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Problemi sociali e cristianesimo
La fantascienza, la
disoccupazione tecnologica
e il Magistero ecclesiale
di Antonio Scacco
1888. Edward Bellamy, con il suo Guardando indietro: 2000-1887
(Looking Backward), preconizza per l'umanità un avvenire di pace, di fratellanza, di
uguaglianza, di benessere e di felicità. Nella Boston del 2000, anno in cui il
protagonista del romanzo, Julian West, si risveglia dopo aver dormito per circa 113 anni
per effetto di una cura contro l'insonnia che gli ha praticato un esperto di mesmerismo,
non esistono più aziende, imprese o industrie private. Lo Stato, come un enorme
Leviatano, ha fagocitato tutti i vari trusts ed è diventato l 'unico datore di lavoro. Non esiste più la disoccupazione, né
c'è la lotta di classe. I crimini sono pressoché scomparsi, poiché il denaro è stato
eliminato ed è stato sostituito dalla carta di credito, il cui importo è uguale per
tutti. Non ha perciò senso rubare dal momento che non si può accrescere d'un centesimo
il proprio peculio.
1981. Dopo meno di cento anni, il futuro non ha più, ahimé!, le
sembianze rosee evocate da Bellamy, ma è una lugubre visione di decadenza fisica e
morale. Ci riferiamo al romanzo Solo il mimo canta al limitare del bosco
(Mockingbird) di Walter Tevis, scrittore conosciuto soprattutto per la versione
cinematografica di una sua precedente opera, L'uomo che cadde sulla Terra (The Man
who Fall to Earth, 1963), che ebbe come interprete il cantante rock David Bowie.
Accenniamo alla trama.
L'uomo ridotto a livello
animalesco e vegetativo
L'umanità del XXV secolo, periodo in cui si
svolge la vicenda, ha scelto come norma di comportamento sociale l'incomunicabilità tra
gli individui, che ipocritamente è chiamata Privacy o Cortesia Obbligatoria. Comandi
ipnotici del tipo "non chiedere: rilassati", inducono la gente a non porsi
domande, a non pensare, a non fare scelte autonome. I libri sono messi al bando e, poiché
è reato imparare a leggere e a scrivere, l'analfabetismo domina sovrano:
Tenevo aperto il libro e cercavo di indovinare che cosa
poteva significare la parola "scacchi", quando Mary Lou ha detto: - Che cosa si
fa esattamente con un libro?
- Si legge.
- Oh - ha detto lei. E poi: - Che cosa significa leggere?
- Ho annuito. Poi ho incominciato a girare le pagine del libro e ho
spiegato: - Alcuni di questi segni rappresentano suoni. E i suoni formano le parole.
Guardi i segni e ti vengono in mente i suoni, e quando hai abbastanza pratica, incominci
ad avere l'impressione di sentire una persona che parla. Parla
ma in silenzio.
Lei mi ha fissato a lungo. Poi ha preso un libro dallo scaffale, un po'
impacciata, e l'ha aperto. Per lei era strano e complicato maneggiarlo, come lo era stato
per me un anno prima. Ha guardato le pagine, le ha tastate, e poi mi ha porto il libro.
- Non capisco - ha detto1.
La gioventù viene allevata in centri di raccolta, i Dormitori, dove
vengono condizionati a praticare "il sesso svelto", a fare uso di droghe per
spegnere ogni velleità di ribellione, a evitare di guardare in faccia il proprio
interlocutore per non infrangere la norma dell'Interiorità. I suicidi singoli e di gruppo
non si contano e le nascite diminuiscono fino a sparire del tutto:
- Perché devo essere incinta se non lo è nessun'altra? - ho
chiesto.
- Perché non usi le pillole o la marijuana. Da trent'anni, quasi tutte
le droghe contengono un inibitore della fertilità. Ho studiato alcuni nastri di controllo
in biblioteca, dopo che ne abbiamo parlato l'altro giorno. C'era un Piano Predisposto per
ridurre la popolazione per un anno. Una decisione presa dai computer. Ma poi qualcosa è
andato storto, e la popolazione non ha più potuto ricominciare a riprodursi.
Sono rimasta scossa. Per un momento ho riflettuto in silenzio. Un'altra
disfunzione, o un altro computer cortocircuitato, e niente più bambini. Mai più2.
Come si è giunti ad una simile società? Ce lo dice il protagonista
del romanzo, Paul Bentley:
[...] tutte le mie nozioni di decenza erano state programmate
nella mia mente e nel mio comportamento da computer e robot che a loro volta erano stati
programmati da alcuni ingegneri sociali o tiranni o pazzi morti da moltissimo tempo. Mi
pareva di vederli, gli uomini che in un remoto passato avevano deciso quale era il
vero scopo dell'umanità sulla terra, e avevano creato i dormitori e il Controllo della
Popolazione e le Regole della Privacy e le dozzine di inflessibili, solipsistici Editti ed
Errori e Regole che il resto dell'umanità avrebbe seguito fino a quando ci fossimo
estinti, lasciando il mondo ai cani e ai gatti e agli uccelli. Dovevano aver giudicato se
stessi uomini seri, impegnati [...] e si passavano memorandum attraverso le scrivanie
cariche di scartoffie e di libri, pianificando il mondo ideale per l'Homo sapiens,
un mondo senza miseria, malattie, dissenso, neurosi e sofferenze3.
Previsioni che, come abbiamo visto, non si realizzano affatto nella
società descritta in Solo il mimo canta al limitare del bosco. E non poteva essere
diversamente. L'uomo, quando rinuncia alla propria ricchezza interiore e decide di vivere
solo a livello animalesco e vegetativo, alla fine diventa preda di sentimenti di
impotenza, frustrazione, inutilità, disperazione e non vede altra via davanti a sé che
quella dell'autodistruzione.
Se volessimo tentare un paragone tra i due romanzi summenzionati e
questo inizio di Terzo Millennio, dovremmo concludere che l'attuale nostra società si
avvicina più all'antiutopia di Tevis che non all'utopia di Bellamy. In un suo recente
saggio, il sociologo Sabino Acquaviva traccia questo
desolante quadro dell'attuale crisi della civiltà europea: "Purtroppo, non riusciamo
più, contrariamente a quanto avevamo fatto nei millenni, a inventare il futuro.
Anche la struttura politico-istituzionale è statica, ingessata. In conclusione, abbiamo
il fiato grosso, non ce la facciamo a stare dietro a un mondo che corre. Altri paesi sono
a cavallo fra un progetto per il futuro e un passato a volte molto duro. Noi siamo a
cavallo del nulla. Il futuro viene subito e ci travolge"4. E ciò per
varie ragioni: l'inquinamento, le catastrofi nucleari, il terrorismo, la droga, la
violenza ai bambini, la criminalità... A queste piaghe bisogna aggiungerne un'altra che,
in questi ultimi tempi, ha acceso un animato dibattito nel mondo sindacale,
imprenditoriale e politico: la disoccupazione tecnologica, fenomeno che ha
raggiunto, specialmente in Europa, livelli preoccupanti. Tanto che, in un documento del
Consiglio Eu, si leggono frasi del seguente tenore: "la disoccupazione
peggiora", è prevedibile "un ulteriore deterioramento", serve "un
impegno politico" a favore del mercato, vanno adottate "misure che lo
sostengano"5.
Il dramma inizia alla fine del XVIII secolo, quando irrompe, sulla
scena della storia umana, la prima rivoluzione industriale. Fino ad allora, l'agricoltura
assorbiva quasi interamente la forza lavoro. Poi, verso la metà dell'Ottocento, con
l'invenzione della mietitrice, dell'aratro d'acciaio, del trattore, molti contadini non
ebbero più lavoro. Lo trovarono nelle nascenti industrie, ma anche qui ben presto furono
espulsi per effetto delle innovazioni tecnologiche. L'ancora di salvezza per una
moltitudine di disoccupati fu il terziario. Ma, come accadde nell'industria, anche nel
settore dei "servizi" ciò che il progresso dà con una mano, con l'altra
toglie. Questa volta, la responsabilità di avere ingrossato di milioni di lavoratori
l'esercito dei disoccupati, è da addebitarsi all'avvento delle tecnologie della
comunicazione e dell'informatica. Mentre le prime innovazioni tecnologiche tendevano a
sostituire l'aspetto puramente fisico della forza lavoro, adesso l'avvento del computer e
delle macchine pensanti tendono a sostituire la mente umana. La prospettiva è quella di
una società futura in cui il processo produttivo è interamente automatizzato.
L'illusione
dell''automazione
Profetico, in questo senso, era stato il
romanzo di Kurt Vonnegut, Distruggete le macchine (Player Piano, 1952). In un
futuro non ben precisato, dopo un conflitto di proporzioni planetarie, unautomazione
massiccia, frenetica e idolatrica si è impossessata degli Stati Uniti. Lespulsione
dal mondo del lavoro è un fenomeno che coinvolge non solo il semplice operaio, il
manovale o il meccanico, ma anche la persona che ha un'istruzione a livello universitario
ed un quoziente dintelligenza elevato. Emblematico è il seguente episodio. Un
ingegnere, Bud Calhoun, dirige il terminal petrolifero di Ilium, la piccola città
dove si svolge gran parte della vicenda narrata. Spinto dalla sua mentalità tipicamente
americana, inventa, un giorno, un sistema automatico di controllo delle autocisterne e
degli oleodotti, che, alla fine, priva definitivamente lui stesso di ogni possibilità di
lavoro.
Quali prospettive si aprono, nella situazione tratteggiata in Distruggete
le macchine, alle migliaia di disoccupati? A chi ha una discreta fonte di reddito non
resta altro da fare che trascinare stancamente lesistenza tra il bar, le
manifestazioni folcloristiche e gli s pettacoli alla tv,
mentre chi non ha sufficienti mezzi di sostentamento può scegliere tra lesercito e
il Corpo Ricostruzione e Bonifica, soprannominato spregiativamente "Puzzo e
Rottami". La frattura sociale non è avvertibile solo a livello economico e
occupazionale, ma anche a livello geografico: Ilium è attraversata dal fiume Iroquois, al
nord del quale abitano i dirigenti industriali, gli ingegneri e i funzionari governativi,
mentre al sud, nel territorio noto come Homestead, vive la gran massa dei disoccupati.
Ma la divisione più profonda è a livello ideologico e morale. La
maggior parte degli uomini e delle donne nutre ostilità nei confronti delle macchine e
dei tecnocrati, perché si sente da essi ingiustamente impedita a dare libero sfogo alle
proprie abilità manuali e alle proprie capacità creative. I tecnocrati, da parte loro,
non sono per niente disposti ad accettare una congrua presenza umana nel mondo del lavoro.
Il tasso di inefficienza delluomo è da essi giudicato un ostacolo al raggiungimento
del Paradiso Terrestre, che le macchine invece sono in grado di ottenere:
Può immaginare i mucchi enormi degli scarti
e quanto
doveva essere orribile essere un dirigente del personale, a quei tempi. Postumi di
sbornie, liti in famiglia, risentimento contro il principale, debiti, la guerra
tutti i guai umani finivano per ripercuotersi sul prodotto, in un modo o nellaltro
[
]. Anche la felicità. Ricordo quello che dovevamo tollerare sotto le feste,
specialmente sotto Natale. Non c'era altro da fare che sopportare. La percentuale degli
scarti cominciava a salire verso il cinque dicembre e continuava a salire fino a
Natale[
]. Dovevamo tenere conto di queste cose, nel fissare il prezzo di un prodotto6.
In un simile contesto sociale, il malcontento, la rivalità,
linsoddisfazione, il senso di inutilità non possono non formare una miscela
esplosiva destinata, prima o poi, ad esplodere. Lo stesso protagonista del romanzo, Paul
Proteus, che per leducazione ricevuta - è il figlio di colui che praticamente ha
dato vita alla dittatura delle macchine - è inizialmente convinto della bontà del
sistema, successivamente comincia a perdere le sue certezze e coltiva lidea di
dimettersi dal suo alto incarico dirigenziale e di andare a vivere in una fattoria
abbandonata, a contatto con la natura. Ma il potere tentacolare dei tecnocrati non intende
lasciarlo libero e, pur di tenerlo legato a sé, lo accusa di sabotaggio, da cui potrà
essere assolto solo se si infiltrerà come agente segreto nellorganizzazione
rivoluzionaria della "Società della Camicia Stregata". Paul non solo rifiuta,
ma finisce con il condividere in toto gli ideali dei rivoltosi, diventandone
addirittura il capo e assumendosi la paternità del proclama in cui sono esposte le
ragioni della lotta contro linvadenza delle macchine. E qui Vonnegut, tramite il suo
eroe, lancia delle proposte, per la soluzione del conflitto uomo/macchine, che ci sembrano
interessanti. Vediamone alcune.
Cè anzitutto il richiamo al principio divino e biblico, che
alluomo (anzi, a tutti gli uomini) e non alle macchine ha dato il mandato di
assoggettare la terra:
Io nego che esista una legge naturale o divina in forza della
quale le macchine, lefficienza e lorganizzazione debbano perpetuamente
crescere in ampiezza, potenza e complessità [
]. Gli uomini per la loro stessa
natura, a quanto pare, non possono essere felici se non sono impegnati in attività che li
facciano sentire utili. Perciò debbono venire restituiti alla partecipazione in queste
attività [..]. Forse voi non siete daccordo con lantica e vana nozione
secondo la quale lUomo è una creazione di Dio. Ma io la ritengo una convinzione
molto più sostenibile di quella implicita nella fede cieca nellillegale progresso
tecnologico7.
In secondo luogo, le macchine non vanno distrutte, come linfelice
traduzione del titolo originale indurrebbe a credere, ma integrate in un progresso
umanistico:
Io propongo che gli uomini e le donne siano rimessi al lavoro
per controllare le macchine, e che il controllo degli esseri umani da parte delle macchine
sia abolito. Io propongo, inoltre, che gli effetti dei mutamenti della tecnologia e
dellorganizzazione sugli schemi di vita vengano attentamente considerati, e che
questi mutamenti vengano introdotti o respinti sulla base di tale considerazione8.
Nonostante tutte queste encomiabili premesse, il finale di Distruggete
le macchine si conclude amaramente: la rivolta capeggiata da Paul Proteus fallisce
miseramente, senza lasciare intravedere un filo di speranza per il futuro.
A distanza di quasi mezzo secolo dal romanzo di Vonnegut, anche
l'economista Jeremy Rifkin ipotizza, nel suo best seller La fine del lavoro (The
End of Work, 1995), le stesse conseguenze negative per la convivenza umana. La prima è la
polarizzazione della popolazione mondiale in due forze inconciliabili e potenzialmente
conflittuali:
Nel mondo tecnologico automatizzato degli anni Novanta, la
nuova élite dei knowledge workers sta emergendo grazie a capacità fondamentali
che la mettono in primo piano nell'economia globale, facendola rapidamente diventare la
nuova aristocrazia. Mentre la loro fortuna è ogni giorno più radiosa, la sorte economica
del gran numero dei lavoratori del terziario di basso livello peggiora, creando una nuova
e pericolosa divisione tra chi ha e chi non ha in tutti i Paesi industrializzati (
)
una gran quantità crescente di mansioni terziarie oggi svolte dalla classe lavoratrice
verranno affidate alle macchine, spingendo un numero sempre più grande di lavoratori
nella sottoclasse urbana9.
La seconda conseguenza, ancora più grave, è la crescita, a causa
della disoccupazione, del crimine e della violenza nel mondo:
In molti Paesi industrializzati ed emergenti, lo spiazzamento
tecno-logico e la forte disoccupazione stanno portando a un drammatico aumento della
criminalità e della violenza, dando una chiara immagine dei pericoli che ci aspettano.
Studi recenti hanno dimostrato una spiacevole correlazione tra la crescita della
disoccupazione e quella dei crimini violenti (
). Lo spiazzamento tecnologico e la
perdita di opportunità di lavoro ha condizionato, più di tutti, i giovani, contribuendo
a diffondere una violenta subcultura del crimine8.
Il lavoro è per l 'uomo e non
l 'uomo per il lavoro
Quanto fin qui si è detto rende evidente che
la soluzione di arginare il fenomeno della disoccupazione ricorrendo alla riduzione
dell'orario lavorativo, è solo un palliativo. Occorre, invece, agire sulle cause prime
del problema che, secondo noi, sono: lo smarrimento del significato autentico del lavoro
umano; il prevalere della concezione positivista e neo positivista della scienza; il
mancato accoglimento e, anzi, la negazione della valenza umanistica della scienza.
Come insegnano la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del
Concilio Vaticano II e l'Enciclica Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, l'uomo,
crea to a immagine e somiglianza di Dio,
ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto contiene ed è
perciò fin dall'inizio chiamato al lavoro, perché soltanto in esso e con esso realizza
il compito di dominare il mondo visibile. Un'implicazione importantissima di tale
insegnamento, che - come spesso sottolineano i due documenti ecclesiali sopra citati - è
ricavato dalle prime pagine del Libro della Genesi, è che l'uomo è soggetto del
lavoro e non viceversa: il lavoro è fatto per l'uomo e non l'uomo per il lavoro.
Quest'ultimo non dev'essere assolutamente ridotto a merce. In tale errore si cade quando,
come nel momento presente, la società è dominata dal pensiero materialistico ed
economicistico:
Un'occasione sistematica e, in certo qual senso, perfino uno
stimolo per questo modo di pensare e di valutare è costituito dall'accelerato processo di
sviluppo della civiltà unilateralmente materialistica, nella quale si dà prima di tutto
importanza alla dimensione oggettiva del lavoro, mentre la dimensione soggettiva (
)
rimane su di un piano secondario. In tutti i casi di questo genere, in ogni situazione
sociale di questo tipo avviene una confusione o, addirittura, un'inversione dell'ordine
stabilito all'inizio con le parole del Libro della Genesi: l'uomo viene trattato come
uno strumento di produzione, mentre egli - egli solo, indipendentemente dal lavoro che
compie - dovrebbe essere trattato come suo soggetto efficiente e suo artefice e creatore11.
Nel determinare il quadro sopra descritto, la scienza svolge un ruolo
di primo piano. Da un lato, è vero che l'uomo, con l'aiuto della scienza e della tecnica,
"ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su tutta intera quasi la natura
(
) molti beni, che un tempo l'uomo si aspettava dalle forze superiori, oggi ormai se
le procura con la sua iniziativa e con le sue forze"12. Tuttavia, è anche
vero che la scienza, degenerando in scientismo, induce l'uomo a pensare che le cose
create non dipendono da Dio e che egli può adoperarle senza nessun riferimento al
Creatore, e diviene pertanto fonte di superbia e di amore disordinato di se stessi:
La Sacra Scrittura, però, con cui è d'accordo l'esperienza
di secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene
dell'uomo, porta con sé una grande tentazione: infatti, sconvolto l'ordine dei valori e
mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente alle cose
proprie, non a quelle degli altri; e così il mondo cessa di essere il campo di una
genuina fraternità, mentre invece l'aumento della potenza umana minaccia di distruggere
ormai lo stesso genere umano13.
Tuttavia, a ben riflettere, la scienza non è che una forma di lavoro
umano. Al pari di questo, ha eminentemente un valore religioso e, secondo l'espressione di
Leone XIII, "umanizza la materia, la impregna di spirito". Lo scienziato, in
sostanza, non solo continua, attraverso le sue scoperte, l'opera del Creatore (fase
discendente del piano divino); ma anche e soprattutto collabora all'opera di Cristo per il
ritorno di tutte le cose all'Omega, a Dio (fase ascendente). La materia ha già in sé
l'impronta dello Spirito divino. La famosa riflessione di Einstein: "Si può dire che
ciò che vi è di eternamente incomprensibile nell'universo, è come esso sia
intelligibile", altro non significa che questo. Ora, la materia ha la possibilità di
manifestare maggiormente l'impronta del suo Creatore a condizione di ricevere una nuova
"impregnazione spirituale". Questa impregnazione spirituale è quella di cui
l'uomo è l'autore attraverso la scienza e la tecnologia14.
La fede, dunque, non è in contrasto con la scienza, la quale oggi più
che mai ha bisogno di quel supplemento d'anima che Bergson reclamava. La scienza può
veramente essere al servizio dell'uomo e risolvere i problemi che al presente ci
angustiano (disoccupazione, in primis), solo se non rimane chiusa nella propria
dialettica. Per non condurre l'uomo alla rovina, "la scienza non basta; è necessario
un fermento d'un altro ordine, e nello stesso tempo che sia meglio riconosciuto il vero
polo di attrazione verso cui tende la sua ascesa. Solo il cristianesimo, per il suo
carattere universalistico, per l'ampiezza delle sue esigenze e soprattutto per il
dinamismo soprannaturale che possiede, può offrire all'uomo moderno un soccorso
efficace"15.
N O T E
1 WALTER TEVIS, Solo il mimo canta al limitare
del bosco (Mockingbird, 1981), Editrice Nord, Milano, 1983, p.46.
2 Ibidem, p.90.
3 Ibid., p.195.
4 SABINO ACQUAVIVA, L'eclissi dell'Europa. Decadenza e
fine di una civiltà, Editori Riuniti, Roma 2006, p.46 (Il corsivo è nostro).
5 Cfr. ELENA POLIDORI, Disoccupazione record in Europa,
in "la Repubblica"(31 ottobre 2009), p.4. Nella stessa pagina, sono riportate le
tragiche vicende di giovani che, laureatisi in giurisprudenza, accettano un lavoro come
operai; altri laureati, invece, vengono guardati male dalle impiegate delle agenzie
interinali quando decidono, per lavorare, di dequalificarsi. In genere, c'è nei giovani
disoccupati la sensazione che gli studi siano inutili e che la meritocrazia sia come
l'araba fenice.
6 KURT VONNEGUT, Distruggete le macchine (Player
Piano, 1952), Editrice Nord, Milano, 1979, p.14.
7 Ibidem, pp.262-263.
8 Ibid.
9 JEREMY RIFKIN, La fine del lavoro (The End of Work, 1995),
Edizione CDE, Milano, 1996, pp.286-287.
10 Ibidem, pp.336-337.
11 Citiamo il testo della Laborem Exercens, così
come è riportato in appendice al volume di EUGENIO CUTOLO, Il mondo del lavoro nel
pensiero di Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1982,
p.173.
12 Anche per la Gaudium et Spes ci serviamo del testo
riportato in appendice all'agile libretto di CARLO COLONNA S.J., Glorificare Dio nel
lavoro umano, Associazione "S.Giuseppe Lavoratore", Pescara, 1990. P.65.
13 Ibidem, p.68.
14 Cfr. JEAN-MARIE AUBERT, Il giovane e la scienza
(Recherche scientifique et foi chretienne, 1962), Edizioni Paoline, 1963, pp.187-189.
15 Ibidem, p.197.
ANTONIO SCACCO è nato a Gela (1936), ma i
suoi studi classici e magistrali li ha compiuti a Caltagirone. Alla facoltà di Magistero
di Bari (città in cui attualmente vive), ha conseguito la laurea in materie letterarie c on una tesi sui juveniles di Robert A. Heinlein. Da anni si
occupa di narrativa di fantascienza. Ha fondato tre pubblicazioni amatoriali di narrativa
e saggistica di fantascienza: "THX 1138", "Malacandra", cessate
rispettivamente nel 1986 e nel 2005, "Future Shock", che tuttora dirige. Saggi
pubblicati: Il gioco dei mondi (Ediz. Dedalo, Bari, 1985), in collaborazione con V.
Catani e E. Ragone; Fantascienza e letteratura giovanile (Bari, La Vallisa,1988);
Educazione tra le stelle. L'umanesimo scientifico e la fantascienza (Levante Editori,
Bari, 1992); Critica pedagogica della fantascienza (Boopen Editore, Pozzuoli - NA,
2008); Fantascienza umanistica (Boopen Editore, Pozzuoli - NA, 20092). Premi:
nel 1989, con Fantascienza e letteratura giovanile, ha ottenuto il 1° premio per
la saggistica al XV Italcon, il raduno annuale degli appassionati e studiosi di
fantascienza, organizzato dalla Repubblica di San Marino. |
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