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GILDA
MUSA SIDERALE
di Luigi Picchi
Sono dieci anni che Gilda è
morta. Aveva settantasette anni (era nata nel 1922). La sua oper a narrativa nellambito del fantastico (come i racconti da realismo
magico, un po alla Buzzati o alla Bontempelli, La farfalla sul soffitto, Amadeus
1988) e soprattutto della fantascienza vanta numerosi titoli: Festa sullasteroide
(1972), il libro (e più riuscito), Giungla domestica (1975) e Fondazione
ID (1981), oltre a romanzi per ragazzi sempre di carattere fantascientifico: Marinella
super (1978) e La grotta della musica (1986). Con il marito Inisero Cremaschi,
poeta e autore tra laltro di racconti polizieschi, dambientazione urbana e di
romanzi legati al filone della cosiddetta "letteratura aziendale", ha scritto a
quattro mani Dossier extraterrestri (1978) e Le grotte di Marte (1996).
Sempre con Cremaschi aveva dato vita negli anni 80 ad un cenacolo e ad una relativa
rivista delle Edizioni Nord, "La Collina", espressione del
"neofantastico": così chiamata la rilettura in chiave visionaria e fantastica
della postmodernità.
Il ricordo come poetessa
Il suo contributo per
lidentità di una fantascienza italiana è quindi inne-gabile. Una battaglia
artistica e culturale, questa, per creare una "scuola" fantascientifica
italiana, purtroppo difficile e in parte fallita per colpa delle resistenze di un clima
editoriale spietato, scettico e refrattario e di un pubblico, come quello italiano, non
abbastanza educato alla lettura libera e ampia, ma condizionato dalle direttive mediatiche
di una critica non si sa bene se ottusa o astuta. Bisognerebbe ritornare sui meriti e le
novità della produzione fantascientifica e neofantastica di Gilda Musa. Sarebbe
auspicabile lo facesse qualche giovane studioso o studente universitario. A me piace
ricordarla qui esclusivamente come poetessa: le sue poesie sono tra le poche che mi
convincono nel confuso, sciatto, astruso e dispersivo panorama della poesia italiana del
Secondo Dopoguerra o contemporanea. Anche la produzione poetica di Gilda non ha avuto il
successo che meritava, nonostante la stima di alcune personalità della letteratura.
Le diverse
sillogi (Il porto quieto, Morte di Vòlo, Amici e nemici, Gli onori della cronaca, La
notte artificiale, Berliner Mauer, Lettere senza francobollo, Passaggi e sottopassaggi)
che costituiscono le tappe di questo significativo cammino, sono confluite nel 1983 in
unautoantologia, Notizie in bianco e nero a cura di Giacinto Spagnoletti (Salvatore Sciascia Editore). Sono diversi i filoni
della severa e dolente poetica della Musa: cè quello cosmico-astrale, che interessa
a noi qui, in questo breve saggio; cè quello metropolitano-industriale, teso a
denunciare le nefandezze di un progresso tecnologico avido e sconsiderato (valga per tutte
la celebre poesia Cronaca e Ipotesi, ispirata alla tragedia di Seveso del
luglio 1976). Cè la polemica contro la guerra con i relativi rischi della
catastrofe atomica; una polemica non faziosa, ma fondata su valori universali, non
ideologici. Cè la preoccupazione che lo stile di vita moderna allinsegna del
consumismo, dellomologazione, delliperproduttività, dellefficienza
aggressiva ed alienante, porti ad un inaridimento e ad un rimbam-bimento delle coscienze,
cosa di fatto avvenuta. Cè la ribellione alle più diverse forme di repressione e
prepotenza fisiche e morali.
Le radici nei classici e nella
tradizione
Non bisogna pensare però che la
poesia di Gilda Musa sia rabbiosa e animosa: lindignazione non alza il tono di voce,
non grida né sbraita, non saccende, non minaccia, non maledice. Il suo tono non è
quello profetico, dantesco o pasoliniano, ma è dolente, elegiaco, pensoso. E quello
di unanima lirica eminentemente femminile che vive il proprio dolore per le sorti
del mondo e per la degradazione progressiva della qualità della vita nel chiuso della
propria cella interiore, non sul pulpito tribunizio delle piazze. La misura breve e intima
è quella confacente per una poetica che evita le grandi platee e preferisce il colloquio
privato e pochi, ma scelti, interlocutori. Anche i due poemetti, Notte artificiale
(1963-1964) e Berliner Mauer (1964-1965) sono costruiti con nuclei lirici,
apparentemente strofe, ma di fatto vere e proprie liriche
autonome. Una poesia aristocratica, dunque. Sì, ma aliena da ermetismi e sussieghi
stilistici. La lezione musicale ed espressiva di Leopardi è determinante nel dettato
poetico della Musa. Così pure lesperienza di traduttrice dal tedesco,
dallinglese e dal greco. Il forte senso della tradizione le ha permesso di essere
ricettiva alla modernità senza farsi deviare da sterili e insensati avanguardismi di
maniera. La lirica di Gilda Musa resta estranea alle mode liriche e sperimentalistiche.
Chi affonda le proprie radici nei classici e nella tradizione non ha bisogno di affiliarsi
a scuole, a movimenti per trovare unidentità e, se lo fa, poi si muove con
autonomia e una libertà eretica. Una costante della sua poesia è, dunque, la fiducia
nella parola, una parola precisa, lucida, densa, radicata nella tradizione, quindi robusta
e ben stagionata. Sappiamo invece che nelle intenzioni della gran parte dei movimenti
davanguardia cè proprio la critica dissacrante del linguaggio poetico, la
celebrazione della sua dissoluzione, la denigrazione della tradizione,
quellatteggiamento ipercritico da accademico che maneggia e manipola con abilità da
sofista la parola, distorcendola in gretti e freddi giochi intellettuali, in artificiali
maniere, desacralizzandola, togliendole ogni aura sacra. Gilda Musa non è di questi: per
lei la poesia è una dimensione seria, un farmaco contro lintossicamento moderno.
Nasce da questo bisogno di
purificazione, evasione ed isolamento il culto per il cielo stellato, la notte siderale,
gli spazi galattici, lastralità. Le stelle sono la patria, la casa, la salvezza,
fuori da un mondo perduto e devastato. Stelle contemplate da casa, per quanto possibile,
in una "Milano da bere" illuminata da insegne e luci metropolitane; stelle
ammirate da una stanza dalbergo in montagna o sul lago di Como; stelle immaginate,
sognate, viste sui libri o in televisione. Stelle che popolano la mente, la fantasia e
lanima. Infatti "Serpeggia dal profondo e in superficie/dellindividuo io
creatura/naturale galleggia lancestrale/mito di millenaria
appartenenza/allhabitat terrestre coinvolto/nel vario divenire delle forme/e nel
pulsare di pianeti e stelle." (Finestra verso Nord). La terra avvolta dalluniverso, con le stelle madri e sorelle del
nostro piccolo pianeta. Gilda Musa ci propone una visione maestosa e religiosa, perché
"religa", cioè lega ripetutamente la terra allo spazio, come un figlio alla
madre tramite il cordone ombelicale. Questo primo assaggio è tratto dalla raccolta Passaggi
e sottopassaggi (1974-1982) una raccolta ricca di riferimenti "stellari"
dove la concentrazione e la limpidezza liriche unite ad una asciutta e metallica
icasticità raggiungono la propria maturità nel respiro poetico della nostra autrice. A
volte uno scintillio notturno può non essere una stella, ma un satellite. Come è
capitato a me in montagna: vedevo un punto luminoso andare e tornare come delimitato in un
segmento rigido e preciso: "e nel vuoto divampa un punto-luce:/forse la prima stella
della sera/o forse artificiale unaccensione./Nellattesa di un segno, la
speranza/mi scuote di un brivido dallaltrove" (Attesa). In questa
direzione di contemplazione dello spazio come punto di partenza per una più ampia
indagine sul senso del Cosmo e dellEssere, la poesia Costellazioni del 1980
è il testo più ricco e completo. Pertanto lo riproduco integralmente:
Ramature
di stelle, disegni
miniati doro,
fulgori visibili
avamposti di mille
miliardi dinvisibili,
sigilli dello spazio
vicino e segni
degli spazi remoti,
scintille fissate sul
nero-blu
dellemisfero
boreale,
cosmici carri,
occhi accesi a
rispondere agli occhi
del timoniere a guardia
della nave
a guardia dei compagni
addormentati,
certezza antica
dellOrsa Maggiore
e dellOrsa Minore
rampanti nel buio con
artigli di luce:
non trovo un verbo che
vi esprima.
Ostinata, analizzo gli
atomi
della vostra materia e
la vostra
struttura chimica:
idrogeno,
elio, ossigeno, azoto,
magnesio, ferro, e
altri
obbedienti alle leggi
naturali
della gravitazione,
della radiazione, dei
gas
e arrivo a
interpretarvi
in termini esatti di
pressione,
temperatura, densità.
Provo e riprovo,
esamino: la scienza
non mi svela il segreto
né il verbo che vi
esprime,
irraggiungibili animali
mitici-mistici:
restate ancora sillabe
di quel Dizionario
Celeste
che inizia prima
dellAlfa e si prolunga
oltre lOmega.
L'uomo non è
solo i suoi aminoacidi
Tutta la poesia
ruota ed è incentrata sul concetto di comunicazione, lettura ed interpretazione. Le
costellazioni sono scritture, segni scritturali, lettere e parole di un codice da
decifrare. La scienza non basta a comprendere il mistero dello spazio, del suo esistere.
La composizione fisica non illumina sullidentità. Così come un uomo non è solo il
suo corpo, le sue proteine, i suoi aminoacidi, lacqua di cui è composto, la sua
pelle, i suoi muscoli e le sue ossa, ma pure la sua anima/coscienza. Qualcosa sfugge,
eppure il poeta non sarrende e dichiara la propria consapevolezza che lo spazio va
oltre, verso un infinito che lo trascende. Gilda Musa sembra voler dire che lo spazio con
il suo oltre è il luogo del metafisico e delloltreumano, là dove forse potrebbe
essere pronunciata la formula risolutiva e chiarificatrice. Particolarmente interessante
la seconda strofa con lenunciazione degli
ingredienti chimici, dove la poesia diventa enciclopedica e didascalica alla Pound o come
in un poemetto "esteriorista" alla Cardenal. La prima strofa, descrittiva, dà
lidea di una maestà che il verbo poetico non riesce a contenere sufficientemente.
Segue Miti dove la luna è presa a simbolo "di verità nuda": la
desolazione enigmatica del mistero delle nostre origini e del nostro destino. Nel testo
successivo Notturno dal rifugio alpino il "tentativo ansioso di capire/quella
circonferenza inerpicata/fin dentro la profondità blu-notte" si macera nello
scenario appunto di una "Profondità blu-notte seminata/di scintille stellari"
che "si propaga/sopra la chiostra-girotondo scabra" delle Alpi.
Il cielo stellato di Gilda Musa
è un interlocutore muto, una sfinge che non si scuce e non svela alcun segreto, non
risponde agli interrogativi umani sul senso del tutto e della vita. Il macrocosmo torna
nel microcosmo del DNA. Come nella poesia lunga del 1974: Poeticità della materia
vivente. Nella prima strofa, descrittiva, viene focalizzata lattenzione sulla
doppia spirale. Nella seconda lassa, le due catene spiralandosi, provocano un senso di
vertigine: "Nascono dallalfa genetica". La terza strofa tornando
descrittiva, fa da preambolo alla quarta strofa dove la stringa del DNA sembra correre
"verso lomega", termine che ritornerà in Costellazioni. La
penultima strofa, la quinta, è quella che più ci interessa: qui il moltiplicarsi degli
anelli e delle catene rendono possibile vedere/immaginare "lontananze/illimitate, un
infinito allontanarsi/nello spazio, in tutti gli spazi". Nel vuoto tra una catena e
laltra la distanza è incommensurabile e il punto dorigine, alfa, "si
ricongiunge con lomega,/coincidenza perfetta". Lo spazio di Gilda Musa è
quello matematico-fisico-astronomico-filosofico. Uno spazio laico e razionale anche se
immerso nel mistero. Nelle liriche successive, specialmente quelle postume, poi confluite
nella plaquette Mille finestre illuminate (Gazebo 1999), la notte è ancora
popolata di luci, ma sono quelle artificiali della città.
LUIGI PICCHI, nato a
Como l'8 dicembre de1 1969, si è laureato in Lettere Moderne all'Università Cattolica
de1 Sacro Cuore di Milano e attualmente è docente di ruolo nel Liceo Scientifico
Statale della sua città. Collabora alla rivista fiorentina "Città di Vita"
e suoi scritti, recensioni e liriche, sono apparsi su "Il Ragguaglio
Librario". Nel 1995 ha pubblicato insieme ad alcuni amici d'Università un
libro di poesie, Campi di esistenza, e l'anno dopo uno di
traduzioni poetiche Traslazioni affrancate (Servizio Editoriale
I.S.U. Università Cattolica di Milano). Nell'ottobre del 1996, è uscito per i
tipi di "Città di Vita" di Firenze, nella collana "I Segni ",
una sua silloge: Tempo Minore. Ha pubblicato su "Future Shock" diverse
poesie, racconti (Ombra, n.28; Alt(r)e spiagge, n.31; Pulcino, n.32;
Solo una leggera influenza, n.34) e i saggi Gilda Musa (n.28), Homo
artificialis (n.40), Inìsero Cremaschi, critico di fantascienza (n.42), Inìsero
Cremaschi, narratore di fantascienza (n.44), Viaggi ed esplorazioni spaziali nella
poesia di Nelo Risi (n.46). |
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