FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXII - febbraio 2010 - n.55 (nuova serie)

“Future Shock”, la rivista che ti aiuta a capire i problemi del nostro tempo, che interpreta la fantascienza come un ponte gettato tra le due culture oggi in conflitto, che valorizza il futuro ma anche il passato, il nostro glorioso passato classico e cristiano. SOSTIENILA!
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Future Shock n.55

Editoriale

Saggistica

La filatelia e noi, ovvero: la fantascienza filatelica di Jean-Pierre Laigle;

 Gilda Musa siderale di Luigi Picchi;

La fantascienza, la disoccupazione tecnologica e il Magistero ecclesiale di A. Scacco

GILDA MUSA SIDERALE

                                         di    Luigi Picchi

 

Sono dieci anni che Gilda è morta. Aveva settantasette anni (era nata nel 1922). La sua opermusa.jpg (23248 byte)a narrativa nell’ambito del fantastico (come i racconti da realismo magico, un po’ alla Buzzati o alla Bontempelli, La farfalla sul soffitto, Amadeus 1988) e soprattutto della fantascienza vanta numerosi titoli: Festa sull’asteroide (1972), il libro (e più riuscito), Giungla domestica (1975) e Fondazione ID (1981), oltre a romanzi per ragazzi sempre di carattere fantascientifico: Marinella super (1978) e La grotta della musica (1986). Con il marito Inisero Cremaschi, poeta e autore tra l’altro di racconti polizieschi, d’ambientazione urbana e di romanzi legati al filone della cosiddetta "letteratura aziendale", ha scritto a quattro mani Dossier extraterrestri (1978) e Le grotte di Marte (1996). Sempre con Cremaschi aveva dato vita negli anni ‘80 ad un cenacolo e ad una relativa rivista delle Edizioni Nord, "La Collina", espressione del "neofantastico": così chiamata la rilettura in chiave visionaria e fantastica della postmodernità.

Il ricordo come poetessa

Il suo contributo per l’identità di una fantascienza italiana è quindi inne-gabile. Una battaglia artistica e culturale, questa, per creare una "scuola" fantascientifica italiana, purtroppo difficile e in parte fallita per colpa delle resistenze di un clima editoriale spietato, scettico e refrattario e di un pubblico, come quello italiano, non abbastanza educato alla lettura libera e ampia, ma condizionato dalle direttive mediatiche di una critica non si sa bene se ottusa o astuta. Bisognerebbe ritornare sui meriti e le novità della produzione fantascientifica e neofantastica di Gilda Musa. Sarebbe auspicabile lo facesse qualche giovane studioso o studente universitario. A me piace ricordarla qui esclusivamente come poetessa: le sue poesie sono tra le poche che mi convincono nel confuso, sciatto, astruso e dispersivo panorama della poesia italiana del Secondo Dopoguerra o contemporanea. Anche la produzione poetica di Gilda non ha avuto il successo che meritava, nonostante la stima di alcune personalità della letteratura.

Le diverse sillogi (Il porto quieto, Morte di Vòlo, Amici e nemici, Gli onori della cronaca, La notte artificiale, Berliner Mauer, Lettere senza francobollo, Passaggi e sottopassaggi) che costituiscono le tappe di questo significativo cammino, sono confluite nel 1983 in un’autoantologia, Notizie in bianco e nero a cura di Giacintomusa1.jpg (24330 byte) Spagnoletti (Salvatore Sciascia Editore). Sono diversi i filoni della severa e dolente poetica della Musa: c’è quello cosmico-astrale, che interessa a noi qui, in questo breve saggio; c’è quello metropolitano-industriale, teso a denunciare le nefandezze di un progresso tecnologico avido e sconsiderato (valga per tutte la celebre poesia Cronaca e Ipotesi, ispirata alla tragedia di Seveso del luglio 1976). C’è la polemica contro la guerra con i relativi rischi della catastrofe atomica; una polemica non faziosa, ma fondata su valori universali, non ideologici. C’è la preoccupazione che lo stile di vita moderna all’insegna del consumismo, dell’omologazione, dell’iperproduttività, dell’efficienza aggressiva ed alienante, porti ad un inaridimento e ad un rimbam-bimento delle coscienze, cosa di fatto avvenuta. C’è la ribellione alle più diverse forme di repressione e prepotenza fisiche e morali.

Le radici nei classici e nella tradizione

Non bisogna pensare però che la poesia di Gilda Musa sia rabbiosa e animosa: l’indignazione non alza il tono di voce, non grida né sbraita, non s’accende, non minaccia, non maledice. Il suo tono non è quello profetico, dantesco o pasoliniano, ma è dolente, elegiaco, pensoso. E’ quello di un’anima lirica eminentemente femminile che vive il proprio dolore per le sorti del mondo e per la degradazione progressiva della qualità della vita nel chiuso della propria cella interiore, non sul pulpito tribunizio delle piazze. La misura breve e intima è quella confacente per una poetica che evita le grandi platee e preferisce il colloquio privato e pochi, ma scelti, interlocutori. Anche i due poemetti, Notte artificiale (1963-1964) e Berliner Mauer (1964-1965) sono costruiti con nuclei lirici, apparentemente strofe, musa2.jpg (21883 byte)ma di fatto vere e proprie liriche autonome. Una poesia aristocratica, dunque. Sì, ma aliena da ermetismi e sussieghi stilistici. La lezione musicale ed espressiva di Leopardi è determinante nel dettato poetico della Musa. Così pure l’esperienza di traduttrice dal tedesco, dall’inglese e dal greco. Il forte senso della tradizione le ha permesso di essere ricettiva alla modernità senza farsi deviare da sterili e insensati avanguardismi di maniera. La lirica di Gilda Musa resta estranea alle mode liriche e sperimentalistiche. Chi affonda le proprie radici nei classici e nella tradizione non ha bisogno di affiliarsi a scuole, a movimenti per trovare un’identità e, se lo fa, poi si muove con autonomia e una libertà eretica. Una costante della sua poesia è, dunque, la fiducia nella parola, una parola precisa, lucida, densa, radicata nella tradizione, quindi robusta e ben stagionata. Sappiamo invece che nelle intenzioni della gran parte dei movimenti d’avanguardia c’è proprio la critica dissacrante del linguaggio poetico, la celebrazione della sua dissoluzione, la denigrazione della tradizione, quell’atteggiamento ipercritico da accademico che maneggia e manipola con abilità da sofista la parola, distorcendola in gretti e freddi giochi intellettuali, in artificiali maniere, desacralizzandola, togliendole ogni aura sacra. Gilda Musa non è di questi: per lei la poesia è una dimensione seria, un farmaco contro l’intossicamento moderno.

Nasce da questo bisogno di purificazione, evasione ed isolamento il culto per il cielo stellato, la notte siderale, gli spazi galattici, l’astralità. Le stelle sono la patria, la casa, la salvezza, fuori da un mondo perduto e devastato. Stelle contemplate da casa, per quanto possibile, in una "Milano da bere" illuminata da insegne e luci metropolitane; stelle ammirate da una stanza d’albergo in montagna o sul lago di Como; stelle immaginate, sognate, viste sui libri o in televisione. Stelle che popolano la mente, la fantasia e l’anima. Infatti "Serpeggia dal profondo e in superficie/dell’individuo io – creatura/naturale – galleggia l’ancestrale/mito di millenaria appartenenza/all’habitat terrestre coinvolto/nel vario divenire delle forme/e nel pulsare di pianeti e stelle." (Finestra verso Nord). La terraMusa4.jpg (187170 byte) avvolta dall’universo, con le stelle madri e sorelle del nostro piccolo pianeta. Gilda Musa ci propone una visione maestosa e religiosa, perché "religa", cioè lega ripetutamente la terra allo spazio, come un figlio alla madre tramite il cordone ombelicale. Questo primo assaggio è tratto dalla raccolta Passaggi e sottopassaggi (1974-1982) una raccolta ricca di riferimenti "stellari" dove la concentrazione e la limpidezza liriche unite ad una asciutta e metallica icasticità raggiungono la propria maturità nel respiro poetico della nostra autrice. A volte uno scintillio notturno può non essere una stella, ma un satellite. Come è capitato a me in montagna: vedevo un punto luminoso andare e tornare come delimitato in un segmento rigido e preciso: "e nel vuoto divampa un punto-luce:/forse la prima stella della sera/o forse artificiale un’accensione./Nell’attesa di un segno, la speranza/mi scuote di un brivido dall’altrove" (Attesa). In questa direzione di contemplazione dello spazio come punto di partenza per una più ampia indagine sul senso del Cosmo e dell’Essere, la poesia Costellazioni del 1980 è il testo più ricco e completo. Pertanto lo riproduco integralmente:

 

Ramature di stelle, disegni

miniati d’oro, fulgori visibili

avamposti di mille miliardi d’invisibili,

sigilli dello spazio vicino e segni

degli spazi remoti,

scintille fissate sul nero-blu

dell’emisfero boreale,

cosmici carri,

occhi accesi a rispondere agli occhi

del timoniere a guardia della nave

a guardia dei compagni addormentati,

certezza antica dell’Orsa Maggiore

e dell’Orsa Minore

rampanti nel buio con artigli di luce:

non trovo un verbo che vi esprima.

Ostinata, analizzo gli atomi

della vostra materia e la vostra

struttura chimica: idrogeno,

elio, ossigeno, azoto,

magnesio, ferro, e altri

obbedienti alle leggi naturali

della gravitazione,

della radiazione, dei gas –

e arrivo a interpretarvi

in termini esatti di pressione,

temperatura, densità.

Provo e riprovo, esamino: la scienza

non mi svela il segreto

né il verbo che vi esprime,

irraggiungibili animali

mitici-mistici:

restate ancora sillabe

di quel Dizionario Celeste

che inizia prima dell’Alfa e si prolunga

oltre l’Omega.

 

L'uomo non è solo i suoi aminoacidi

Tutta la poesia ruota ed è incentrata sul concetto di comunicazione, lettura ed interpretazione. Le costellazioni sono scritture, segni scritturali, lettere e parole di un codice da decifrare. La scienza non basta a comprendere il mistero dello spazio, del suo esistere. La composizione fisica non illumina sull’identità. Così come un uomo non è solo il suo corpo, le sue proteine, i suoi aminoacidi, l’acqua di cui è composto, la sua pelle, i suoi muscoli e le sue ossa, ma pure la sua anima/coscienza. Qualcosa sfugge, eppure il poeta non s’arrende e dichiara la propria consapevolezza che lo spazio va oltre, verso un infinito che lo trascende. Gilda Musa sembra voler dire che lo spazio con il suo oltre è il luogo del metafisico e dell’oltreumano, là dove forse potrebbe essere pronunciata la formula risolutiva e chiarificatrice. Particolarmente interessante la seconda strofa conMusa3.jpg (12179 byte) l’enunciazione degli ingredienti chimici, dove la poesia diventa enciclopedica e didascalica alla Pound o come in un poemetto "esteriorista" alla Cardenal. La prima strofa, descrittiva, dà l’idea di una maestà che il verbo poetico non riesce a contenere sufficientemente. Segue Miti dove la luna è presa a simbolo "di verità nuda": la desolazione enigmatica del mistero delle nostre origini e del nostro destino. Nel testo successivo Notturno dal rifugio alpino il "tentativo ansioso di capire/quella circonferenza inerpicata/fin dentro la profondità blu-notte" si macera nello scenario appunto di una "Profondità blu-notte seminata/di scintille stellari" che "si propaga/sopra la chiostra-girotondo scabra" delle Alpi.

Il cielo stellato di Gilda Musa è un interlocutore muto, una sfinge che non si scuce e non svela alcun segreto, non risponde agli interrogativi umani sul senso del tutto e della vita. Il macrocosmo torna nel microcosmo del DNA. Come nella poesia lunga del 1974: Poeticità della materia vivente. Nella prima strofa, descrittiva, viene focalizzata l’attenzione sulla doppia spirale. Nella seconda lassa, le due catene spiralandosi, provocano un senso di vertigine: "Nascono dall’alfa genetica". La terza strofa tornando descrittiva, fa da preambolo alla quarta strofa dove la stringa del DNA sembra correre "verso l’omega", termine che ritornerà in Costellazioni. La penultima strofa, la quinta, è quella che più ci interessa: qui il moltiplicarsi degli anelli e delle catene rendono possibile vedere/immaginare "lontananze/illimitate, un infinito allontanarsi/nello spazio, in tutti gli spazi". Nel vuoto tra una catena e l’altra la distanza è incommensurabile e il punto d’origine, alfa, "si ricongiunge con l’omega,/coincidenza perfetta". Lo spazio di Gilda Musa è quello matematico-fisico-astronomico-filosofico. Uno spazio laico e razionale anche se immerso nel mistero. Nelle liriche successive, specialmente quelle postume, poi confluite nella plaquette Mille finestre illuminate (Gazebo 1999), la notte è ancora popolata di luci, ma sono quelle artificiali della città.

 

LUIGI PICCHI, nato a Como l'8 dicembre de1 1969, si è laureato in Lettere Moderne all'Università Cattolica de1 Sacro Cuore di Milano e attualmente è docente di ruolo nel Liceo Scientifico Statale della sua città. Collabora alla rivista fiorentina "Città di Vita" e suoi scritti, recensioni e liriche, sono apparsi su "Il Ragguaglio Librario". Nel 1995 ha pubblicato insieme ad alcuni amici d'Università un libro di poesie, Campi di esistenza, e l'anno dopo uno di traduzioni poetiche Traslazioni affrancate (Servizio Editoriale I.S.U. Università Cattolica di Milano). Nell'ottobre del 1996, è uscito per i tipi di "Città di Vita" di Firenze, nella collana "I Segni ", una sua silloge: Tempo Minore. Ha pubblicato su "Future Shock" diverse poesie, racconti (Ombra, n.28; Alt(r)e spiagge, n.31; Pulcino, n.32; Solo una leggera influenza, n.34) e i saggi Gilda Musa (n.28), Homo artificialis (n.40), Inìsero Cremaschi, critico di fantascienza (n.42), Inìsero Cremaschi, narratore di fantascienza (n.44), Viaggi ed esplorazioni spaziali nella poesia di Nelo Risi (n.46).