FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXI - febbraio 2009 - n.53 (nuova serie)

“Future Shock”, la rivista che ti aiuta a capire i problemi del nostro tempo, che interpreta la fantascienza come un ponte gettato tra le due culture oggi in conflitto, che valorizza il futuro ma anche il passato, il nostro glorioso passato classico e cristiano. SOSTIENILA!
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Future Shock n.53

Editoriale

Narrativa

Lo schermo di Martina Feola;

Il guardiano di Fabio Massa;

La rovina di Elisabetta Modena

LA ROVINA

 

                                                        di           Elisabetta Modena

"...l'uno verrà preso e l'altro lasciato".

(Lc 17, 34)

 

L'auto sfrecciava a velocità sostenuta sulla sopraelevata.

All'orizzonte un tramonto rosa cremisi pareva disegnato apposta per far godere del ristoro dalle fatiche quotidiane, se non fosse stato per il fatto che era interrotto da cumuli-nembi molto scuri, le avvisaglie di un temporale estivo. L'auto rombava veloce, nell'aria afosa, tra la sopraelevata di cemento armato e le nuvole poco rassicuranti, passando sopra al dedalo sottostante di strade urbane e alla giungla di edifici svettanti verso il cielo freddo, imponenti come vecchie stele decrepite.

Era da tre giorni che Rino non dormiva, perciò aveva inserito il pilota automatico per appisolarsi sul sedile di guida, sotto l'occhio vigile del computer di bordo; una voce suadente di donna leggeva in sottofondo le notizie del radiogiornale.

"Oggi è una giornata storica per L'Unione Europea: dopo cinque anni di accese diatribe sulla spartizione delle risorse energetiche fra Europa, Russia e Medio Oriente, il Presidente europeo ha finalmente raggiunto l'accordo con gli altri capi di Stato. L'attesissima firma delle tre super-potenze, Unione Europea, Russia e Confederazione Araba, è data per certa da gran parte dei più accreditati commentatori politici...".

Fu il primo tuono, potentissimo, a svegliarlo, facendogli fare un sussulto.

Rino aprì gli occhi di scatto, si stropicciò le palpebre, sbadigliò e scrutò infastidito il panorama al di là del vetro.

Questa proprio non ci voleva.

Come gli avesse letto nei pensieri, si accese la spia rossa del computer di bordò che ronzò con la sua voce glaciale di lì a un attimo:

- Le ricordo il divieto di viaggiare con il pilota automatico inserito mentre è in corso un temporale.

- Dannato computer - considerò dentro di sé Rino - non è ancora scoppiato alcun temporale, sai? Stupido aggregato di componenti elettronici!

Come avesse letto anche questo secondo pensiero, la voce impersonale riprese:

- Le scariche elettrostatiche di un temporale possono danneggiare gravemente la strumentazione di bordo, per cui la Convenzione sulla Sicurezza Stradale approvata dall'Unione Europea proibisce, all'articolo n. 37, paragrafo 5 comma 2, l'uso di qualsivoglia apparecchio computerizzato non a norma... Ma Rino gli impedì di proseguire: con un gemito di piacere spense il computer di bordo, non dopo avergli fatto un gestaccio con il dito della mano.

- Lo so anch'io che questo catorcio a quattro ruote non è a norma di legge - bofonchiò sempre più irritato - ma si dà il caso che sia l'unica auto che ho.

Guardò dritto davanti a sè: la nuvolaglia temporalesca aveva avvolto quasi per intero il cielo che ora appariva fosco e minaccioso. Gli sembrava che l'auto sbandasse per le forti raffiche di vento: non era un gran bello spettacolo assistere ad un temporale da una sopraelevata. All'addestramento dei Corpi Speciali - tra i vari reparti, lui apparteneva a quello delle Guardie del corpo - i superiori avevano martellato tantissimo: mai farsi sorprendere da un temporale su una sopraelevata. E pensare che Rino poteva considerarsi un veterano in tal senso: dopo due lustri a proteggere politici e celebrità era ancora vivo. Doveva ritenersi davvero fortunato.

- Ci voleva solo un temporale adesso - pensò - sono in pessima forma col cervello annebbiato dai fumi del sonno.

Il sonno gli era cascato addosso implacabile come il temporale che stava per scoppiare lì fuori.

Rino allungò una mano verso la borsa gettata sul sedile adiacente e frugò dentro. Trasse fuori una scatoletta, armeggiò con le dita per cercare le pastiglie. Vuota.

L'umore di Rino precipitò a capofitto, come uno di quei fulmini che rombavano nel cielo per scagliarsi a terra in un punto imprecisato. Vuota... Nemmeno le pastiglie anti-sonno che la società per cui lavorava era solita consegnargli avrebbero potuto aiutarlo. Anzi, tutta colpa di quello stramaledetto accordo - che ora tutti i media avrebbero strombazzato per giorni - raggiunto dopo tre giorni di massacranti trattative tra i capi di Stato. Rino era lì con altri suoi colleghi, tutti impettiti come lui nelle loro divise di sicurezza, con la pistola carica nella fondina e pastiglie su pastiglie nello stomaco per restare svegli. Era una di quelle cose che non gli avevano detto quando si era presentato sua sponte al reclutamento per questo lavoro. Questa, insieme ad altre piccole cosette: che la paga non era quella promessa, che le licenze venivano date col contagocce, che per una guardia del corpo che rinunciava ce n'erano altre dieci pronte a prenderne il posto, che non c'erano orari fissi di lavoro, peggio, che ogni volta era un'incognita: si sapeva quando si partiva, non si sapeva quando si sarebbe tornati.

Rino aveva ripensato spesso a queste cose da quando aveva preso servizio. Anche perché era uno dei pochi che aveva famiglia. Ma non poteva farci niente, non era facile trovare un lavoro pulito per uno come Rino che aveva fatto cinque anni di prigione per furto e ricettazione e che, una volta uscito, aveva deciso di cambiare giro.

Per la milionesima volta Rino maledisse il suo lavoro, mandò tutti gli accidenti che poté alle condizioni metereologiche, odiò non possedere un'auto più moderna e si rinfacciò la stupidaggine di essersi dimenticato di mettere in borsa una scatola nuova di pastiglie.

Provò un moto di tenerezza nel pensare che a casa lo stavano aspettando, che però si tradusse in un attacco di colite allo stomaco per il fatto che ci avrebbe messo più tempo ad arrivare. Ammesso arrivasse.

Con stizza scollegò il pilota automatico, si stiracchiò, si posizionò meglio sul sedile, si diede un paio di pizzicotti sulle guance nel tentativo di svegliarsi; nonostante le palpebre pesanti, tentò di concentrarsi sulla guida, che in quel momento gli risultava la cosa più difficile da fare.

Essere sbalzati da una sopraelevata comportava un volo in basso di un centinaio di metri, si augurò che non gli capitasse.

Il ticchettio dell'acqua sul vetro dell'abitacolo fu il segnale: il temporale era iniziato, come la sua battaglia contro il maltempo per salvarsi e rimanere vivo.

In un batter d'occhio il ticchettio dell'acqua divenne uno scroscio martellante, con raffiche violente che si scontravano contro la sua auto e micidiali folate di vento. Perché diavolo non avevano previsto delle stazioni di sosta su di una sopraelevata? Che ingegneri imbecilli! Già, perché quelli le costruivano, salvo poi non andarci mai... loro si spostavano su aerei full-optional, erano i poveracci come Rino che dovevano usare le sopraelevate!

L'unica consolazione di Rino era pensare appunto a quei poveretti che, come lui, marciavano con l'auto a passo d'uomo lungo il viadotto allagato, mentre fuori si era fatto improvvisamente buio e i fari illuminavano si e no qualche metro più avanti. Oltre c'era il nulla, il baratro, intercalato dal bagliore dei fulmini che nell'oscurità apparivano come le braccia infernali di Lucifero.

Il rumore della tempesta mista ai tuoni divenne assordante, le tempie di Rino cominciarono ad oscillare paurosamente in concomitanza con il rombo snervante dei tuoni. Accidenti, il mal di testa e la nausea insieme! Ma quanto si era ridotto male?!

In più c'era quello strano dolore al petto... inspiegabile... mai provato prima.

Rino ebbe paura di non farcela. Davanti a sé non vedeva nulla, idem da dietro. L'unico fanalino di coda a cui si era incollato maniacalmente appena capito che non c'era da scherzare, un puntino rosso di luce che avrebbe potuto salvarlo, era scomparso dalla sua visuale da quando aveva iniziato a sentirsi strano, con la testa attraversata da ondate di nausea e con quell'inspiegabile dolore al petto sempre più lancinante.

Il sonno gli era scivolato via, ma il cambio era stato anche peggio.

Rino sentì che gli stava accelerando il respiro e che il cuore batteva all'impazzata, che la nausea non accennava a diminuire, anzi aumentava, e con essa lo stordimento. Un attimo prima di perdere i sensi prese il telefono satellitare e lanciò un s.o.s., con l'ultimo filo di consapevolezza rimastagli pensò che il soccorso stradale avrebbe raccolto il suo segnale.

Fu l'ultima cosa che fece. Poi svenne.

L'auto continuò da sola la sua corsa, pur rallentata dalle potenti raffiche di vento, prima di schiantarsi contro il guardrail e precipitare di sotto.

Erano le sei del pomeriggio.

* * *

Ronzio del climatizzatore di sottofondo.

Indistinto vocío proveniente da chissà dove.

Odore fastidioso di alcol.

Dolore dappertutto.

Buio.

* * *

Nella stanza c'erano solo tre persone, di cui una a letto al di là di un vetro. Le altre due stavano parlottando sottovoce vicino alla finestra, un giovane dottore e una donna che sembrava molto più vecchia della sua giovane età. Indossava un camice verde sopra il vestito, in testa una cuffia verde e babbucce di stoffa verde ai piedi.

Ogni tanto i due lanciavano sguardi dolorosi al paziente appena uscito dalla sala operatoria.

- Abbiamo dovuto amputare, lei capisce... è già un miracolo che sia sopravvissuto. Con ogni probabilità gli alberi ed il vento hanno attutito l'impatto, per fortuna suo marito era uscito dal centro abitato e stava attraversando l'unico spazio boscoso sottostante presente nel raggio di decine di chilometri.

Lei non rispose.

- Ci vorranno alcuni giorni perché riprenda conoscenza e chissà quanto tempo perché accetti il fatto, ammesso lo accetti. Di solito o lo accettano subito o non lo accettano più. Appena si dimostrerà in grado, interverremo con la riabilitazione e la fisioterapia.

La donna fece di sì con la testa. Gli occhi rotti dall'emozione.

- La lascio qui due minuti, così può guardarlo; quando torno l'accompagno in reparto e le mostro la stanza di suo marito.

La donna sospirò, mentre il medico usciva di fretta dalla sala di rianimazione.

Ora era rimasta sola a guardare ad di qua del vetro. Al di là c'era suo marito.

I ricordi cedettero, le proruppero fuori senz'ordine né controllo, come quando frana uno smottamento perché c'è una falla nella diga a monte, o si rompe l'argine di una muraglia.

Rino che la salutava con un bacio tre giorni prima, Rino che al parco insegnava a loro figlio ad andare in bicicletta, Rino che rideva a crepapelle mentre montava l'armadio comprato su quel sito web francese... i ricordi le si affollavano come tante gocce di pioggia, come le lacrime che iniziarono a inondarle gli occhi.

E un'unica domanda si faceva strada nella sua testa: Rino avrebbe accettato tutto questo? E lei?

* * *

Ronzio del climatizzatore in sottofondo.

Odore di disinfettante e di pulito.

Indefinibile intontimento.

Malessere.

Bzz...Bzz...

* * *

Ci mise un po' a capire che la voce in sottofondo apparteneva ad una radio che, chissà per quale motivo, era accesa. In quella stanza.

"Al momento non c'è alcuna spiegazione politica dell'accaduto, si vociferano le ipotesi più diverse. Certo che l'annullamento dell'accordo ha lasciato sgomenti tutti gli addetti ai lavori: geostrateghi, opinionisti, giornalisti. Non è nemmeno dato di sapere quale dei tre paesi all'ultimo momento abbia fatto marcia indietro, facendo saltare l'accordo. Inutile dire che si temono ritorsioni da parte degli altri due paesi, oppure nella peggiore delle ipotesi dalla Repubblica Settentrionale degli Stati Africani il cui sviluppo economico dipende in gran parte dalle risorse energetiche che avrebbe condiviso con L'Unione Europea e con la Confederazione Araba.

Si vocifera pure che questa mossa a sorpresa potrebbe essere stata fatta dalla Russia, che può vantare a suo favore gli ingenti giacimenti di petrolio e metano e che ha appena inaugurato la "politica a sostegno della vera tradizione russa", spiazzando così gli altri due suoi interlocutori notoriamente filo-arabi, soprattutto il Parlamento europeo che, da quando la popolazione araba ha raggiunto l'imponente cifra di un terzo sul totale, ufficialmente si mantiene su posizioni "laiche" ma di fatto ha adottato tutta una serie di misure integrative, dall'introduzione della poligamia, al diritto islamico, all'insegnamento della storia e della lingua araba nelle scuole...".

Udì delle voci. Si mise in ascolto per capire meglio.

- E pensare che per tre lunghi giorni e tre notti, senza sosta, ha prestato servizio come guardia del corpo ai capi di stato per quello stupido accordo, e ora quelli, come se niente fosse, fanno marcia indietro.

- Se c'è una giustizia a questo mondo la dovranno pagare cara! Uno si ammazza di lavoro, e quasi ci resta secco. Non deve più accadere una porcheria simile!

- La mano del Signore, come vedi, ha operato nonostante la giustizia umana: lui è vivo. È salvo.

- Ma a che prezzo!

Pausa. Rino rimane in ascolto, attento. La voce roca riprende:

- Lidia, non dici niente?

- Scusa mamma, mi sono lasciata prendere dai ricordi, lo so che ai tuoi occhi, agli occhi di tutti sembra che questa amputazione che Rino ha subito rappresenti la fine dei suoi sogni di avanzamento di carriera, ma confido che gli sarà data un'altra possibilità per realizzare il suo sogno. Nulla è perduto finché c'è vita.

La voce più roca rimane in silenzio.

- Mamma non dici niente?

- Lo sai come la penso ..., credo a quello che vedo e basta. Non so come tu faccia a credere nelle tue fantasie cristiane.

- Non sono fantasie.

- Oh, io so che tornerà a camminare con la riabilitazione.

- Mamma, lo sai che è qui che intendo - dice portandosi la mano destra all'altezza del cuore - è qui che Dio salva.

- Non so come tu faccia ad esserne così sicura. Vedremo, Lidia, vedremo.

- Spegni la radio mamma, abbiamo sentito abbastanza per oggi.

* * *

Rino non aveva ancora dato segno della ritrovata consapevolezza a sua moglie e a sua suocera, nonostante avesse sentito tutto quello che si erano dette.

Per la prima volta meditò seriamente sul fatto che non era morto.

Come mai non era morto?

Sua moglie credeva in quel dio cristiano, a sentire lei era stato tutto merito di quel Cristo; ma lui non ci credeva; su quel punto andava più d'accordo con sua suocera. Non aveva mai capito come in dieci anni di matrimonio sua moglie avesse potuto farsi abbindolare dalle stupidaggini della predicazione di alcuni sciocchi uomini che parlavano e parlavano in edifici chiamati chiese. Per fortuna ce n'erano pochi, veramente pochi, pensò, altrimenti, se tutti gli uomini fossero diventati cristiani, chissà il mondo dove sarebbe andato a finire!

Poi si ricordò che sua suocera aveva blaterato riguardo al fatto che era sì vivo, ma a caro prezzo; si augurò di essere ancora tutto intero.

Alla fine si decise e aprì gli occhi.

Silenzio. Attorno a lui non si mosse niente.

Come mai nessuno andava in delirio di felicità?

A fatica mosse la testa, prima a destra, poi a sinistra.

Sua moglie si era alzata e guardava fuori dalla finestra. Sua suocera era sparita, probabilmente uscita fuori dalla stanza.

Fu una terza persona presente lì dentro, di cui Rino non si era potuto accorgere perché non ne aveva sentito la voce, che urlò di gioia quando vide il padre muoversi:

- Mamma, mamma, guarda: papà ha aperto gli occhi! Ci sta guardando! Si muove!

Lidia si girò di scatto e vide che suo figlio aveva alzato gli occhi dal disegno che stava facendo e che indicava il padre con la sua manina: Rino li guardava come stesse guardando i tesori più preziosi della sua vita.

Anche Lidia contraccambiò quello sguardo e si avvicinò.

- Ti sei svegliato finalmente. Gli prese il viso tra le mani, lo baciò sulla fronte, gli accarezzò le guance irsute, gli posò un bacio sulle labbra.

- Per quanto tempo sono stato senza conoscenza?

- Ti hanno operato ieri pomeriggio. Hai passato la notte sotto sedativi. Ora è quasi mezzogiorno, hai dormito un po' meno di ventiquattro ore.

- Cosa mi hanno fatto?

Lidia aspettò un attimo prima di parlare. Gli prese la mano. Incrociò lo sguardo fissandolo con tutta l'intensità e l'amore che poté.

- Ti hanno amputato una gamba. Hanno dovuto, altrimenti sarebbe andata in cancrena. Era il minimo che ti potesse capitare dopo un salto simile. Anzi, dovresti ringraziare chi lassù ti ama e non ti ha permesso di morire.

Rino stentò a crederci.

- Amputato? Mi hanno amputato la gamba?

- La gamba destra per la precisione. Era rimasta incastrata tra le lamiere.

Rino faticò a muovere la mano destra per spostarla in giù. Non che non fosse in grado, ma aveva paura di quello che avrebbe sentito. Un moncone? Fasciature? A che altezza della gamba avevano tagliato?

Scoprì che poco sopra il ginocchio c'erano delle pesanti garze che avvolgevano la coscia.

Ritrasse la mano e sprofondò la testa ancora di più nel cuscino. Che disgrazia!

- Non è possibile... come faccio ora?

- Non è possibile cosa?

- Dai Lidia, non prendermi in giro, lo sai che non potrò più lavorare. Almeno il lavoro che facevo prima. Con che vivremo? Come faremo a far studiare Assim?

Era una consuetudine nell'Unione Europea che, da quando gli arabi erano diventati così numerosi in mezzo a tutta la popolazione, tanti occidentali mettessero nomi simpatizzanti arabi ai propri figli, perché crescendo essi si integrassero meglio con la gioventù araba, musulmana o laica che fosse. Lidia era diventata cristiana alcuni anni dopo la nascita di Assim, motivo per cui all'epoca aveva approvato il nome del bambino. Ma una volta battezzato, l'aveva chiamato Assim Antonio. Rino era venuto di controvoglia alla cerimonia, tuttavia aveva dato il permesso per educare il figlio secondo i precetti della fede cristiana. Tanto per non litigare con sua moglie, cui in fondo voleva veramente bene; inoltre era fermamente convinto che suo figlio, appena cresciuto e messo un po' di sale in zucca, avrebbe sicuramente mollato con tutte quelle insulse superstizioni.

- Troverai un altro lavoro. Ma dopo. Adesso pensa solo a rimetterti in salute. Ti daranno una protesi, farai una riabilitazione, tornerai a camminare. Se sarà necessario io lavorerò di più. Ma adesso basta preoccuparti. Sei vivo e questo è quello che conta.

La suocera entrò proprio in quel momento. Quando vide il genero sveglio lanciò un grido di gioia:

- Rino, o Rino, è meraviglioso! Ti sei svegliato! - E si precipitò ad abbracciarlo.

Stette così per un lungo momento, le braccia affondate nel busto, mentre a parole commentava quale miracolo fosse il fatto che non era morto, che appena usciti da lì sarebbero dovuti andare a ringraziare qualche dio in qualche luogo santo, non sapeva nemmeno lei quale... che intanto avrebbe cercato quale fosse il meno caro, perché erano senza soldi e tanto un vero dio sapeva che da loro non avrebbe potuto aspettarsi più di tanto.

Sua figlia la guardava storto mentre la madre sputava fuori tutte queste frasi sconclusionate.

Ad un certo punto Rino alzò il braccio come a dire basta, e la suocera si ritrasse in disparte.

Rino si stava riavendo dal quel triturante abbraccio.

La suocera allora chiamò a sé sua figlia; attaccò subito, attenta che Rino non sentisse:

- Sono stata fino ad ora a parlare con il primario, lui dice che si potrebbe fare l'innesto biologico, sai, dopo le nuove scoperte della medicina bio-meccanica è possibile; però costa parecchio. Non è un intervento che passa l'agenzia sanitaria europea né tanto meno il sistema sanitario nazionale.

Ma Rino sentì le ultime parole e capì:

- Hai chiesto al dottore dell'innesto?

Era l'intervento di saldatura di una protesi bio-meccanica con l'osso della gamba; tecniche mediche all'avanguardia avevano trovato il modo di ricostruire muscoli e tessuti della pelle servendosi delle cellule staminali prelevate dal midollo osseo o, per i più fortunati, dalla banca nazionale della placenta. Ma per quella bisognava essere ricchi, la tassa annua per il deposito della propria placenta costava parecchio, solo le classi più agiate potevano permettersi di pagare.

La nuda struttura della protesi artificiale, una lega di nuova generazione di zirconio, veniva saldata con l'osso; una seconda fase dell'operazione prevedeva la copertura della base della lega con uno strato di muscoli ottenuti dalle cellule staminali; l'ultimo strato ad essere ricostruito sarebbe stato lo strato cutaneo.

Era un intervento parecchio complesso e lungo, si restava in ospedale per mesi, compresa la riabilitazione fisiatrica.

- Lasciatemi in pace per favore, voglio rimanere solo per un po'. Sono stanco - disse alla fine.

Moglie, figlio e suocera uscirono dalla stanza, non senza averlo guardato a lungo come per vedere se cambiava idea.

Fu allora che Rino lasciò che i pensieri gli sgusciassero via senza preoccuparsi di afferrarli: e adesso? Da ragazzo non aveva avuto una famiglia... poi la prigione, un'esperienza che l'aveva segnato dolorosamente... dopo, il lavoro come guardia del corpo, un' altra delusione totale... Cosa sarebbe seguito adesso?

Come sarebbe stato non avere più una vita normale, vivere senza una gamba, trascinandosi dietro una protesi, nel migliore dei casi... e poi? Che lavoro avrebbe fatto? Come avrebbe mantenuto la sua famiglia? Come l'avrebbe presa suo figlio? E sua moglie? Che vita sarebbe stata quella dove ci si sente tremendamente chiusi in gabbia, incastrati da un destino cieco ed atroce, a vivere una vita che non è come la si vorrebbe... che non la si vorrebbe proprio... Perché vivere? Che senso dare a una vita simile?

S'addormentò con questi pensieri che gli si insinuavano nella mente leggeri e impalpabili come il fruscio di foglie caduche attraversate dal vento.

* * *

Rino rimase in quella stanza d'ospedale due settimane; ogni mattina e pomeriggio veniva la fisioterapista per la ginnastica riabilitativa. La protesi alla gamba destra gliela consegnarono dopo la prima settimana.

Una protesi di un vecchio modello, molto comune.

Rino si sottometteva controvoglia agli esercizi; lo spingeva la convinzione che, una volta imparato ad usare la protesi, sarebbe uscito dal quel posto nel quale, privo di ancore di salvataggio, stava scivolando verso una galoppante depressione post-trauma. Così l'aveva definita il neuropsichiatra che l'aveva visitato, sollecitato dalla moglie e dalla suocera di Rino.

Non che non volesse guarire anche per sua moglie e suo figlio, ma - strano a dirsi - si vergognava davanti a loro. Si vergognava di essere diventato un mezzo marito ed un mezzo padre, sempre lì a trascinarsi con quell'asta di metallo lucente che gli altri chiamavano protesi. Lui non la nominava mai. La chiamava: "il coso".

"Datemi il coso", "Allungami il coso", "Non immaginate che fatica sia camminare con questo coso" diceva. E non c'era verso di fargli uscire di bocca la parola appropriata.

Nemmeno il cibo era più una consolazione da quando il medico curante l'aveva messo a dieta (per via di scompensi alimentari che gli avevano diagnosticato). E le notizie provenienti da fuori, dal mondo reale, erano a dir poco allarmanti. La cosa che più gli bruciava era che quei tre giorni e tre notti trascorsi a svolgere ininterrottamente il suo onesto lavoro non erano serviti a un bel niente; che l'accordo era saltato e che ora la Russia minacciava ritorsioni contro i suoi due alleati. Che razza di alleati erano - si domandava Rino - se si minacciavano contro di loro ritorsioni? E perché proprio la Russia, colei che aveva fatto "il gran rifiuto", ora minacciava ritorsioni? Mah, pazzie della politica si disse... non avrebbe mai capito come funzionava quest'arte... d'altronde lui non era un politico, era un uomo comune, anzi no, adesso era solo un mezzo uomo.

Sua moglie aveva insistito per appendere sulla testiera del letto d'ospedale il disegno che loro figlio Assim aveva fatto il giorno che Rino si era risvegliato dopo l'operazione. Raffigurava loro tre al parco, Assim aveva disegnato tanti alberi verdi, loro erano seduti su una panchina e lui, Rino, aveva tutte e due le gambe. Il solo pensiero lo faceva commuovere: che, nonostante l'operazione (e suo figlio lo sapeva), l'avesse disegnato con tutte e due le gambe. Probabilmente era proprio così che nell'immaginario Assim conservava la figura di suo padre: alto, con la barba, con due occhi marroni buoni cerchiati dagli occhiali e con tutte e due le gambe.

Poi fu la fine. Improvvisa come la descrive il profeta biblico.

Da due giorni si era sparsa la notizia di un ultimatum. Rino credeva fosse la solita bufala di giornalisti e politici quando passano notizie sensazionali per il fatto che sono a corto di quelle vere. La grande madre Russia aveva stabilito che, se entro due giorni l'Unione Europea e la Confederazione Araba non le avessero posto le più sentite scuse per le offese arrecatele (che, a sentire il governo di Mosca, gli avevano fatto perdere milioni di rubli in accordi economici con la Repubblica Settentrionale degli Stati Africani), si sarebbe sentita in diritto e dovere di pensare seriamente a delle "ritorsioni".

"Ritorsioni": questa era la famigerata parola sulla bocca di tutti.

Che ritorsioni? Contro chi? Contro l'Unione Europea? No, con tutti gli euro che Bruxelles e gli altri governi nazionali spendevano in risorse energetiche che compravano dalla Russia... impossibile!

Contro la Confederazione Araba, allora? No, quelli il petrolio ce l'avevano già, ma era pacifico che vendessero alla Russia le loro materie prime: frumento in primis, e vino, olio, mais, riso, e così via in cambio di risorse idriche ed esclusivi contratti commerciali... impossibile perciò!

Di quali ritorsioni parlava dunque la Russia?

Quel giorno, come tutti i giorni precedenti, Rino stava inzuppando la sua fetta di pane nella minestra (gli portavano alternativamente pastasciutta o minestra) in compagnia di sua moglie. Assim era a scuola. La suocera al lavoro. La radio gracchiava in sottofondo, Rino e Lidia la stavano ascoltando pazientemente, interrompendo quell'irreale silenzio ogni tanto per parlare:

"Stasera alle 18.00 scade l'ultimatum della Russia. Nessuno sa cosa ci aspetti...".

- Tu cosa credi succederà? - domandò ad un certo punto Lidia.

- Non ne ho idea.

- Eppure hai lavorato per tanti anni come guardia del corpo dei politici, un po' dovresti conoscere in che modo ragionano, cosa pensano.

- Oh sì, sono tutti uguali: vogliono arricchirsi e basta. Non gliene frega niente di noi poveracci.

- Se è per questo tutti gli uomini sono così: vogliono arricchirsi. Non è una cosa sbagliata, fin tanto che non si fa del male al nostro prossimo.

- Non attaccare con le tue insulsaggini cristiane, ti prego, ne ho già abbastanza di dover stare in questo posto che mette ansia... da quando in qua nessuno cerca di fregare l'altro per portare a casa qualche soldo in più? Tu vivi sulle nuvole!

- Conosco persone che non rubano, che non dichiarano il falso, che pagano le tasse, che prestano senza usura e a volte anche senza richiedere indietro la cifra prestata, che se chiedi loro qualcosa se possono te la danno...

- Sì, i tuoi amici; tutti matti da legare come te!

- Almeno loro sono onesti.

Rino si inalberò. - Ehi, anch'io sono onesto!

- Lo so, vedi che anche tu hai qualcosa in comune con loro?

- È l'unica cosa in comune. E basta - tagliò corto.

Sua moglie sorrise.

- Senti, dì loro che la smettano di venire a trovarmi, non ne posso più... recitano in silenzio tutte quelle loro preghiere, mi mettono ansia.

- Ma come, se pregano in silenzio?!

- Però io li sento, li sento pregare dentro di loro e mi mettono agitazione. Non voglio diventare come uno di voi...

- Va bene, glielo dirò. Io, però, continuo a pregare.

- Fa quello che vuoi, tanto non cambia niente.

- Uomo di poca fede!

- Come dice il tuo libro: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe"1. Non è così che c'è scritto?

- Esatto. Qualcosa di quello che dico ti ha colpito, allora.

- È solo perché ti renda conto che, in fin dei conti, non siete diversi dagli altri uomini che pregano i loro dei. Che avete di speciale? Hai visto montagne che camminano? Io mai.

- Se è per questo nemmeno io, ma ti assicuro che ho visto altri miracoli.

- Ah sì, il perdono... so già cosa vuoi dirmi.

- Non è un miracolo quello? Sradicare la pianta dell'odio e della vendetta?

- Tu e i tuoi amici vi salvate sempre con l'interpretazione non letterale, ma io ti dico che c'è scritto: "potrete dire... spostati da qui a là, ed esso si sposterà"2. Aspetto quello.

Lidia sospirò. Pensò che non c'era proprio verso: suo marito era duro e ostinato in fatto di fede; ma lei aveva già deciso che avrebbe aspettato tutto il tempo necessario perché il Signore gli facesse la grazia di credere.

"... Intervistiamo il prof. Anaki Kirosawa, stratega di geo-politica di fama mondiale, sui possibili scenari futuri allo scadere dell'ultimatum:

- Cosa ci si può ragionevolmente attendere professore?

- Il ventaglio delle possibilità è vasto, e fare previsioni è del tutto inattendibile - oserei dire vano - perché in questo preciso momento la Russia offre il più instabile scenario possibile. Tuttavia direi, per prima cosa, che Mosca potrebbe voler eliminare finalmente dalla scena mondiale alcuni paesi della Confederazione Araba che le hanno sempre dato filo da torcere, Israele in primis.

- Ma Israele non fa propriamente parte della Confederazione Araba, vi partecipa con statuto speciale. Come potrebbe spiegare agli alleati arabi un attacco a Israele?

- Non vedo il problema, per gli arabi, che Israele venga annientato. Forse hanno pagato di nascosto la Russia perché faccia lei il lavoro sporco.

- Passiamo all'altra ipotesi, professore. Ce la può illustrare?

- Mosca potrebbe dirigere la sua "revanche" contro l'Unione Europea per accaparrarsi nuovi spazi. La popolazione russa è in crescita costante: servono risorse idriche, materie prime, lavoro, tutte cose che l'Europa possiede in grande quantità, a parte la popolazione che sta invecchiando con il tasso di incidenza più alto di tutto il mondo.

- Cosa prevede che potrebbe succedere in uno scenario simile?

- Non vorrei allarmare i telespettatori ma... una bomba H farebbe al caso della Russia, lei trova?...".

* * *

- Spegni la radio... , per oggi abbiamo sentito abbastanza - disse Rino.

- Credi che succederà quello che ha detto il professore?

- Non posso dargli torto, la Russia ha bisogno di nuovi spazi per il suo miliardo di abitanti.

- Perché dovremmo essere proprio noi a cedere loro il posto?

A Lidia salirono le lacrime agli occhi. Cominciava ad agitarsi.

- Perché siamo stati poco previdenti: ricordi la favola della formica e della cicala che raccontavi ad Assim da piccolo? Noi europei abbiamo fatto le cicale, ci siamo arricchiti senza pensare a mettere al mondo figli che potessero proteggerci, all'occorrenza anche combattere per noi. La popolazione immigrata in qualche modo troverà ospitalità e rifugio nei paesi arabi, i vecchi moriranno. Chi ci salverà ora, in questo continente di vecchi?

- Assim, bisogna andare a prendere Assim e mia madre, vedrai che, se è come dici, ci faranno andare nei rifugi antiatomici.

- Forse Lidia, forse.

- Che dici?

- Dico solo che non c'è posto per tutti nei rifugi.

- Oh mio Dio, che sarà di noi? - singhiozzò.

Rino non rispose.

* * *

Vennero le diciotto di quel pomeriggio e non successe nulla. Venne la notte e non accadde nulla. In nessuna parte dell'Unione Europea o del Medio ed Estremo Oriente scoppiarono ordigni collegabili alle tanto proclamate ritorsioni russe.

Trascorse il giorno successivo, poi un altro, un altro ancora; passò una settimana. Niente.

Velocemente come erano state preannunciate, la gente dimenticò le minacce russe contro gli alleati. Il mondo, che in quei drammatici giorni aveva vissuto tenendo il fiato sospeso, tornò a vivere come aveva sempre fatto.

Per Rino venne il momento di lasciare l'ospedale, e con la sua gamba artificiale s'incamminò verso l'auto, seguendo immusonito Lidia e Assim che erano venuti a prenderlo.

Fu in quel momento che si sentì un boato nel cielo, un lampo accecante squarciò l'orizzonte e un fragore potentissimo fece vibrare ogni cosa. Il suolo tremò e fu scosso, Rino e la sua famiglia vacillarono, poi caddero carponi per terra in preda al terrore, fino a venire scaraventati dall'onda d'urto lontano, vicino ad una siepe nel parco dell'ospedale.

Tutto intorno si sviluppò un incendio divorante; fiamme alte due, tre, quattro metri salivano al cielo come lingue di fuoco, si attorcigliavano disumanamente attorno agli edifici, alle piante, alle persone straziate dal dolore che urlavano come bestie al macello.

Pietà era una parola sconosciuta in mezzo a quell'indicibile distruzione.

Caos, grida, fumo, roghi, vittime impazzite e ridotte a torce umane dalla brutalità di chissà chi, andirivieni dei primi soccorritori: ovunque si guardasse c'era solo desolazione, abbrutimento, la fine dell'umanità.

La parte di giardino in cui era stato scaraventato Rino con la sua famiglia stava per essere raggiunta dalle fiamme.

Rino voltò la testa disperato in tutte le direzioni, bisognava far presto, poteva contare su una manciata di minuti prima che il fuoco arrivasse da loro e li divorasse. Avessero avuto delle coperte per passare in mezzo alle fiamme e mettersi in salvo! Lanciò occhiate imploranti ai soccorritori, ma dal punto in cui si trovava non era facilmente visibile, il fumo ostacolava gran parte della visuale e i rumori erano assordanti.

Gettò lo sguardo su sua moglie e suo figlio che erano svenuti per il colpo improvviso, forse Assim aveva anche battuto la testa perché non dava segni di vita. Invece Lidia respirava, ma il suo respiro era debole e si vedeva che stava combattendo per restare in vita. Incredibile, pensò, come ora gli tornassero utili i cinque anni passati a lavorare come guardia del corpo, addestrato per situazioni d'emergenza assoluta come questa.

Il suo sguardo avido di catturare ogni barlume d'idea, ogni particolare, ogni intuizione, ogni indizio, cadde sulla gamba artificiale.

Se la tolse immediatamente, si annodò un fazzoletto attorno alla bocca, si caricò il figlio sulle spalle dopo essersi rassicurato che il corpo della moglie fosse al riparo, nel punto più lontano dalle fiamme - cinque anni come guardia del corpo l'avevano irrobustito - e saltellando sulla gamba buona procedette avanti, ondeggiando per il peso, facendosi scudo e leva con quel disperato strumento di salvezza. Con l'arto artificiale smosse i rami attizzati che impedivano loro la via di fuga, spinse via pezzi di cespugli e sciami di foglie che ardevano, e passo dopo passo raggiunse una piazzola di cemento dove i soccorritori stavano riunendo gli scampati per fornire loro le prime cure.

Appena i soccorritori lo videro gli corsero incontro, stupiti per l'audacia di quel gesto. Lui fece immediatamente dietro-front per andare a prendere la moglie. Assim fu visitato e non gli fu diagnosticato niente di grave. Lo stesso per Lidia; bisognava rianimarli a causa delle esalazioni che avevano inalato.

Quando Rino contemplò, finalmente, suo figlio e sua moglie riaprire gli occhi, provò una gioia immensa, mai provata prima d'allora. Si sentiva un sopravvissuto, un miracolato, uno dei pochi fortunati che - non del tutto per merito suo - era riuscito a scampare a quell'inferno programmato da qualche mente contorta e diabolica.

Guardò la gamba artificiale gettata per terra, lì accanto. Ora sì che sembrava "un coso", un pezzo andato, insignificante, una carcassa malandata e distrutta. Nel tentativo di spostare la boscaglia incendiata si era bruciata, la lega di cui era fatta era un materiale economico, non certo in grado di resistere ad una temperatura così alta come quella che si era sprigionata dal rogo.

L'accarezzò.

- Hai salvato la mia vita... la mia famiglia...- pensò.

Gli parve di guardare un reperto preziosissimo.

Lidia s'accorse che guardava la protesi.

- Hai visto che non è stata una disgrazia la tua gamba finta? - gli disse.

Rino le sorrise, continuando ad accarezzare il moncone distrutto.

- Lassù qualcuno ha avuto pietà di noi.

- E dici poco?

- Rinfrescami le idee su quel che avevamo detto a proposito dello spostare una cosa da un punto ad un altro... Credo proprio che lassù qualcuno mi voglia vivo. Ci voglia vivi.

Lidia sorrise.

- Sì, è il miracolo della vita; il miracolo della vita che va avanti, sempre, nonostante tutto.

Epilogo

Il 27 giugno 2033 la Russia ha attaccato l'Unione Europea con una serie di missili intercontinentali, solo il primo dei quali a testata nucleare di potenza ridotta; ha dichiarato a sua discolpa che l'ultimatum era stato spostato. Ma, a Bruxelles, nessuno ne sapeva niente.

Il 28 giugno la Confederaziona Araba ha dichiarato guerra alla Russia, entrando a fianco dell'Unione Europea; tra le due super-potenze fu firmato un accordo preventivo in base al quale, sia in caso di vittoria che di sconfitta, la popolazione araba avrebbe avuto un occhio di riguardo per la vecchia popolazione europea.

Il 29 giugno Cina, India e Giappone - da sempre acerrimi nemici - entrarono in guerra contro l'Unione Europea e la Confederazione Araba.

Il 30 giugno si tenne in Vaticano un solenne incontro di preghiera per la pace, presieduto da Papa Benedetto XVII, dove si riunirono i maggiori rappresentanti mondiali di tutte le religioni.

Sempre il 30 giugno gli Stati Uniti annunciarono, per il momento, la loro neutralità.

La grande guerra intercontinentale durò pochi, terribili anni.

A tutt'oggi, stime molto approssimative delle vittime civili e militari, da ambo gli schieramenti, parlano di cinque milioni di morti. Ma le cifre reali rimangono sconosciute.

Rino ebbe altri due figli e sette nipoti, tutti sopravvissuti.

2008 © by Elisabetta Modena

Note

1 Lc 17, 6.

2 Mt 17, 20.

 

 

ELISABETTA MODENA è nata ad Isola della Scala (provincia di Verona). Si è laureata a Verona a pieni voti in Filosofia (1998) con una tesi su Jean Guitton, traducendo appositamente dal francese il capolavoro del filosofo mai tradotto in italiano: L’existence temporelle del 1949. Dopo aver insegnato per quattro anni storia e filosofia presso il seminario "Casa di Nazareth", guidato da don Igino Silvestrelli, fondatore dei "Servi di Nazareth", ha scelto di dedicarsi a tempo Modena1.jpg (24618 byte)pieno alla famiglia ed ai suoi tre figli. Nel frattempo inizia a collaborare come redattrice alla fanzine di fantascienza cristiana "Future Shock", e saltuariamente con la rivista "Milizia dell´Immacolata" delle Missionarie dell´Immacolata Padre Kolbe e con la webzine "In purissimo azzurro" (rivista di Letteratura & dintorni) di Maria Di Lorenzo; gestisce la rubrica "Leggere la nuova narrativa cristiana" sul portale cattolico ARTCUREL (Arte-Cultura-Religione); tiene aperti vari blog: "Il marchio di Caino" dove pubblica il suo romanzo di fantascienza on-line, e il suo blog principale: "Il blog della casalinga cristiana" (entrambi su piattaforma splinder); è co-fondatrice con l’amico scrittore fantasy Fabrizio Valenza del sito letterario BIBLog.it, dove scrive recensioni letterarie ed articoli culturali. Si segnala in alcuni concorsi letterari per racconti. Pubblicazioni: Racconti d’amore (Lulu Press, 2008), La punta di diamante (Lulu Press, 2007), Carlino, la Palla Magica e l’Albero di Natale (Lulu Press, 2007), Il marchio di Caino (Lulu Press, 2009). Con "Future Shock", ha pubblicato il saggio Scienza e fede in "Un cantico per Leibowitz" di W. M. Miller Jr (n.51) e il racconto L'eterno ritorno dell'uguale (n.50).

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