FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXI - febbraio 2009 - n.53 (nuova serie)

“Future Shock”, la rivista che ti aiuta a capire i problemi del nostro tempo, che interpreta la fantascienza come un ponte gettato tra le due culture oggi in conflitto, che valorizza il futuro ma anche il passato, il nostro glorioso passato classico e cristiano. SOSTIENILA!
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Future Shock n.53

Editoriale

Narrativa

Lo schermo di Martina Feola;

Il guardiano di Fabio Massa;

La rovina di Elisabetta Modena

 

Racconto vincitore nella sezione fantascienza del Premio "Akery" del 2004

Il Guardiano

                                                                  di      Fabio Massa

 

Erano le 8:15 del 20 settembre 2050 quando il giovane Tom Morrison scese alla fermata di Boston della Multi-Metro a impulso, pronto ad iniziare la sua avventura universitaria.

Si era iscritto a giurisprudenza, con il chiaro obiettivo di diventare giudice della Corte Suprema come suo padre.

Era cresciuto a "pane e leggi", e il suo destino era già stato deciso nel momento stesso del concepimento.

Non gli era stato fatto un vero e proprio lavaggio del cervello; si era trattato più di un lento ma costante lavoro ai fianchi, che alla fine aveva dato i suoi frutti.

Nonostante potesse permettersi qualunque affitto, avendo alle spalle una famiglia più che agiata, a distanza di una settimana dal suo arrivo non aveva ancora trovato uno straccio di appartamento. Sembrava che tutti avessero avuto la sua stessa idea, e allo stesso momento. Finché, l’ottavo giorno, lesse un annuncio che sembrava fare al caso suo. Qualcuno affittava una piccola casa ammobiliata non troppo distante dall’area universitaria, e il ragazzo, per non farsela soffiare, si precipitò a vederla.

La proprietaria era Mary Glover: un’anziana signora trasferitasi tre anni prima dalla figlia.

Quando Tom giunse davanti alla casa le trovò entrambe ad attenderlo. "Che bel giovanotto" commentò la vecchina, mettendolo subito a disagio. Mentre Laura, la figlia, una quarantenne molto giovanile, gli strinse la mano e lo invitò a seguirla per visionare l’interno.

La casa era molto accogliente. Tutte le finestre avevano la schermatura per i dannosi raggi ultravioletti. E comprendeva anche una soffitta alla quale si accedeva tramite una lunga scalinata.

Al ragazzo piacque subito, ed espresse senza mezzi termini l’intenzione di restarvi.

La donna, dopo aver conferito brevemente con la madre, gli diede il benvenuto, e Tom riferì che in giornata avrebbe trasferito tutti i bagagli dall’albergo dove alloggiava provvisoriamente, per poterci dormire la notte stessa.

Quando nel tardo pomeriggio prese ufficialmente possesso della sua nuova dimora, si lasciò scivolare sulla comoda poltrona del soggiorno e attivò lo schermo olografico, seguendo il notiziario con un tale interesse da addormentarsi dopo una manciata di minuti.

Il suo sonno però venne presto disturbato dal suono del campanello di casa.

Era Laura, che si presentò con un grosso dobermann dall’aspetto tutt’altro che rassicurante.

Tom, istintivamente, fece un passo indietro, ma la donna lo tranquillizzò: "Non ti preoccupare per Doger, è un cucciolone. A quest’ora lo porto sempre con me per scoraggiare i malintenzionati; c’è certa gente in giro, specialmente di notte".

Il ragazzo la fece accomodare in salotto, rimanendo comunque ad una certa distanza dalla sua pelosa guardia del corpo, che annusava tutto, pareti comprese.

Laura, dopo essersi scusata per il disturbo, gli disse che si sentiva in dovere di informarlo, prima che lo apprendesse da qualcun altro, su quanto che era accaduto poche settimane prima del suo arrivo.

La donna, dopo aver assunto un’espres-sione più cupa, gli confidò che il precedente affittuario era morto in seguito ad una rovinosa caduta dalla finestra della soffitta.

Lei però non credeva all’ipotesi del suicidio avanzata dalla polizia. "Il professor Martin era un uomo schivo ma equilibrato. Sono certa che si è trattato di un terribile incidente. Chissà cosa combinava lassù" disse, fissando il suo interlocutore negli occhi, aspettandosi una qualche reazione. Ma vedendo che il ragazzo la guardava senza dire nulla, aggiunse: "Pensa che due giorni dopo la sua morte è arrivato addirittura l’esercito, con un ordine di confisca dei macchinari. In meno di un’ora avevano già caricato tutto su due camionette.

Quello, secondo me, doveva essere un pezzo grosso, magari uno scienziato... Comunque, ci tenevo a dirtelo, almeno adesso sai tutto e puoi decidere se restare, o cercarti un’altra sistemazione".

Tom rimase spiazzato da quella rivelazione, ma confermò alla donna la sua intenzione di stabilirsi lì.

A quel punto, Laura si alzò e, dopo aver richiamato il cane, che nel frattempo si era addormentato ai suoi piedi, strinse la mano al ragazzo e si diresse verso l’uscita. Ma a pochi metri dalla porta, il cane si voltò e iniziò a tirare il guinzaglio, abbaiando proprio in direzione della soffitta.

Sembrava impazzito, e la donna faceva molta fatica a trattenerlo. "Cos’hai? Piantala!" gli gridò, mentre Tom, quasi senza accorgersene, si era appiccicato al muro per aumentare la distanza tra lui e la belva.

"Forse sente ancora l’odore del povero professore" disse Laura, mentre trascinava fuori il cane, che non voleva saperne di uscire.

Una volta all’esterno, la bestia si tranquillizzò, tornando il cucciolone di prima.

Appena la donna si allontanò, al ragazzo venne spontaneo volgere lo sguardo verso la scalinata, fino a raggiungere la porta del luogo incriminato. Da là era precipitato un uomo, spappolandosi il cranio sull’asfalto sottostante.

Non era certo una bella sensazione, ma per uno come lui, patito di horror e di tutto ciò che riguardava la sfera occulta, contribuiva a creare un piacevole alone di mistero attorno a quella casa, altrimenti uguale a tante altre.

Passò l’intera serata a curiosare nei libri appena acquistati per la sua facoltà, fino a quando le palpebre si fecero pesanti e giunse per lui il momento di infilarsi sotto le coperte.

Gli ci volle poco per addormentarsi, ma verso le 4:00 il suo sonno fu bruscamente interrotto da degli strani rumori.

Rimase nel letto, chiedendosi se stesse ancora sognando, finché un fruscio lo fece sobbalzare.

"Chi c’è?" gridò, senza ottenere risposta.

"Un ladro già alla prima notte? Andiamo proprio bene" commentò, scendendo dal letto e dirigendosi con cautela verso il soggiorno.

Accese tutte le luci, per infondersi un po’ di coraggio, dopodiché aprì ad una ad una le porte che davano sulle varie stanze, ripostiglio compreso.

Non trovò nulla. Ma successe un fatto singolare: una serie di sbalzi di tensione fecero accendere e spegnere le luci per una quindicina di secondi.

Tom si guardò in giro preoccupato, prima di riprendere il suo tour di controllo. Ora il silenzio era totale.

La porta d’entrata era ben chiusa e non c’era alcun segno di forzature.

Bastò questo a tranquillizzarlo, almeno finché, come un flash, gli venne in mente la soffitta; lì non aveva ancora controllato.

Dopo aver fatto un lungo respiro, affrontò i gradini della rampa tenendo sempre lo sguardo fisso sulla porta.

Giunto in cima, appoggiò la mano sulla fredda maniglia di ottone e, con un gesto fulmineo, la ruotò, piombando nella stanza.

Una volta accesa la luce poté constatare che non c’era assolutamente nulla, a parte un paio di sedie appoggiate a una parete e tre scaffali pieni di vecchi giornali, contenitori vuoti e latte di vernice.

Sul pavimento c’erano delle scalfitture prodotte dal trascinamento di oggetti molto pesanti, che gli fecero subito tornare alla mente i misteriosi macchinari del professore defunto.

"Forse la donna ha ragione: doveva essere uno scienziato" pensò. E lì, la sua fantasia si mise al lavoro, facendogli ipotizzare chissà quali esperimenti avvenuti nel buio di quella tetra soffitta. "Forse lo scienziato aveva scoperto il modo di separare lo spirito da corpo, e magari si trova ancora qui, intrappolato in questa casa" fantasticò, fischiettando il motivetto di una vecchia serie televisiva intitolata "Ai confini della realtà".

Quando però si accorse che erano quasi le 5:00, si ricordò che quattro ore dopo avrebbe dovuto essere in università e, spente tutte le luci, si rifiondò nel letto, ormai convinto che quei rumori doveva averli sognati.

Alle 8:00, nemmeno il suono martellante della sveglia riuscì a strapparlo dalle coperte.

Strisciò fuori dal letto solo dopo una buona mezz’ora ; e dopo essersi sbattuto dell’acqua gelida sul viso, si vestì alla velocità della luce, non avendo alcuna intenzione di farsi subito bollare come fannullone ritardatario dal docente di turno. E poi, più aumentava il ritardo e più diminuivano le sue possibilità di sedersi vicino alle ragazze più carine. Da sempre quei posti andavano a ruba, e lui lo sapeva bene.

La seconda notte riuscì a farsi tutto un sonno, almeno fino a quando la sveglia fece finalmente il suo dovere.

Dopo essersi stiracchiato per un paio di minuti, saltò giù dal letto e andò in cucina a prepararsi una rapida colazione.

Era una bella giornata, e il sole che filtrava dalla finestra vicino al lavandino contribuiva a riscaldare l’ambiente.

Tom, ancora assonnato, dopo essersi lasciato andare a uno sbadiglio da guinness, si guardò intorno per cercare il blocco di appunti che ricordava di aver lasciato sul tavolo della cucina, vicino a una lattina di coca che si era scolato poco prima di andare a dormire.

Li trovò entrambi. Lui però era certo di aver messo gli appunti in mezzo al tavolo, mentre ora erano a terra.

La lattina invece, ce l’aveva proprio davanti, ma con una "piccola" differenza dalla sera precedente: era schiacciata, appiattita come una sottiletta.

Rimase a fissarla per qualche secondo, domandandosi cosa stesse succedendo in quella casa, o alla sua memoria; anche se, dopo l’interminabile lezione del giorno prima, era poco più che uno straccio, e la mente poteva avergli giocato un brutto scherzo. "Se la testa mi fa già cilecca come farò a superare gli esami che ho davanti?" pensò, scuotendo il capo.

La terza sera restò alzato fino a notte fonda per riordinare gli appunti, che iniziavano già ad essere piuttosto incasinati.

Per sua fortuna, il giorno dopo avrebbe avuto la giornata libera, potendo finalmente permettersi il lusso di dormire quanto voleva.

All’1:30 fece una breve pausa. Aprì una confezione famiglia di patatine e iniziò a saltare da un canale all’altro alla ricerca di qualcosa di interessante: una missione quasi impossibile vista l’ora.

La sua attenzione fu catturata da Nature Network, il canale che si occupava 24 ore su 24 dei problemi della Terra.

Stava trasmettendo un interessante servizio sui Globici: il primo eclatante risultato di anni di studi sulla genetica avanzata.

Gli oceani erano ancora ricchi di vita, ma l’elevata quantità di sostanze chimiche nell’acqua aveva costretto gli uomini a sospendere la pesca.

Era stato allora che gli scienziati, grazie ai passi da gigante fatti nel campo dell’ingegneria genetica, avevano ottenuto una nuova forma di vita chiamata Globice, che nel giro di pochi anni avrebbe dovuto risolvere il problema dell’inquinamento.

Si trattava di una sfera gelatinosa, o bio-palla, come l’avevano soprannominata gli scienziati stessi, in grado di filtrare grandi quantità di acqua, trattenendo proprio quelle venefiche sostanze chimiche, che costituivano il suo alimento base.

Tali organismi avevano dato prova di grande efficienza nelle vasche di acqua marina dei laboratori. Tuttti gli agenti tossici immessi erano stati assimilati, e i Globici proliferavano, riproducendosi ciclicamente per divisione.

Non avevano mai superato il metro di diametro, e la loro crescita era piuttosto lenta.

Ne furono liberati un milione in oceano aperto.

Qualche tempo dopo si erano già distribuiti uniformemente, centuplicando il loro numero.

Gli avvistamenti erano sempre più frequenti, e gli esami batteriologici delle acque dove la densità era maggiore avevano dato esiti molto positivi.

Presto però sorse un "piccolo problema": qualcosa che gli scienziati avevano trascurato. La crescita del singolo Globice, infatti, era direttamente proporzionale allo spazio a disposizione e al tasso di inquinamento dell’acqua.

Trovandosi in oceano aperto, avevano presto raggiunto delle dimensioni enormi: oltre 50 metri di diametro; e quando le correnti li spingevano in superficie, diventavano pericolosi ostacoli trasparenti, difficilmente visibili per le navi, che vi entravano in collisione rischiando di capovolgersi.

Secondo gli scienziati, una volta esaurite tutte le sostanze inquinanti, le bio-palle si sarebbero estinte per mancanza di cibo. Era solo questione di tempo, ma di quanto?

Tom seguì l’intero servizio, osservando quelle enormi sfere di gelatina con un misto di curiosità e repulsione. Poi, accortosi che aveva perso troppo tempo, spense l’olo-schermo e si immerse nuovamente negli appunti.

Alle 3:00 sospese tutto, perché il suo grado di attenzione era pericolosamente sceso sotto il livello di guardia.

Mentre si avvicinava alla camera da letto, passò come sempre davanti alla scalinata e, meccanicamente, alzò lo sguardo in direzione della porta che dava in soffitta.

All’inizio, quasi non ci fece caso, ma dopo aver percorso un paio di metri, realizzò; la porta era accostata, mentre lui ricordava distintamente di averla chiusa.

Subito, pensò che si trattasse della maniglia difettosa.

Con una certa cautela, salì i gradini, che sembravano non finire mai, e una volta in cima afferrò la maniglia, tirandola verso di lui fino a quando sentì il clic di chiusura.

Per sicurezza provò anche a spingere, ma la porta non si aprì.

Soddisfatto, tornò in camera da letto.

Si addormentò come un sasso, ma dopo meno di un’ora, si svegliò terrorizzato. Aveva sognato che qualcuno lo stava osservando. Era lì, in camera, ma lui non poteva vederlo.

Ancora scosso da quell’incubo particolarmente reale, scese dal letto e andò in cucina a prepararsi un latte caldo.

Da quando si era trasferito, aveva dormito poco e male, e stava iniziando a risentirne.

Passando davanti alla scalinata udì nuovamente dei rumori. Era esausto e piuttosto nervoso, e così, quasi senza rendersene conto, si ritrovò a salire le scale bestemmiando.

Spalancò con violenza la porta, si guardò intorno, ma come in precedenza non trovò assolutamente nulla, solo uno spazio desolatamente vuoto.

A quel punto gli vennero in mente i topi. "Perché non c’ho pensato prima!?" esclamò, cercando di capire dove potessero nascondersi.

Conoscendo l’astuzia dei roditori, sapeva che non li avrebbe mai scovati. Ma quando tornò di sotto era comunque più sollevato. Finalmente aveva trovato una spiegazione logica a ciò che accadeva lassù.

Soddisfatto, bevve il latte e si infilò nuovamente nel letto. Ma gli ci volle più di un’ora per riaddormentarsi.

La mattina seguente telefonò alla proprietaria della casa. Rispose Laura, che rimase alquanto perplessa quando Tom le parlò dell’eventualità che in soffitta ci potessero essere dei topi.

La donna gli disse che non avevano mai avuto di questi problemi, ma che, se voleva, poteva acquistare un topicida e metterlo sul loro conto.

Il ragazzo la ringraziò, e dopo aver fatto una lista di ciò che gli serviva, partì alla ricerca di quel veleno che avrebbe dovuto garantirgli notti più tranquille.

Lo trovò al vicino spaccio: dei granelli blu racchiusi in piccoli sacchetti di carta. Il topo li rompeva, ne mangiava il contenuto e moriva dopo poche ore dall’ingestione.

Tom li distribuì per tutta la soffitta, dopodiché, con una punta di cinismo, esclamò: "Buon appetito!".

Passò il resto della giornata all’uni-versità, tornando a casa solo dopo le 21:00.

Aveva comprato una confezione di cibo autocuocente: una novità assoluta per lui, abituato com’era ai manicaretti cucinati dal maggiordomo.

Sulla confezione c’era scritto: arrosto di tacchino clonato con patate e salsa verde. Tirare la levetta e attendere 4 minuti. La confezione si aprirà automaticamente quando il cibo sarà cotto. Le patate e la salsa verde sono transgeniche e ad alta digeribilità. Tenere lontano dalla portata dei bambini. Prodotto non adatto a individui di età inferiore a 12 anni.

"Sembrano le indicazioni di un medicinale. Ora capisco perché mia madre non ha mai comprato questa roba" commentò. Ma poi l’appetito si fece grande, e in pochi minuti mangiò tutto, sapendo che l’unica alternativa sarebbe stata il digiuno, visto che di cucinare non se ne parlava.

Terminata la cena si piazzò in poltrona, accese l’olo-schermo e aprì una maxi confezione di pop-corn.

Sul programma nazionale stavano trasmettendo un servizio sulla genetica avanzata: uno di quei campi in cui gli scienziati, nel giro di poco tempo, avevano fatto passi da gigante grazie anche alle generose sovvenzioni elargite dalle più grandi Compagnie mondiali, interessate non poco a quella che consideravano una futura fonte di immensi guadagni.

Il ragazzo non fece però in tempo a capire l’argomento, che squillò il video-telefono; era sua madre.

Quando, dopo cinque minuti buoni di raccomandazioni e consigli, riattaccò, ebbe come la sensazione che ci fosse qualcuno alle sue spalle.

Iniziò a sudare freddo, mentre sentiva uno strano formicolio che gli saliva dalle dita dei piedi.

Restò immobile per una manciata di secondi, dopodiché, trattenne il respiro, si voltò di scatto, e non vide altro che il muro del soggiorno.

"Che mi sta succedendo?!" esclamò infastidito.

Per un po’ rimase seduto a fissare lo schermo che proiettava le immagini 3D della ricostruzione di una sciagura aerea avvenuta in mattinata. Ma la sua testa era altrove: stava rimuginando sulle strane sensazioni che quella casa gli trasmetteva.

Spense l’olo-schermo e si andò a buttare sul letto, sbuffando.

Si addormentò in quella posizione, completamente vestito. Ma qualche ora dopo fu svegliato dai soliti rumori provenienti dalla soffitta.

"Mangiate, mangiate tutto" mormorò, poco prima di riaddormentarsi.

La mattina seguente, dopo una rapida doccia, si precipitò in soffitta, curioso di vedere se i suoi inquilini abusivi avevano gradito il "dono".

I sacchetti erano tutti intatti, tranne uno, che era stato aperto e svuotato.

"Bene, bene. Spero vi sia piaciuto" bisbigliò.

Da quando viveva da solo gli capitava sempre più spesso di fare discorsi ad alta voce, e ogni volta che se ne accorgeva si dava del matto, senza però prendersi troppo sul serio.

Prima di uscire diede ancora un’occhiata dietro agli scaffali, ma non trovò nessun cadavere.

Visto che erano già le 8:40, e alle 9:30 avrebbe dovuto trovarsi nell’aula 10 a prendere la consueta vagonata di appunti, accantonò per un istante i suoi problemi domestici e scese a prepararsi il solito latte caldo.

Agguantò la scatola dei biscotti e si sedette su una delle ruvide sedie di legno della cucina, appoggiando sul tavolo il bicchiere fumante. Afferrò la zuccheriera, immergendo il cucchiaino e sollevando una montagnola di zucchero.

Sulle prime non ci fece caso, ma poi, guardando più attentamente vide, mescolati allo zucchero, dei granelli blu.

"Oh porca...! Il veleno per topi! Ma...che diavolo...Come c’é finito qui?" balbettò, lanciando il cucchiaino sul tavolo.

Quello era troppo anche per lui.

Esausto, telefonò immediatamente alla proprietaria della casa.

Come sempre rispose la figlia, e Tom, in evidente imbarazzo, le riferì che aveva deciso di cambiare casa.

Accampò una serie di scuse così poco credibili che si rese subito conto di stare facendo la figura del cretino, ma non gli importava: voleva solo andarsene il prima possibile.

La donna, assai comprensiva, gli restituì la caparra, e Tom la ringraziò, scusandosi per la spiacevole situazione.

La sera stessa chiamò l’albergo e prenotò la sua vecchia stanza per il giorno dopo.

Quell’ultima notte decise di prendersi una sbronza colossale, scolandosi tutte le lattine di birra che aveva in frigo.

Brindò alla casa e ai fantasmi che la abitavano, finché la stanza non iniziò a girargli attorno vorticosamente.

A fatica, si trascinò in camera, sbandando e finendo più volte contro il muro del corridoio.

Quando la raggiunse, spalancò la porta e si lasciò cadere sul letto, facendo volare la lattina, che rotolò sotto l’armadio.

"Almeno stanotte non sentirò nulla" rantolò, prima di crollare.

Fece uno strano sogno, nel quale il muro della stanza sembrava prendere vita, assumendo una forma umana, che protendeva le lunghe braccia scheletriche verso di lui.

L’incubo si interruppe bruscamente quando un attacco di nausea lo costrinse ad alzarsi e a raggiungere rapidamente il bagno per liberare lo stomaco.

Aveva un colorito biancastro, funereo, e un alito che avrebbe steso un bisonte.

Tra un conato e l’altro maledisse il momento in cui aveva deciso di sbronzarsi. Ma fu proprio allora che sentì nuovamente quegli strani rumori.

"Basta! Voglio sapere cosa c’è in questa maledetta casa!" esclamò; e dopo aver afferrato un grosso coltello da cucina, affrontò la lunga rampa di scale.

Non era certo lucido, ma la curiosità era troppa, e l’alto tasso alcolico contribuiva a infondergli un certo coraggio.

Un tuono però lo fece sobbalzare, e quasi perse l’equilibrio. Ma dopo un istante di esitazione, si aggrappò al corrimano, continuando a salire.

Si era scatenato un temporale, e l’acqua batteva contro i vetri delle finestre, sospinta dalla forza del vento.

"La notte ideale" commentò, raggiungendo la porta.

Una volta entrato in soffitta, senza esitare fece subito scattare l’interruttore.

"Allora, la vogliamo finire di fare casino!?" sbottò, lasciandosi andare ad una risata liberatoria.

Improvvisamente però, si udì un tuono particolarmente poderoso. La corrente saltò, e Tom rimase al buio ad osservare i lampi che illuminavano la piccola finestra.

"Ci mancava solo questa!" borbottò, sbuffando nervosamente.

Si voltò per tornare di sotto a cercare il contatore, ma proprio in quell’istante udì un fruscio. Qualcosa si stava avvicinando lentamente alle sue spalle.

Rimase pietrificato, incapace di qualsiasi movimento. Non sentiva alcun respiro, o rumore di passi, solo quel leggero fruscio, quasi impercettibile, che però bastava a fargli gelare il sangue nelle vene.

Era una situazione insostenibile. Poi, una scarica di adrenalina gli attraversò il corpo, e fu allora che si voltò.

La poca luce che filtrava attraverso la finestra illuminò una forma, che più si avvicinava, e più sembrava sforzarsi di assumere sembianze umanoidi.

Di qualunque cosa si trattasse era molto più alto di lui, e non riusciva a distinguerne il volto: sembrava uno di quei pupazzi di stoffa con i lineamenti appena abbozzati.

Il ragazzo retrocesse istintivamente fino al bordo della scalinata, ma l’essere continuò ad avanzare, raggiungendolo. "Cosa diavolo sei...?" fece in tempo a dire, prima che l’intruso lo afferrasse per il collo con le sue lunghe dita, mutando il colore, da un grigio muro, a un rosa carne.

Rimasero lì, in assoluto silenzio per una manciata di secondi, dopodiché l’essere, con un gesto fulmineo, gli spezzò l’osso del collo.

Il coltello scivolò dalla mano di Tom, finendo giù per le scale, seguìto a ruota dal suo corpo senza vita.

La mattina seguente, fu Laura a fare la macabra scoperta.

Dopo aver suonato più volte il campanello, aprì con il passe-partout e, annunciando la sua presenza, entrò, visto che, come da accordo telefonico, il ragazzo avrebbe dovuto lasciare libera la casa la mattina stessa.

Lo trovò lì, ai piedi della scalinata.

Sconvolta, telefonò subito alla polizia, coprendosi gli occhi per non vedere il cadavere, che giaceva a pochi metri da lei, riverso su un fianco.

Venne subito aperta un’indagine, ma anche questa volta il responso parlò di un tragico incidente. Il ragazzo, che dagli esami risultò ubriaco, doveva aver perso l’equilibrio, rompendosi il collo durante la caduta.

Il giovane ispettore Fox, chiamato a risolvere il caso, pur essendo al corrente della precedente morte avvenuta in quella casa, la considerò nulla più che una terribile coincidenza.

Solo il coltello faceva presupporre che qualcuno si fosse introdotto nell’abitazione. In quel caso, la vittima doveva aver sorpreso l’intruso e, nella colluttazione, poteva essere caduta dalle scale.

Non era però stato trovato alcun segno di effrazione; porte e finestre erano intatte e sigillate.

Ogni singola stanza, compresa la soffitta, fu perquisita a fondo, ma senza alcun risultato.

Certo, se l’ispettore avesse saputo chi era veramente il precedente affittuario forse sarebbe giunto ad una diversa conclusione.

Si trattava di James Braddok, un luminare nel campo della robotica avanzata.

Lui e Frank Savini, un collega, esperto di genetica e orgoglioso padre dei Globici, avevano lavorato per quattro lunghi anni al progetto Ghost.

Tale progetto, totalmente finanziato dall’esercito e coperto dal segreto militare, era culminato nella creazione di un essere bio-robotico in grado di rigenerare le proprie cellule assorbendo elettricità.

La capacità che aveva di scomporre la sua struttura scheletrica gli dava la possibilità di assumere forme diverse, a seconda delle esigenze; ora era un bipede, ora un quadrupede; e quando veniva il momento di scomparire, riusciva ad appiattirsi a tal punto da diventare un tutt’uno con muri e pavimenti. Questo grazie alla bio-materia che ricopriva l’ossatura magnetica scomponibile: un compatto ammasso cellulare che conteneva il D.N.A. del camaleonte e della torpedine, consentendo alla creatura di attaccare la potenziale preda sfruttando l’effetto sorpresa, folgorandola con una potente scarica elettrica.

Il bio-involucro, compatto ma estremamente elastico, riusciva a fermare la corsa dei proiettili più devastanti e ad assumere il colore di qualunque superficie con la quale venisse a contatto. Mentre lo scheletro magnetico scomponibile in lega al titanio nutriva il suo bio-abito protettivo, assorbendo elettricità attraverso una qualsiasi presa di corrente per poi distribuirla uniformemente alle cellule.

Quando nella casa la luce andava e veniva era il segnale che l’essere si stava nutrendo; ed era proprio per questo motivo che la bio-massa non rigettava quell’ingombrante fardello: senza di esso avrebbe perso la sua unica fonte di nutrimento.

Far interagire la parte meccanica con quella biologica era stata la sfida più ardua. All’inizio infatti, gli impulsi che il cervello artificiale le trasmetteva non venivano interpretati correttamente, dando luogo ad un’immediata reazione autodistruttiva delle cellule, meglio conosciuta dagli scienziati col nome di Effetto Domino.

Come tutti i progetti ambiziosi, anche questo aveva procurato non pochi grattacapi ai suoi due padri; e proprio la grande pressione a cui erano stati sottoposti Braddok e Savini si era rivelata letale per quest’ultimo, stroncato da un infarto poco dopo aver terminato il suo prezioso lavoro, con buona pace dell’Alto Comando Militare, che vedeva sempre meno minacciata la segretezza della sua arma pensante.

Dopo una serie di tentativi, Braddok era finalmente riuscito ad ottenere la perfetta simbiosi tra scheletro e bio-massa esterna, vedendo così premiati i suoi sforzi e quelli del collega defunto.

Ghost era nato per controllare aree ad alto rischio, neutralizzando ogni intrusione non autorizzata.

Era dotato di un cervello artificiale ultra-piatto e di un cip neuro-corticale nel quale trovava spazio un’immensa banca dati contenente informazioni su tutte le forme di vita presenti sulla Terra. Ciò gli permetteva di studiare in fretta il suo nemico, qualunque esso fosse, eliminandolo con estrema facilità.

Non era provvisto di occhi, ma disponeva di sofisticati sensori all’altezza del disco cranico in grado di captare calore e movimento, disegnando con precisione l’identikit dell’avversario di turno.

I due scienziati, anni addietro, si erano già distinti per aver collaborato alla creazione del polimorfo segugio: quello che poteva essere considerato l’antenato dell’attuale Ghost. Ma a differenza di quest’ultimo, era totalmente sintetico e sprovvisto di un cervello in grado di elaborare nuove strategie e apprendere giorno dopo giorno.

Anch’esso però, aveva la capacità di mutare la sua forma, seppur in maniera più limitata. Ma ciò gli bastava a raggiungere lo scopo per cui era stato creato: catturare gli evasi.

Ogni detenuto aveva un cip impiantato nel collo che trasmetteva una serie di bio-dati e un segnale radio di identificazione.

Quando uno di loro riusciva ad evadere, veniva inserito il suo cip nella banca dati del polimorfo segugio, che si metteva immediatamente sulle sue tracce, scovandolo e catturandolo nel giro di poco tempo, grazie alle sue doti mimetiche e alle strategie preordinate.

Una volta intercettato l’evaso, lo avviluppava con i suoi tessuti elastici, ricoprendone ogni centimetro del corpo come una tuta aderente, e narcotizzandolo all’istante con una sostanza chimica sprigionata dalla sua pelle sintetica. Dopodiché attendeva l’arrivo delle guardie carcerarie; e solo allora lo liberava dal suo abbraccio, disattivandosi.

Il polimorfo segugio si era dimostrato una macchina infallibile e totalmente affidabile, a differenza del successivo e assai più ambizioso progetto Ghost, che aveva dato non pochi grattacapi ai suoi ideatori.

I primi test infatti, avevano subito evidenziato problemi nella ricezione ed elaborazione degli ordini.

Il cip neuro-corticale era difettoso, e la creatura finiva per agire autonomamente, attaccando chiunque entrasse nel suo raggio d’azione, automodificando gli ordini stessi.

Il progetto fu sospeso e l’essere bio-meccanico venne eliminato, disattivando il cervello grazie a un dispositivo di controllo ideato dal suo creatore.

Essendo Braddok l’unico al corrente dell’esperimento, oltre ai militari della base segreta in cui erano avvenuti gli esperimenti, fu costretto a rimanere lì, in attesa di nuovi incarichi.

Ma lo scienziato, con l’aiuto di infiltrati della G.E.N.O.M.A, una multinazionale che spaziava in più settori, dai prodotti farmaceutici, agli alimentari, all’ingegneria genetica, riuscì a fuggire.

Lui stesso, dopo anni di collaborazione, era stato soffiato alla G.E.N.O.M.A. dall’esercito a suon di quattrini.

Nella base militare c’erano però alcuni infiltrati della multinazionale, che in principio avrebbero dovuto limitarsi a carpire i segreti del suo esperimento. Ma visto come erano andate le cose, e subodorando il possibile affare miliardario, ne avevano approfittato offrendo allo scienziato un’altra chance nel momento in cui il suo lavoro stava per finire alle ortiche.

Braddok, che non aveva nessuna intenzione di buttare via tutti quegli anni, sicuro com’era di essere a un passo dalla soluzione, grazie a un nuovo micro-cip neuro-corticale, aveva preso la palla al balzo e, impossessatosi del suo prezioso libro di appunti, era scomparso nel nulla.

In realtà, era stato trasferito sotto falsa identità in quella che sarebbe diventata una sorta di casa maledetta, dove avrebbe proseguito il suo lavoro, potendo contare sui sofisticati macchinari offerti dalla G.E.N.O.M.A, che per non esporsi eccessivamente non aveva potuto mettergli a disposizione gli attrezzatissimi laboratori di cui disponeva.

Di scheletri nell’armadio la G.E.N.O.M.A ne aveva già fin troppi, come il settore si occupava della sperimentazione di armi dell’ultima generazione; e il mutante bio-robotico sarebbe stato il pezzo pregiato proprio di tale settore: un gioiello da vendere al miglior offerente.

Per evitare inutili rischi, vista la totale mancanza di misure di sicurezza, il patto era che lo scienziato si limitasse a creare un nuovo esemplare senza però attivare il cip neuro-corticale. Inoltre, a scadenze prestabilite, avrebbe dovuto consegnare a un uomo della G.E.N.O.M.A un resoconto dettagliato sul suo lavoro.

Nel momento in cui questo fosse giunto al termine, sia lui, che la sua creatura, sarebbero stati trasferiti all’interno di un nuovo laboratorio segreto, nascosto tra le Montagne Rocciose, dove avrebbe finalmente potuto portare a termine l’esperimento in tutta sicurezza.

Ma Braddok non aveva resistito e, novello Frankenstein della bio-robotica, una volta completato lo scheletro, aveva subito provveduto ad inserire il cip, attivandolo e ricoprendo il tutto con la bio-massa.

Puntualmente, qualcosa era andato storto, e l’essere, dopo aver preso possesso della casa, aveva considerato lo scienziato un intruso e lo aveva eliminato defenestrandolo, non prima però di aver distrutto l’unico dispositivo in grado di disattivare il suo cervello artificiale.

Lo scienziato era andato ben al di là dell’assemblaggio di una potente bio-arma. La creatura aveva preso coscienza di sé, anche se non riusciva a darsi un’identità. Non aveva un passato, nessun punto di riferimento. Sapeva solo quello che doveva fare: difendere il suo territorio. Ma la cosa peggiore era che il nuovo cip aveva contribuito ad accrescere il suo compiacimento nel cacciare la preda di turno, inducendola a prolungare la fase di studio per poter giocare al gatto col topo.

Quelli della G.E.N.O.M.A, dal canto loro, nel momento in cui lo scienziato era deceduto, avevano considerato chiuso ogni rapporto, lavandosene le mani. Al contrario dell’Alto Comando Militare, che riconosciuto Braddok in una foto pubblicata nella pagina di cronaca nera di un giornale locale, aveva subito inviato una ventina di uomini nella vecchia casa, con l’ordine di confiscare i macchinari per paura che potesse trapelare qualcosa della loro vecchia collaborazione, ignari del fatto che lì si aggirasse già un’altra delle sue creature.

Ma l’essere non si era mostrato. Aveva deciso di non attaccare, perché gli intrusi erano troppi, bene armati, e non era certo di poterli sopraffare senza venire danneggiato.

Aveva protetto sé stesso, prima ancora del suo territorio, dimostrando un forte spirito di autoconservazione.

Per tutto il tempo in cui i militari avevano occupato la casa, si era limitato a studiarli, scivolando sulle pareti, sul pavimento, seguendone ogni singolo movimento. Assimilava informazioni, arricchendo di ora in ora la sua banca dati.

Anche l’osservazione del povero ragazzo gli era stata utile. Ma nel momento in cui si era sentito minacciato, per Tom non c’era stato scampo.

E ora quell’essere era già in attesa del prossimo visitatore: il primo intruso che avesse avuto la malaugurata idea di stabilirsi nel suo territorio.

"Ho appena avuto una grande idea" disse l’ispettore Fox, rivolgendosi al suo secondo "una volta terminata l’indagine verrò ad abitare proprio qui. E’ un po’ che cerco casa; e visto quello che è successo credo che ci scapperà anche un bello sconto" aggiunse, con aria estremamente soddisfatta, chiudendo la porta della soffitta.

2004 © by Fabio Massa

 

FABIO MASSA è nato ad Alessandria (1970), dove risiede. È un grafico pubblicitario e editoriale, diplomato all'Istituto Europeo di Design di Milano. Ha iniziato a scrivere con una certa continuità dopo i 25 anni. Predilige la fantascienza, ma gli piace spaziare anche nell'horror, nel fantasy e nel noir. Nel 2000, ha ricevuto una menzione speciale d'onore della giuria al premio nazionale "Aleramicus" di fantascienza (Acqui Terme), con il racconto I mostri di Balchik; Massa.jpg (16647 byte)nel 2001 ha vinto il primo premio al concorso nazionale "Akery" di Acerra (Na), sezione fantascienza, con il racconto Gli uomini grigi. Nel 2003, si è piazzato primo alla VII Edizione del Premio "Future Shock" con il racconto di fantascienza Chiara e l'Oscuro (pubblicato sul n.42 della suddetta fanzine), terzo al concorso "Akery" con il racconto di fantascienza Vorator Mundi (apparso sul n.51 di "Future Shock"). Cinque suoi racconti di generi vari sono stati pubblicati sulla rivista nazionale "Inchiostro", dedicata agli scrittori esordienti. Nel 2006 è giunto tra i finalisti del trofeo Rill col racconto : Oggi al parlamento galattico e nel 2007, sempre al Rill, gli è stato selezionato un racconto, poi pubblicato sull’omonimo libro stampato per il trofeo, dal titolo: Il cacciatore. Nel 2007 vincitore anche dell’Akery, sezione tema libero.

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