FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXI - febbraio 2009 - n.53 (nuova serie)

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Future Shock n.53

Editoriale

Cinema SF

Andrew Stanton, Wall-e (Elisabetta Modena)

Wall-e - Regia: Andrew Stanton - Interpreti: Fred Willard, Jeff Garlin, Ben Burtt - Genere: animazione - Usa: 2008 - Durata: 98 minuti.

Nell’anno 2815 il pianeta Terra è quel che rimane dell’ex-corporazione globale guidata dal fu direttore generale che spedì gli uomini – 700 anni prima – su una nave da crociera spaziale (la Axiom) in atteswalle.jpg (35774 byte)a che la Terra, infestata dall’aria irrespirabile prodotta da cumuli stratosferici di rifiuti, tornasse al suo primitivo splendore (con tanto di aria respirabile). In questo enorme lasso di tempo, però, gli uomini si sono dimenticati del motivo che li ha spinti a partire, e sono diventati grassoni apatici, incapaci di camminare (si muovono trasportati su lettighe levitanti), incapaci di meravigliarsi e persino di parlare tra loro, immersi come sono nel brodo pre-natale della realtà virtuale (hanno un mini-schermo perennemente davanti agli occhi che fa vedere loro quello che programmano e li fa comunicare con l’esterno). Sulla Terra è rimasto solo un piccolo, sgraziato e arrugginito automa, Wall-e (acronimo per Waste Allocator Load Lifter-Earth class, cioè "sollevatore terrestre di carichi di rifiuti" – vale a dire spazzino) che passa tutto il suo tempo a prendere i rifiuti da ogni parte di un’anonima città americana, a compattarli a forma di cubo e a impilarli uno sopra l’altro fino a costruire altissimi grattacieli.

Lo spettatore capisce subito che Wall-e è un robot particolare: col tempo ha sviluppato una coscienza (una specie di Intelligenza Artificiale, ma non solo) e soprattutto un senso di appartenenza. Non alla specie umana (che non considera come i suoi vecchi datori di lavoro), ma a qualcuno "che gli sia simile". Solo che non l’ha ancora trovato, e intanto che lo cerca si consola guardando all’infinito (è proprio il caso di dirlo) il VHS di un vecchio musical: "Hello Dolly", dove un uomo ed una donna cantando si prendono per mano. Quella scena rappresenta per Wall-e, che è solo solissimo (anche se, in realtà, un amico ce l’ha: uno scarafaggio), il massimo delle sue aspirazioni.

Ma com’è la vita di Wall-e? Wall-e funziona ad energia solare, vive in un rimorchio di un camion abbandonato e – per passatempo – colleziona tutti gli oggetti più strani che colpiscono la sua immaginazione, cosa che ben presto si rivela agli occhi dello spettatore come una caratteristica "umana": la libertà di scelta. Di notte guarda le stelle commuovendosi, chiedendosi se mai potrà raggiungerle ed evadere, mentre di giorno passa in rassegna le immondizie: la routine è sempre la medesima (con qualche tocco di novità dovuto alle scoperte che fa Wall-e, che lo rendono estremamente simpatico perché sono tangibili tutti i suoi limiti, i difetti della sua carrozzeria, la non conoscenza dei costumi umani perché rastrella di tutto senza sapere a cosa serva1).

Finché un giorno appare sulla Terra un’astronave che deposita un robot di nuovissima generazione: Eve (Extraterrestrial Vegetative Evaluator, cioè "valutatore di vegetazione extraterrestre"). Eve è supertecnologica, bianca, affusolata, molto Apple-style ( Steve Jobs è il fondatore, con John Lasseter, della Pixar, la casa cinematografica che sforna in continuazione pellicole da Oscar), in una parola bellissima. Appena Wall-e la vede, come vedesse la sua principessa, se ne innamora subito.

C’è qui un elemento psicologico di "apriori", l’archetipo dell’inizio della vita: Wall-e è solo (come Adamo), gli manca qualcosa, incontra Eve (Eva), s’innamora, ma lei non ricambia il suo amore perché ha in mente solo la "direttiva" (cercare piante verdi per vedere se sulla Terra c’è ossigeno, e poter quindi essere riabitata). Ironia della sorte, il regalo più bello che Wall-e possiede e decide di fare a Eve è proprio una piantina verde che lui ha trovato, frugando in mezzo alla spazzatura, e che così ha salvato (segno che il "miracolo" avviene fuori dagli schemi, ad opera dell’ultimo degli ultimi, dell’ "Anauim"2). Ma appena Eve vede la piantina, capisce che la direttiva è stata portata a termine con successo, perciò "si spegne" in attesa che la navicella spaziale torni a riprenderla.

Per seguire Eve in partenza dalla Terra, Wall-e la insegue attaccandosi alla navicella spaziale su cui viene caricata Eve, e così approda sulla Axiom. Qui finisce la prima parte del film d’animazione, più poetica, e inizia la seconda parte più ricca di gag e trovate divertenti, tuttavia sempre ricche di spunti di riflessione. Sulla nave (iperpulita, mentre Wall-e è sporco da far paura) Eve fa definitivamente amicizia con Wall-e, tanto che adesso è lei a cavarlo d’impaccio dal tentativo dei robot-spazzini-poliziotti che fanno di tutto per espellere l’inservibile Wall-e in mezzo alla montagna di rifiuti che (e ciò è molto istruttivo) l’uomo continua a produrre sulla nave da crociera, anche dopo settecento anni dall’abbandono del pianeta azzurro.

Compresa l’importanza della piantina che Eve aveva trasportato sulla nave e che il computer centrale (novello Al di 2001: Odissea nello spazio, i richiami sono voluti) vuole a ogni costo distruggere per non far ritorno sulla Terra (dove le macchine non avrebbero più il controllo sugli umani), i due robot si coalizzano con altri robot obsoleti, depositati in una specie di zona da quarantena-magazzino, per combattere il robot-comandante che ha estromesso dalle sue funzioni di comando il vero comandante umano della Axiom.

Nella bellissima scena finale, tra uomini che – grazie a Wall-e – riescono a parlarsi per la prima volta e così a conoscersi e ad aiutarsi, succede che il comandante umano prova a mettersi in piedi e riesce a muovere i primi passi, pur obeso, (come non pensare ai primi tentativi di camminare da parte dei bambini?) e così facendo dimostra la sua forza d’animo e spegne il computer cattivo.

Da quel momento la Axiom fa retromarcia: si torna a casa! Solo che nella girandola dei colpi di scena finale Wall-e si rompe. Sarà Eve che, appena messo piedi sulla Terra, correrà a casa del robottino per ricaricarlo ad energia solare, cambiargli scheda madre e i pezzi manomessi, e tentare di farlo ritornare in vita. Lui dopo un po’ si accende, riparte, ma non si ricorda più della sua amata, sarà solo quando lei gli sfiora l’arto di ferro che gli fa da mano con il suo braccio superlevigato che Wall-e recupererà la memoria, e i due staranno per sempre insieme.

Il nono capolavoro della Pixar è targato Andrew Stanton (sceneggiatore e regista) ed ha il merito di riportare la fantascienza sul grande schermo. L’idea giaceva in cantiere da quattordici anni, dal lontano 1994, segno che un’idea – quando è buona – non bisogna temere a lasciarla in stand by, che tanto prima o poi viene alla luce. E così è stato, grazie anche al contributo essenziale di quel genio degli effetti sonori di Ben Burtt, che ha dato voce al mitico R2-D2 di Guerre Stellari: suoi, infatti, sono tutti i rumori di fondo del film, comprese le voci dei robot. Perché la cosa impressionante è che questo è un film dove vengono scambiate pochissime parole (giusto quando entrano in scena gli umani).

La genialità del film è quella di coniugare in maniera nuova elementi già visti: il rapporto robot-umani, dopo le declinazioni asimoviane, kubrikiane e dickiane già viste sul grande schermo, ci appare ora prospettato sorprendentemente in chiave "umanistica": l’avanzamento tecnologico delle macchine ha raggiunto livelli tali che esse (non si sa come) si sono dotate di sentimenti propri, in una parola si sono "umanizzate"; d’altro canto gli umani hanno finito per dipendere così tanto dalle macchine da essersi conformati ad esse fino a divenire fantocci, a smarrire la propria individualità. Spetterà ai robot il compito di ridare la personalità agli stessi uomini che, per secoli, hanno tentato di fare lo stesso con le macchine.

                                                                       Elisabetta Modena

 

1 Cito da un articolo di Antonio Spadaro apparso su "La Civiltà Cattolica" (2008 IV 375-384  quaderno 3802): "La sua è davvero una raccolta "differenziata". La selezione però non è affatto automatica: è un preciso gesto di scelta guidato dalla curiosità e da una forma di simpatia per le cose che trova. Ad esempio, il coperchio di un bidone, capace di riflettere la luce del sole. Comprendiamo subito, dopo neanche tre minuti dall’inizio del film, che Wall•e, separando, selezionando, riconoscendo e classificando scarti, ha maturato una libertà di scelta che lo rende "umano". Per questo egli è subito personaggio e non oggetto, sembra suggerire il regista: sceglie liberamente".

2 Nella Bibbia, i poveri di spirito (traduzione tratta da un articolo di don Luigi Giussani)

 

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