ma dopo aver ripreso solo in parte il possesso della nave, promette a Cordelia che, una volta su Barrayar, potrà essere libera di andare all’ambasciata betana e d’imbarcarsi su una nave che faccia rotta per Colonia Beta. Il fatto di non venir trattata come un semplice prigioniero di guerra dovrebbe mettere sull’attenti Cordelia. Infatti Aral, di lì a poco, non perde tempo e con il solito modo di fare rude e legnoso, per nulla romantico, ma tipico di Barrayar, domanda ad una stupita Cordelia trentatreenne di diventare Lady Vorkosigan. I due non hanno tempo di approfondire i reciproci sentimenti però, perché di lì a pochissimo i ribelli dell’astronave insorgono di nuovo e Aral è costretto a difendere la nave. Nel frattempo, Cordelia è sorpresa dal fatto che sulla nave sono saliti di nascosto alcuni dei suoi uomini per liberarla "dal massacratore e macellaio Vorkosigan" (loro non sanno che Aral è innocente dei crimini che Colonia Beta e i paesi liberali gli attribuiscono), e così – suo malgrado – fugge con loro.

Già in questa prima parte del romanzo la Bujold è capace di immergere il lettore in un universo credibile: siamo nel 2400, i terrestri si sono diffusi su gran parte della Galassia attraverso un sistema di colonie autonome dal pianeta originario le quali, dopo parecchi secoli, combattono tra loro al fine di controllare i punti di balzo, corridoi di transito lungo distorsioni spaziali che permettono il passaggio da un punto all’altro della Galassia. Molte colonie fondate nel corso della tumultuosa espansione seguita a questa scoperta sono diventate indipendenti dalla Terra mentre altre sono state dimenticate per lungo tempo e ora si stanno lentamente ricongiungendo al resto dell’umanità. Alcune invenzioni scientifiche sono credibili, come gli storditori, le pistole al plasma, i distruttori neuronici, ecc. ; altre un po’ più ingenue: videotelefoni, il computer con la penna ottica, teleradar, ci sono ancora la tv e il cinema, e così via. E poi è subito delineato il tema chiave del romanzo: il tema dell’onore.

A onor del vero, la traduzione italiana del titolo è molto libera: Shards of Honor vuol dire i cocci, i pezzi dell’onore. Questo perché, come si saprà alla fine della storia, le vicende conducono i due protagonisti a un nuovo modo di guardare e valutare la realtà, a sé stante rispetto agli ideali dei rispettivi paesi di origine. Aral vedrà il suo onore andare in pezzi per aver messo in pratica gli assurdi ordini dell’Imperatore, e Cordelia si renderà conto di come i suoi valori non avranno più niente a che spartire con il destino di Colonia Beta.

Nella seconda parte del romanzo è scoppiata la guerra tra Barrayar e il pianeta commerciale Escobar per il controllo delle rotte commerciali. Barrayar ha chiuso il corridoio di transito che porta al pianeta, così i suoi alleati non possono intervenire e il pianeta è posto sotto assedio. Aral fa parte dello staff di stanza sulla nave dell’ammiraglio Vorrutyer (un essere spregevole e ignominioso), che ha permesso segretamente che su Escobar si mettessero in piedi dei campi di concentramento in cui i prigionieri vengono massacrati e le donne violentate.

Mentre Aral è confinato nei suoi alloggi per le divergenze con il Principe Serg (il figlio dell’Imperatore) e con l’ammiraglio, Cordelia, a capo di una nuova missione per conto della Sorveglianza Betana, forza il blocco astronavale barrayarano con un sotterfugio (manda avanti un’astronave vuota, che puntualmente i barrayarani colpiscono, mentre l’equipaggio è nascosto dentro un finto asteroide; ma i barrayarani con un sofisticatissimo radar scoprono che dentro il finto asteroide si celano i militari betani).

Il sotterfugio non funziona e l’equipaggio è catturato e portato a bordo della nave dell’ammiraglio Vorrutyer. Quando quest’ultimo s’accorge che tra i betani c’è una donna, la fa portare nei suoi alloggi per violentarla, ma un ufficiale fedele ad Aral, sopraggiunto, lo uccide. Arriva anche Aral nella cabina dell’ammiraglio, scopre Cordelia, capisce che può venir accusata dell’assas-sinio di Vorrutyer, perciò la nasconde nei suoi alloggi.

Intanto la flotta barrayarana tenta lo sbarco su Escobar, per ordine del Principe Serg e dei suoi strateghi militari. Ma è una tremenda disfatta perché Escobar possiede una nuova, segretissima arma, fornita da Colonia Beta: il campo riflettore antiplasma, che respinge gli attacchi di energia al plasma barrayarani e li ritorce contro le navi stesse. Il principe Serg muore. Il comando passa ad Aral che, dalla nave, ordina la ritirata generale. Cordelia assiste a fianco di Aral alla distruzione della flotta barrayarana, con i suoi cinquemila sodati. Ma quello che più la sconvolge è venire a sapere, per bocca dello stesso Aral, che questo massacro era previsto perché lui e l’Imperatore (e pochissimi altri) erano a conoscenza della nuova tecnologia militare escobariana: tutta la manovra era stata ordita dall’Imperatore solo per mandare allo sbaraglio suo figlio e gli uomini di suo figlio, colpevoli di alto tradimento e di vari tentativi di colpi di stato andati a vuoto.

Aral confessa a Cordelia che non si riconosce più nelle fila dei Vor: non vede l’ora di rassegnare le dimissioni. Non ha più fiducia nell’Imperatore, non lo vuole più servire. Appena completato lo scambio di prigionieri tra Escobar e Barrayar e chiuso il campo di concentramento su Escobar, Aral si ritira a vita privata. Domanda per l’ennesima volta a Cordelia se vuole sposarlo, ma Cordelia gli risponde che non sarebbe in grado di sopportare la vita militaresca su Barrayar, mentre d’altro canto, se Aral volesse trasferirsi su Colonia Beta, le autorità non gli rilascerebbero il visto d’ingresso perché è considerato un criminale di guerra. Così si separano.

Cordelia torna in patria, ma l’accoglie l’amara sorpresa che l’alto comando betano non crede alla sue versione dei fatti. Il presidente e il suo staff di psicologi e strateghi incolpano lei di aver ucciso Vorrutyer e Aral Vorkosigan del massacro della flotta barrayarana e delle atrocità sul pianeta Escobar; non credono a una sola parola di Cordelia che, invece, si discolpa e difende Aral. Anzi, il fatto che lei si intestardisca nell’affermare il contrario di quanto le dicono fa sì che la considerino una spia del nemico. Così vorrebbero internarla in un ospedale psichiatrico per farle delle cure (sospettano che i barrayarani le abbiano alterato la memoria dei fatti), ma lei riesce a fuggire. Epilogo della storia: lei scappa su Barrayar, si presenta a casa di Aral (il quale nel frattempo ha passato il tempo ad ubriacarsi), e dulcis in fundo finalmente si sposano.

Ultima fatica da parte di Aral e Cordelia: in udienza dall’Imperatore, Aral riceverà la consegna di diventare reggente di Barrayar, morto l’Imperatore, in attesa della maggiore età del figlio del principe Serg. Così Aral non può uscire dalla vita politica e militare di Barrayar come desiderava, e (si presume) nuove lotte e nuovi intrighi torneranno preponderanti nelle puntate successive della storia.

Molto bella la frase con cui Cordelia (che viene descritta come teista) invita suo marito (la cui fede, invece, sembra essere rivolta più alla pratica delle virtù: l’onore, la patria, la famiglia, ecc., come poteva essere per gli antichi romani) ad accettare l’offerta della reggenza: "Ho sempre pensato che… le cose che ci mettono alla prova sono un dono, e le più difficili sono un dono più grande. Fallire una prova è una disgrazia, ma rifiutare una prova è rifiutare un dono della vita, e talvolta questo è peggio e più irrevocabile di una disgrazia" (p.281).

Infine, qualche altra considerazione giusto per delineare meglio l’opera della scrittrice dell’Ohio, nata nel 1949. Ogni suo libro ha la particolarità che può essere letto separatamente, perché al suo interno l'arco narrativo è completo. La scrittura e lo svolgimento sono lineari, la varietà narrativa e stilistica è minima. Però questo non conta ai fini della trama e del successo: quello che affascina della Bujold è l’espressività del mondo che ha saputo creare con i suoi personaggi (dopo Aral e Cordelia assisteremo alle vicende di loro figlio Miles Vorkosigan), tramite una sapiente miscela di leggerezza e di complessità, d’umanità e d’ironia. È vero che i personaggi non emergono mai sopra le righe, diversamente da certi capolavori della fantascienza, ma non sono nemmeno delle figurine ornamentali. Hanno il merito di portarci nel loro mondo e di interrogarci, attraverso le loro vicende, sui valori che la Bujod ha voluto testimoniare con la sua produzione narrativa.

                                                                           Elisabetta Modena