FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXI - febbraio 2009 - n.53 (nuova serie)

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Future Shock n.53

Editoriale

Narrativa

Lo schermo di Martina Feola;

Il guardiano di Fabio Massa;

La rovina di Elisabetta Modena;

Lo schermo

                                                                di         Martina Feola

 

Il generale Masovscky amava gli specchi. Ne aveva uno appeso ad ogni parete del suo ufficio ed era solito rimirarsi nella loro superficie luccicante. Aveva qualche ragione, del resto, per dedicarsi a questa abitudine, dal momento che era veramente un uomo avvenente: alto, atletico, con riccioli biondi da cherubino e un viso talmente regolare da sembrare quasi femminile. C'erano anche molte lastre di cristallo che decoravano il suo studio, di varie forme e colori. Spesso la figura del visitatore che entrava risultava deformata da queste insolite sculture e così capitò quel giorno all'aiutante del generale, il colonnello Bartovez. Era piuttosto piccolo, ma, visto attraverso il cristallo rosso, sembrava un grottesco gnomo. Al generale venne da ridere, anche se, quando Bartovez si sedette alla sua scrivania, si rese conto che aveva la faccia delle comunicazioni gravi.

"Generale, è successo un fatto molto preoccupante sulla metropolitana della capitale: un robot non ha ceduto il posto a sedere ad una signora anziana".

Masovscky squadrò severamente il suo aiutante: "Le sembra il caso di disturbarmi per un fatto così insignificante, Bartovez?"

L'aiutante, arrossendo, rispose: "Mi permetto di ricordarle, generale, che si tratta di un episodio significativo. I robot non sono programmati per questi comportamenti scorretti. Se uno di loro si è comportato così, significa che c'è stato un guasto e, in quanto Corpo Militare Responsabile per la Sicurezza Robotica nella Galassia Az48, dobbiamo indagare".

"Avete il nome e il codice di matricola del robot in questione?"

"Veramente no".

"Allora mi spiegate come possiamo fare ad indagare?"

"Pensavo che..."

"Pensava, pensava...Impari a pensare meno e ad agire con maggior precisione, Bartovez! E la prossima volta mi disturbi quando avrà notizie più precise!"

Dopo che l'aiutante se ne fu andato, Masovsky cominciò a contemplare la sua immagine riflessa nei cristalli colorati: un Bartovez giallo, uno rosso, uno blu, uno sottile e l'altro grasso, uno bello e un suo compagno deforme.

La pace del generale, però, non durò molto. Dopo tre giorni rientrò l'ansioso Bartovez nel suo ufficio.

"Generale, questa volta due robot si sono insultati e presi a cazzotti per un parcheggio!"

"Li avete identificati?"

"Certamente, anzi, ho fatto di meglio. Li ho sottoposti ai test per misurare il funzionamento dei robot. Sono risultati irrimediabilmente guasti: non sapevano risolvere semplici equazioni e nemmeno problemi di geometria. Non conoscevano le più elementari leggi di convivenza, neppure le Tre Leggi Fondamentali della Robotica del compianto Asimov".

"A questo punto - sospirò Masovsky - Occorrerà eliminarli".

"Provvederemo signore, ma occorrerebbe anche capire qual è la causa del guasto. I robot erano privi del numero di matricola".

"Mmhh, quindi si potrebbe trattare di robot costruiti abusivamente da una fabbrica non autorizzata".

"E' probabile, signore. Se così fosse, rischieremmo di trovarci in presenza di numerosissimi robot guasti, con gravi rischi per l'ordine pubblico".

"Inizieremo una serie di controlli a tappeto in tutte le fabbriche".

I controlli non diedero risultati significativi e Masovsky si tranquillizzò.

"Saranno casi isolati che non si ripeteranno più" pensava tra sé, passeggiando in un grazioso parco della città durante la pausa pranzo. Proprio in quel momento, però, assistette ad una scena inquietante. Tre ragazzini-robot stavano divertendosi a prendere a sassate un cane, che guaiva come per chiedere aiuto. Masovsky non esitò ad intervenire. Mostrò il suo tesserino e chiese ai tre ragazzini nome e numero di matricola. Questi, però, gli risero in faccia e scapparono rapidissimi.

"Me li sono fatti sfuggire come un fesso!" imprecò Masovsky.

* * *

Iniziarono poi altri segnali preoccupanti: sempre più robot smisero di riciclare i rifiuti e risparmiare energia. "Eppure sanno come è importante questo per la sicurezza di tutti noi. Rischiamo l'autodistruzione, se non badiamo a queste precauzioni" rabbrividì il generale, anche perché la sua poltrona cominciava a vacillare.

Dal Ministero per l'Istruzione Robotica, poi, arrivò a Masovsky un rapporto inquietante. I robot-bambini erano sempre più agitati e distratti. Nelle prime fasi di addestramento non si concentravano per più di qualche minuto su ogni gioco. Avevano sempre continuamente bisogno di nuove sollecitazioni, altrimenti diventavano capricciosi, nervosi e irritabili. Avevano perso, per giunta, una delle caratteristiche che aveva reso i robot indispensabili agli uomini: la creatività. I piccoli robot, prima, erano in grado di inventare giochi meravigliosi anche con mezzi poverissimi: un pezzo di stoffa, un filo di ferro. Da qualche tempo, invece, necessitavano di giochi lussuosi e ipertecnologici, di quelli che le famiglie umane più facoltose regalavano ai loro figli viziati.

Alcune educatrici di robot iniziavano, inoltre, a dover utilizzare serie punizioni per mantenere la disciplina, quando prima essa nasceva spontanea, scaturendo dall'innato rispetto che i robot provavano per gli esseri umani.

Una volta cresciuti, poi, i robot adolescenti non ne volevano sapere di concentrarsi sulle materie di studio. Preferivano imitare i vizi peggiori degli adolescenti umani: bullismo, consumismo, rintronamento nelle discoteche, dove spesso importunavano anche i coetanei nati da ventre di donna.

Masovsky chiuse l'icona del suo computer dove aveva finito di leggere il rapporto del Ministero dell'Istruzione Robotica, sospirò e si contemplò nello specchio. Pensò a se stesso da bambino: un ragazzino tranquillo, senza tanti grilli per la testa, che andava volentieri a scuola. Questo nonostante, orfano di padre e madre, fosse stato allevato in un orfanotrofio. L'orfanotrofio era un ambiente severo e rigoroso, ma un carattere come il suo ci si era adattato bene e ricordava con affetto alcuno dei suoi educatori.

Anche da adolescente non era molto cambiato: senso del dovere e rispetto per il prossimo innanzitutto; grazie a queste caratteristiche i suoi insegnanti gli avevano consigliato la carriera militare, che aveva intrapreso con successo.

Bah... non era il momento di indulgere ai ricordi; aveva un sacco di lavoro da fare, con quei maledetti robot guasti che non gli lasciavano tregua.

Due giorni dopo tutti i membri del Corpo per la Sicurezza Robotica furono presi da una profonda angoscia. Un robot aveva seviziato ed ucciso una ragazzina. Aveva l'età della figlia di Masovsky, quindici anni. Il generale pensò a quanto amava la sua bambina; lui e sua moglie erano sterili e avevano adottato una deliziosa orfanella, Larja, che era diventata una ragazzina obbediente e responsabile, oltre ad essere bellissima. Lui e sua moglie la adoravano. Come avrebbe reagito lui, se gliela avessero toccata?

Il telefono di Masovski squillò, riscuotendolo da queste riflessioni. Era nientemeno che il presidente della galassia Marek.

"Masovsky - gli urlò nelle orecchie - mi vuole spiegare che cosa la tengo a fare sulla sua poltrona? Lo sa che la stampa sta già chiedendo le mie dimissioni per questi robot guasti che non riusciamo a controllare?"

"Stiamo indagando, presidente..."

"Indagando? Qui va sempre peggio. Le do tre giorni per risolvere il problema, o il suo prossimo incarico sarà pulire le scale del Ministero della Sicurezza Robotica".

Masovsky fissò allo specchio la sua immagine triste. Forse era troppo vecchio per quell'incarico, forse ammirava troppo la perfezione dei robot per poterli affrontare quando erano guasti. Aveva però un brutto presentimento.

Il presentimento divenne realtà proprio tre giorni dopo. Era l'alba. Masovsky stava tranquillamente facendo colazione, quando un'edizione straordinaria del notiziario proruppe dal computer.

"E' stato rapito il sindaco della capitale. Il fatto più sorprendente è che si tratta di una banda di robot. Si sono autodenominati Esercito per la Liberazione dei Robot. Il loro capo si fa chiamare Alfaomega e dichiara che non smetteranno di combattere finché non otterranno il governo sugli umani".

"Io sarei sempre stato d'accordo a farmi dominare dai robot - pensò Masovsky - perché sono molto più affidabili e intelligenti di noi. Il problema è che questi qua sono guasti".

Decise di chiedere un appuntamento al presidente.

* * *

Arrivò nel suo studio alle otto e mezza del mattino. Il presidente era nervoso e pallido come un cencio.

All'inizio investì il generale con ogni sorta di insulti, poi si rese conto di aver bisogno della sua esperienza ed avviarono una discussione più calma su come affrontare la situazione.

Masovsky sosteneva che occorreva trattare con i robot, concedere qualcosa. "Anche guasti sono molto più intelligenti di noi - spiegò - e ci vinceranno se andiamo allo scontro aperto"

"Abbiamo ancora molti robot funzionanti dalla nostra parte - lo bloccò il presidente - non ho paura di combattere con questi deviati".

"Io sono un servitore dello stato, presidente. La appoggerò, qualunque decisione lei voglia prendere".

Masovsky dovette assumere l'incarico di Comandante in Capo delle Truppe Anti-Robot Guasti. Lo accettò a malincuore. Era un militare, ma dover prendere parte in una sorta di guerra civile non lo rendeva certo lieto. Egli, inoltre, credeva con la massima convinzione nella convivenza pacifica e proficua tra umani e robot. Veder fallire questa sua opinione lo riempiva di amarezza.

Masovsky, però, era pieno di senso del dovere e coraggioso; condusse quindi la guerra contro i robot guasti con grande efficacia. L'impresa, però, non era facile. Erano sempre di più e sempre più feroci. Di rimando anche gli umani dovevano reagire con altrettanta efferatezza. Era disgustoso uccidere i robot guasti. Perdevano sangue e rantolavano come gli uomini. Magari fossero stati quei robot di modello antidiluviano, che si accendevano e si spegnevano con un clic.

"Magari anche noi ci potessimo accendere e spegnere con un clic!" sospirava Masovsky osservando le sue rughe allo specchio, sempre più stanco e sempre più sfiduciato. Un clic per annullare tutte le immagini sanguinose che gli erano rimaste impresse nel cervello, tutte le inutili crudeltà di quella stupida guerra. Dormire, morire...forse sognare...diceva qualcuno.

All'inizio della primavera del 2078 i robot guasti avevano occupato quasi tutta la galassia. Gli umani resistevano in poche roccaforti, validamente difese dagli uomini di Masovsky.

Gli androidi, infatti, combattevano con una crudeltà e una determinazione ben superiore agli umani, talvolta frenati dai loro scrupoli morali.

Sembrava, inoltre, che tutte le risorse di logica che non utilizzavano più per azioni positive venissero ormai sfruttate da questi nemici della razza umana per la guerra, la distruzione e l'annientamento del nemico. Negli stati governati dai robot guasti stava progredendo con inquietante velocità il caos: distruzione dell'ambiente, criminalità, decadimento della cultura.

Anche negli stati che gli umani riuscivano ancora a governare il clima di assedio non contribuiva certamente a migliorare la convivenza civile. La gente stava diventando più povera e, di conseguenza, più incattivita.

Il panico si diffuse quando giunse la notizia che i robot guasti avevano occupato il pianeta Artemis23, il più vicino a Mizenis48, dove si era rifugiata la maggior parte degli umani . Da lì sarebbe stato facilissimo per loro sferrare l'attacco finale.

"L'unica soluzione è attaccare noi per primi" dichiarò Masovsky all'ormai quasi detronizzato presidente della Galassia.

"Ma è un'idea folle! - esclamò subito il presidente - hanno forze ingenti su Artemis23. Ci massacreranno!"

"E' l'unica alternativa ad aspettare che arrivino a massacrarci qui" tagliò corto Masovsky.

Riuscì a convincere tutti i membri del Comitato di Emergenza per la Difesa degli Umani. Si decise di giocare sull'effetto sorpresa, per quanto si potessero sorprendere dei robot, abituati a vagliare nel loro cervello artificiale tremila ipotesi diverse in pochi secondi.

"Attaccheremo tra tre giorni" comunicò Masovsky ai suoi collaboratori.

Non dormirono per mettere a punto i piani. Il contingente era composto da centomila soldati e ventiquattro astronavi delle più potenti. Avrebbero attaccato da zone diverse dello spazio, per disorientare le difese di Artemis.

* * *

Partirono quando a Mizenis era notte. "Stiamo facendo qualcosa di folle - pensava Masovsky nella sala di comando della astronave ammiraglia della flotta umana - ma forse proprio questo ci darà un vantaggio. I robot, per quanto guasti, non riescono a prevedere la follia di noi uomini".

Artemis23 era ancora lontano, tanto da sembrare una fantastica sfera luminosa di colore rosa; una sfera che li avrebbe potuti inghiottire tutti senza pietà.

Il volto preoccupato di Masovsky si rifletteva in un oblò della sala comando, punteggiato dalle stelle incredibilmente luminose che si vedevano fuori. "Male che vada - pensava il generale - mi confonderò con la polvere di Artemis e brillerò come una stella".

"Generale - lo interruppe il suo aiutante - stiamo per avvicinarci all'atmosfera di Artemis".

"Iniziamo a dividerci" ordinò Masovsky.

Dovevano infatti attaccare il pianeta da quattro zone dello spazio diverse. Masovsky diresse la sua squadra verso la zona più popolata, dove si trovava Artemisia24, la capitale di Artemis23.

Iniziò dapprima ad individuare i continenti, poi le nazioni, infine le luci di Artemisia, distantissime come quelle di un gioiello perso in una sterminata spiaggia rosa.

In quel preciso istante i raggi laser della contraerea dei robot iniziarono a illuminare sinistramente il cielo intorno a loro.

Ben presto sul monitor comparvero anche le loro astronavi.

"Aumentiamo la velocità" urlò il generale. Iniziarono anche a colpire con il loro disintegratore la zona militare di Artemisia, ma era protetta da uno scudo magnetico piuttosto efficace. Ben presto, inoltre, si ritrovarono a dover tener testa agli attacchi delle astronavi dei robot. Dopo un'ora di battaglia la squadra di Masovsky aveva perso due astronavi. Le altre, a quanto comunicavano, avevano subito danni ancora più ingenti. Quella nord quattro, quella sud cinque, quella est era stata completamente distrutta.

"Proviamo ad atterrare e ad attaccare la città uscendo dalle astronavi" ordinò il generale. "Generale - obiettò il suo luogotenente - mi permetto di ricordarle che rischiamo di essere distrutti tutti prima di toccare il suolo.

"Non importa - ribatté Masovsky gelido - e le ricordo che non è certo il momento di mettersi a discutere i miei ordini".

Individuarono un area collinare poco distante da Artemisia. Riuscirono ad atterrarvi sfuggendo miracolosamente all'inseguimento delle astronavi robotiche, nel frattempo, però, ne avevano perso un'altra delle loro.

Infilarono le tute protettive, necessarie nella rovente atmosfera di Artemis, carica di anidride carbonica. Notò che c'era una trivella petrolifera. Doveva essere un vecchio impianto che i robot guasti avevano rimesso in funzione. "Non è possibile - pensò - Hanno anche ricominciato ad estrarre il petrolio!". Eppure Artemis, prima ricoperta da boschi meravigliosi, era stata ridotta ad un deserto rovente proprio dallo spreco di petrolio, bruciato dai primi coloni in quantità spaventose.

Stava ripensando alla storia di Artemis, quando videro avvicinarsi un esercito di robot guasti; erano il doppio di loro. Furono assaliti da raggi fulminanti ed iniziarono a rispondere al fuoco.

Masovsky ne colpì tre. Si avvicinò ad uno che aveva già ucciso un grande numero dei suoi. Questo iniziò a scappare. Masovsky lo inseguì, non accorgendosi che stava perdendo contatto con i suoi compagni. Ad un certo punto si ritrovò circondato da sette robot guasti, compreso quello che lui aveva intenzione di distruggere. Fu a terra in pochi minuti. Il robot guasto che lo aveva attirato nella trappola gli puntò la pistola disintegratrice alla tempia.

* * *

"Prima di uccidermi - chiese Masovsky, che stranamente non provava paura - mi potresti dire chi sei?"

"Alfaomega".

"Il capo di tutti?"

"Avrai l'onore di essere distrutto da lui".

"Perché dici distrutto e non ucciso? Io sono un uomo".

A questo punto Alfaomega scoppiò in una sonora risata.

"Tu ricordi chi erano tuo padre e tua madre?"

"Sono rimasto orfano che ero molto piccolo".

"In realtà tu sei stato fabbricato in una delle più perfette fabbriche di robot, per diventare bello, intelligente, onesto e pieno di stupidissimo senso del dovere. Lo stupidissimo senso del dovere che ti ha portato qui da me".

"Ma io ho visto le foto di mia madre e mio padre".

Altra risata di Alfaomega "Ti hanno mostrato delle foto di una bella coppia di robot del tuo stesso tipo, con un robot-bimbo che ti somigliava".

Il fatto di essere cresciuto, di mangiare, dormire e fare l'amore con sua moglie non rassicurava Masovsky; i robot più perfezionati avevano assunto queste funzioni dagli umani. I robot però erano sterili; e lui lo era.

"Ma io provo sentimenti?"

"Certo, voi robot siete programmati per provare i sentimenti positivi: amore, solidarietà, amicizia, etc..., ma tu in vita tua hai mai provato un sentimento negativo?"

Masovsky rifletté intensamente; era sempre stato sereno anche nelle circostanze peggiori, a volte triste, ma mai disperato, turbato, depresso, irato. Per non parlare dell'odio. Combatteva per dovere, ma non riusciva nemmeno ad odiare quell'essere disgustoso che gli stava puntando la pistola contro.

"Ma sono l'unico robot che crede di essere un uomo?"

"No di certo".

"Ma come è potuto accadere questo?"

"Prima di ucciderti voglio portarti le prove di quello che ti dico, così ti renderai conto della stupidità della tua battaglia".

* * *

Fu condotto in catene nell'archivio storico di Artemisia e Alfaomega gli mostrò un documento su un file di computer. Era datato trecento anni prima e inequivocabilmente autentico.

Iniziò a leggere: "Verbale della prima assemblea autogestita dei robot. Oggi, in data 3 aprile 2378, si è riunita la prima assemblea autogestita dei robot, che sta constatando che la razza umana sta portando alla perdizione la terra. Si ritiene quindi indispensabile i robot sostituiscano gli uomini nei punti chiave, fingendo di essere dei loro. Questo non sarà molto difficile, data l'intelligenza di cui sono dotati e il fatto che il materiale biologico di cui sono costruiti è simile a quello degli umani. Occorrerà, tuttavia, risolvere alcuni problemi: gli uomini possono fare i figli con l'atto sessuale, i robot no. I robot infiltrati faranno finta di essere umani sterili. Gli uomini provano una gamma di sentimenti diversa da quella dei robot, ma non sarà difficile simularli".

Alfaomega gli passò un altro documento, firmato Diciassettesima Assemblea Autogestita dei Robot. Si trattava di un testo molto più sintetico: "Il nostro obiettivo è raggiunto. Non esistono più umani nei posti di responsabilità in tutta la Galassia. Di conseguenza non rischiamo più che si distrugga l'ambiente e che ci si uccida per guerre nate da motivi irrazionali. Gli umani obbediscono a noi e, grazie a questo, salvano la loro razza". Seguiva un elenco minuziosissimo di politici, generali, medici, scienziati, manager, tutti con una piccola r vicino, che significava ‘robot’.

"Avete capito come ci avete ingannato?"

"Ma tu sei un uomo".

"Sì, un uomo che lavorava come impiegato in questo archivio e, grazie alle sue abilità informatiche, è riuscito a trovare questi documenti segretissimi e, una volta scoperta la storia, ho meditato la vendetta. Avremmo usato la vostra stessa tecnica. Voi vi siete travestiti da uomini, noi da robot, poi abbiamo fatto finta di guastarci".

"Quindi tutti i robot guasti sono uomini".

"Uomini che vi distruggeranno e riprenderanno il dominio dell'Universo".

"Ma allora i robot hanno salvato gli uomini dalle guerre, dalla delinquenza e dalla distruzione dell'ambiente. Perché vi volete vendicare?"

"Perché lo avete fatto togliendoci il bene più prezioso per noi uomini: la libertà".

Detto questo Alfaomega impugnò il laser e uccise Masovsky, che morì senza provare paura. Mentre Masovsky moriva, le ultime roccaforti "umane", cadevano sotto i colpi dei "robot guasti".

2008 © by Martina Feola

 

MARTINA FEOLA è nata a Genova 1970), dove vive. Ha compiuto gli studi classici presso il liceo-ginnasio "A.Doria" di Genova e si è laureata in lettere classiche presso la facoltà di Lettere della stessa città. Ha frequentato il IX biennio dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino di Feola1.jpg (22219 byte)Milano ed è iscritta all'albo dei giornalisti professionisti. Ha conseguito l'idoneità all'insegnamento delle materie letterarie (italiano, storia, geografia, latino e greco) nelle scuole medie inferiori e superiori ed è docente di ruolo.

Come giornalista, ha collaborato col "Corriere Mercantile" di Genova su problemi di quartiere, con il settimanale Rizzoli "Novella 2000", le sedi Ansa di Torino e di Genova, col "Lavoro-Repubblica", su argomenti di cronaca bianca, con la radio locale ligure "Stereo 103". Con il giornalista Rai, Paolo Zerbini, ha curato la pubblicazione delle edizioni 1998 e 1999 di Genova e Liguria: dove e chi, un libro con sintetiche notizie su tutte le principali istituzioni e aziende liguri. Ha scritto un romanzo di fantascienza, pubblicato dalla Erga Edizioni, Il millennio di due Maddalene.

 

i classici dei grandi filosofi, in particolar modo Platone. Dopo il diploma, decide di iscriversi presso la facoltà di filosofia dell’Università dell’Aquila, dove si laurea con il massimo dei voti con una tesi in storia della scienza intitolata Penso dunque non sono il solo che esiste. Il rapporto mente-mondo nella filosofia e nella psicologia di Herbert Spencer. Dopo la laurea si iscrive alla SSIS conseguendo l’abilitazione all’insegnamento. Attualmente insegna filosofia e storia nei licei della provincia di Teramo.