FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXII - febbraio 2010 - n.55 (nuova serie)

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Future Shock n.55

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L'UOMO-MACCHINA E L'EMERGENZA EDUCATIVA

                                                    di       Antonio Scacco

In ogni epoca storica e presso tutti i popoli, si è riconosciuta la necessità, per ogni essere umano venuto al mondo, di diventare uomo nel pieno senso del termine. Ma si è anche riconosciuta la verità lapalissiana che un uomo non poteva diventare tale se non mediante quel processo particonegri.jpg (29107 byte)lare che prende il nome di educazione. Sorsero così dei grandi educatori: Socrate, Platone, sant'Agostino, san Tommaso, Vittorino da Feltre, Ignazio di Loyola, Comenio, Locke, Pestalozzi, Rosmini, ecc., che, pur partendo da differenti premesse ideali e spirituali, tuttavia non mancarono di centrare l'obiettivo finale del processo educativo: l'umanizzazione del discente.

Si è dovuto arrivare ai tempi moderni perché questi due capisaldi dello sviluppo umano: umanizzazione e educazione, venissero duramente attaccati e scalzati dalle loro fondamenta. Tutto comincia con l'apparire, all'orizzonte della civiltà, della scienza moderna e con il suo travisamento in scientismo, di cui Auguste Comte, con la sua religione della scienza a cui gli uomini debbono prestare fede affratellandosi nel suo comune culto, è un tipico esemplare. Al lavoro manuale subentrano le macchine, che suscitano rea-zioni violente come quelle del luddismo, ma anche critiche severe da parte di uomini di cultura di quel tempo come Thomas Carlyle: "Non soltanto l’esterno e il fisico è adesso guidato dalla macchina, ma anche l’interno e lo spirituale […]. Gli uomini sono diventati dei meccanismi nella testa e nel cuore, così come nelle mani"1.

Ma la meccanizzazione dell'uomo e della società è solo una faccia della medaglia. L'altra è rappresentata dalla grave crisi umanistica, per cui si ritiene che l'umanesimo sia incompatibile con il progresso tecnico-scientifico. A questa temperie spirituale tentarono di reagire alcune correnti sociologiche e pedagogiche. Tra le prime, ricordiamo quella che va sotto il nome di contestazione sessantottina, che, con lo slogan l'immagination au pouvoir!, cercò di opporsi alla deriva scientista e antiumanistica della nostra civiltà, ma fallì il bersaglio e, anzi, peggiorò la situazione, dal momento che esaltò l'edonismo e abbattè ogni freno morale con il motto "vietato vietare".

Tra le correnti pedagogiche, ricordiamo quella dei "descolarizzatori", tra cui spiccano i nomi di Paul Goodman, Ivan Illich, Everett Reimer, Paulo Freire. Con qualche lieve sfumatura tra le loro teorie, il comune intento è di abbattere il sistema scolastico, visto come strumento di oppressione delle classi sociali inferiori e della loro eliminazione dalle leve del potere. La scuola e gli insegnanti non sarebbero che cinghia di trasmissione della cultura dominante e non farebbero che bloccare e distruggere la creatività individuale. Alla scuola, dunque, deve subentrare la "società educante", eliminando ogni istituzione formale e governativa, ivi compresa la figura del pedagogo. All'emarginazione di quest'ultimo dal processo educativo, contribuisce ulteriormente l'uso delle "macchine per insegnare", che realizzano la cosiddetta "istruzione

programmata". Il principio-cardine non è più il rapporto docente-discente, ma l'autoapprendimento. L'educazione, insomma, diventa nozionismo e non formazione della persona. La grave crisi educativa che ha colpito la nostra società, non è sfuggita agli uomini più pensosi del nostro tempo, tra cui spicca il vescovo di San Marino-Montefeltro, mons.Luigi Negri, il quale, in una raccolta di interventi dal titolo: Emergenza educativa. Che fare?, sostiene che, a causa del dissolvimento dei valori, c'è un'impossibilità comunicativa tra mondo adulto e mondo giovanile. Per sanare la frattura, occorre che l'insegnante non sia solo dispensatore di nozioni, ma anche e soprattutto portatore di cultura autentica: "Insegnare educando è mettere un segno diverso a questa emergenza che sta distruggendo la società. Se la società non ha al suo centro la comunicazione fra le generazioni, finisce perché non ha la linfa produttiva di società, cioè la comunione generazionale"2.

Ci auguriamo che il severo monito dell'illuminato sacerdote venga presto recepito. Diversamente, potrebbe accadere quanto ipotizzato nel racconto di Clifford D.Simak, Ora tocca a noi (How-2, 1954). In un futuro non precisato, quella tendenza a feticizzare le macchine, già presente ai nostri giorni e che ha fatto esclamare ad Erich Fromm: "[…] abbiamo fatto della macchina un dio […], noi cessiamo di essere padroni della tecnica per diventare invece gli schiavi"3, assume una forma ossessiva e autodistruttiva. Ogni pensiero dell'uomo è rivolto alle macchine - diventate ovviamente superintelligenti -, ogni sua preoccupazione è di sfruttare le opportunità che esse gli offrono: di aggiungere, con un semplice click, nuove stanze agli appartamenti, di spostare alberi, di spianare colline, di creare laghetti artificiali, di pulire la casa da cima a fondo, di preparare pranzi e cene, persino… di curarsi i denti. All'uomo, se vuole soddisfare il suo bisogno di creatività, non rimane altro che assemblare e attivare gli automi, i cui pezzi, dietro sua richiesta, gli vengono forniti, dentro una scatola, dalla fabbrica di robot "Chifadasé S.p.A.".

Un giorno, il protagonista del racconto, Gordon Knight, riceve per errore un robot, Albert, che ha la peculiarità di autoriprodursi. Ben presto, la sua fattoria si riempie di robot di ogni tipo e specie. Viene citato in giudizio per evasione fiscale. Ma l'avvocato suo amico, Anson Lee, aiutato da un esercito di robot telepatici, riesce a dimostrare davanti al giudice che gli automi non sono degli oggetti sottoposti alle tasse, ma degli esseri raziocinanti, equiparabili agli esseri umani, e che perciò sono soggetti e non oggetti del diritto. Il giudice gli dà ragione. I robot, diventati cittadini a tutti gli effetti e guidati da Albert, possono tranquillamente autoriprodursi e invadere il mondo, fino a mettere le mani anche sulla "Chifadasé S.p:A.". E l'uomo? Diventa un essere inutile, a cui è negata anche la soddisfazione di assemblare un po' di ferraglia.

 

N O T E

1 T. CARLYLE, Segni dei tempi, in Valerio Castronuovo, La rivoluzione industriale, Sansoni, Firenze, 1973, pp.114-115.

2 L.NEGRI, Emergenza educativa. Che fare?, Fede & Cultura, Verona 2008, pp.18-19.

3 E. FROMM, Avere o essere?, Mondadori, Milano, 197916, p.200.