FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXII - febbraio 2010 - n.55 (nuova serie)

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Future Shock n.55

Editoriale

Recensioni

ALSDAIR MACINTYRE, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale (Marcello Landi);

FEDERICA RAMPONI, L’erede di Vitar (Elisabetta Modena);

 JEFF SOMERS, La chiesa elettrica (Antonio Scacco)

ALSDAIR MACINTYRE, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale (After Virtue: An Essay in Moral Theory, 1981) Armando Editore, Roma 2007, pp.334, € 24,00.

Immaginate che le scienze naturali debbano subire le conseguenze di una catastrofe. L'opinione pubblica incolpa gli scienziati di una serie di disastri ambientali. Accadono sommosse su vasta scala. macintire.jpg (5780 byte)Laboratori vengono incendiati, fisici linciati, libri e strumenti distrutti. Infine un movimento politico a favore dell'Ignoranza prende il potere, e riesce ad abolire l'insegnamento scientifico nelle scuole e nelle università, imprigionando e giustiziando gli scienziati superstiti. Più tardi ancora c'è una reazione contro questo movimento distruttivo, e persone illuminate cercano di riportare in vita la scienza, pur avendo in larga misura dimenticato che cosa fosse. Non possiedono altro che frammenti: una conoscenza di esperimenti separata da qualsiasi conoscenza del contesto teoretico che conferiva loro un significato; parti di teorie senza legami né con gli altri pezzetti di teoria che essi possiedono, né con gli esperimenti; strumenti il cui uso è stato dimenticato; mezzi capitoli di libri, singole pagine di articoli, non sempre del tutto leggibili perché stracciate e bruciacchiate. Ciononostante, tutti questi frammenti vengono nuovamente composti in un insieme di pratiche che vanno sotto i nomi riesumati di fisica, chimica e biologia. Gli adulti discutono tra loro sui meriti rispettivi delle teorie della relatività, dell'evoluzione e del flogisto, pur avendo di ciascuna soltanto una conoscenza molto parziale. I bambini imparano a memoria le parti superstiti della tavola periodica degli elementi e recitano come formule magiche alcuni teoremi di Euclide. Nessuno, o quasi nessuno, si rende conto che ciò che stanno facendo non è affatto scienza naturale in qualsiasi accezione legittima del termine. Infatti tutto quello che fanno e che dicono è conforme a certi canoni di coerenza e consistenza, e i contesti che sarebbero stati necessari per conferirgli un senso sono stati smarriti, forse per sempre.

In una cultura del genere gli uomini userebbero espressioni come "neutrino", "massa", "peso specifico", "peso atomico", in modi sistematici e spesso interconnessi che somiglierebbero più o meno ai modi in cui tali espressioni erano state usate nelle epoche anteriori, prima che la conoscenza scientifica fosse perduta in così larga misura. Ma molte delle credenze che l'uso di queste espressioni presuppone sarebbero state smarrite, e nella loro applicazione sembrerebbe esserci un elemento di arbitrarietà e persino di libera scelta che a noi apparirebbe molto sorprendente. Abbonderebbero le proposizioni considerate come premesse alternative e in competizione reciproca, a sostegno delle quali non potrebbe essere addotto alcun argomento ulteriore. Comparirebbero teorie soggettivistiche della scienza e sarebbero criticate da coloro che ritenessero incompatibile con il soggettivismo il concetto di verità implicito in quella che essi considererebbero come scienza.

Questo immaginario mondo possibile è molto simile a quello che è stato ideato da alcuni scrittori di fantascienza (pp.29-30).

In effetti, la pagina qui sopra potrebbe costituire un interessante contesto per una storia di fantascienza, ma proviene dal primo capitolo di un’opera di tutt’altro genere, un testo che non è nemmeno di narrativa: si tratta, come recita il suo sottotitolo, di un Saggio di teoria morale, scritto dal filosofo Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù. L’autore, nella prefazione alla seconda edizione italiana, chiarisce: "Nel capitolo introduttivo alludo a Un cantico per Leibowitz, lo straordinario romanzo di Walter M. Miller Jr., e nelle battute conclusive del capitolo finale richiamo il raffinato poema di Constantine Kavafis, Aspettando i barbari" (p.23). Nella prima edizione entrambe le citazioni erano implicite ed anonime, nell’assunto, che MacIntyre ora attribuisce ad un probabile eccesso d’ottimismo, che i lettori potessero agevolmente ed immediatamente riconoscerne la fonte. Il che si presta, in primo luogo, all’interessante riflessione che anche la letteratura può servire a chiarire importanti tesi di filosofia; ma anche all’altra significativa considerazione che un esempio di "raffinata" poesia e la narrativa di fantascienza sono evidentemente considerate da MacIntyre di equivalente livello. Purtroppo, la constatazione che sorge leggendo la pagina della prefazione è che, come rileva l’autore, i lettori in realtà non hanno identificato, nella maggior parte dei casi, né un testo né l’altro. Possiamo consolarci col vecchio adagio "Mal comune, mezzo gaudio"? Forse no, ma certo è bene non fermarsi all’autocommiserazione e dedicarci invece a capire le idee per illustrare le quali MacIntyre ha impiegato lo scenario milleriano.

Il disastro delineato nel racconto è accaduto, secondo il filosofo, alla nostra morale occidentale. Nell’età antica - greca e romana -, e poi nel Medio Evo, la morale, pur con alcune differenze, condivideva un impianto comune, caratterizzato da una visione teleologica e ben delineato, secondo MacIntyre, nell’Etica Nicomachea di Aristotele: "c’è un contrasto fondamentale tra l’uomo come è di fatto per motivi contingenti e l’uomo come potrebbe essere se realizzasse la sua natura essenziale. L’etica è quella scienza che deve mettere gli uomini in condizione di capire come effettuare il passaggio dal primo stato al secondo" (p.86). Ne risulta, dunque, un evidente schema triadico, in cui i precetti dell’etica razionale hanno la funzione di portare in atto le potenzialità presenti nell’uomo concreto. L’età moderna, nel tentativo di negare uno schema finalistico, ha soppresso uno dei poli, lasciando solo la natura umana come è e le prescrizioni. Ma, così facendo, di esse si è perso il senso. E, di conseguenza, anche ogni possibile base razionale.

Questo è lo status dell’etica negli ultimi secoli, status che ricorda la condizione della scienza nel racconto iniziale.

Naturalmente, non sono mancati tentativi di dare comunque un fondamento all’etica, ma, come è evidente dal fatto che non c’è oggi un’etica condivisa in Occidente e che, di fronte ai principali problemi, non abbiamo, a quanto pare, un comune modo razionale di soluzione, questi tentativi sono falliti. E’ insomma fallito quello che MacIntyre chiama il "progetto illuminista" (con qualche implicito richiamo alla "Scuola di Francoforte").

Principale e più chiaro assertore del complessivo fallimento di questo progetto è Friedrich Nietzsche. Ma, se i progetti di fondare un’etica allontanando quella concezione finalistica che ha sostenuto la morale occidentale dall’età antica al Medio Evo, sono tutti falliti e ci hanno portato a Nietzsche, ne deriva un’alternativa netta: o Nietzsche o Aristotele. È da osservare, però che Nietzsche non è veramente alternativo alla tradizione che critica, bensì ne è semplicemente l’estrema conseguenza. È l’estrema conseguenza, dunque, di una visione manipolatoria e strumentale dei rapporti umani (p.309).

A MacIntyre, e a noi, rimane solo, dunque, la scelta di Aristotele.

Naturalmente, dopo la prima edizione di questo importante saggio, il percorso di riflessione dell’autore è proseguito, portandolo alla rivalutazione di un filosofo medioevale che riprende sì Aristotele, ma con una profonda capacità di interpretazione e soprattutto con la capacità di estenderne e approfondirne le ricerche metafisiche e morali. Come dice sinteticamente MacIntyre: "Quando ho scritto Dopo la virtù, ero già un pensatore aristotelico, ma non ancora un tomista" (p.17). Dopo di che si richiama alla dottrina del bene di San Tommaso e perfino alla sua dottrina della misericordia.

Dopo la virtù, dunque, ha dato inizio ad un serio processo di studi (a partire da un’originaria impostazione marxista dell’autore) e ad un vero e proprio progetto, il cosiddetto "After Virtue Project". Fra le opere dello stesso autore che si situano nella elaborazione di questo progetto, si possono ricordare: Animali Razionali Dipendenti, Vita e Pensiero, Milano 2001 (in originale, Dependent Rational Animals: Why Human Beings Need the Virtues, del 1999); il saggio su Edith Stein (in originale, Edith Stein: A Philosophical Prologue, 1913-1922, del 2005): da notare che anche la Stein, dopo gli studi con Husserl, conosce un periodo di svolta-approfondimento in senso tomista.

Ma, rimanendo al saggio Dopo la virtù, non possiamo fare a meno di notare che, molto a proposito, la conclusione del lavoro, subito dopo l’allusione a Kavafis, riprende in realtà l’inizio, sottolineando come, di fronte al disastro morale in cui ci troviamo, con i barbari che "ci hanno governato già per parecchio tempo", non ci resta altro che aspettare il corrispondente dell’implicito Leibowitz; infatti: "Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso", perché ciò che conta, ora, è "la costruzione di nuove forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi" (p.314). Come i monaci già l’hanno fatto alla caduta dell’impero Romano sotto i barbari, così sarà ancora possibile ripetere l’impresa. Per questo, il lavoro di MacIntyre è un duro lavoro di denuncia di un plurisecolare fallimento, ma è un lavoro che, forse proprio per il coraggio e la lucidità dimostrati, apre comunque alla speranza.

Marcello Landi