ALSDAIR MACINTYRE, Dopo
la virtù. Saggio di teoria morale (After Virtue: An Essay in Moral Theory, 1981)
Armando Editore, Roma 2007, pp.334, 24,00.
Immaginate che le scienze naturali debbano subire le conseguenze di
una catastrofe. L'opinione pubblica incolpa gli scienziati di una serie di disastri
ambientali. Accadono sommosse su vasta scala.
Laboratori
vengono incendiati, fisici linciati, libri e strumenti distrutti. Infine un movimento
politico a favore dell'Ignoranza prende il potere, e riesce ad abolire l'insegnamento
scientifico nelle scuole e nelle università, imprigionando e giustiziando gli scienziati
superstiti. Più tardi ancora c'è una reazione contro questo movimento distruttivo, e
persone illuminate cercano di riportare in vita la scienza, pur avendo in larga misura
dimenticato che cosa fosse. Non possiedono altro che frammenti: una conoscenza di
esperimenti separata da qualsiasi conoscenza del contesto teoretico che conferiva loro un
significato; parti di teorie senza legami né con gli altri pezzetti di teoria che essi
possiedono, né con gli esperimenti; strumenti il cui uso è stato dimenticato; mezzi
capitoli di libri, singole pagine di articoli, non sempre del tutto leggibili perché
stracciate e bruciacchiate. Ciononostante, tutti questi frammenti vengono nuovamente
composti in un insieme di pratiche che vanno sotto i nomi riesumati di fisica, chimica e
biologia. Gli adulti discutono tra loro sui meriti rispettivi delle teorie della
relatività, dell'evoluzione e del flogisto, pur avendo di ciascuna soltanto una
conoscenza molto parziale. I bambini imparano a memoria le parti superstiti della tavola
periodica degli elementi e recitano come formule magiche alcuni teoremi di Euclide.
Nessuno, o quasi nessuno, si rende conto che ciò che stanno facendo non è affatto
scienza naturale in qualsiasi accezione legittima del termine. Infatti tutto quello che
fanno e che dicono è conforme a certi canoni di coerenza e consistenza, e i contesti che
sarebbero stati necessari per conferirgli un senso sono stati smarriti, forse per sempre.
In una cultura del genere gli uomini userebbero espressioni come
"neutrino", "massa", "peso specifico", "peso
atomico", in modi sistematici e spesso interconnessi che somiglierebbero più o meno
ai modi in cui tali espressioni erano state usate nelle epoche anteriori, prima che la
conoscenza scientifica fosse perduta in così larga misura. Ma molte delle credenze che
l'uso di queste espressioni presuppone sarebbero state smarrite, e nella loro applicazione
sembrerebbe esserci un elemento di arbitrarietà e persino di libera scelta che a noi
apparirebbe molto sorprendente. Abbonderebbero le proposizioni considerate come premesse
alternative e in competizione reciproca, a sostegno delle quali non potrebbe essere
addotto alcun argomento ulteriore. Comparirebbero teorie soggettivistiche della scienza e
sarebbero criticate da coloro che ritenessero incompatibile con il soggettivismo il
concetto di verità implicito in quella che essi considererebbero come scienza.
Questo immaginario mondo possibile è molto simile a quello che è
stato ideato da alcuni scrittori di fantascienza (pp.29-30).
In effetti, la pagina qui sopra potrebbe costituire un interessante
contesto per una storia di fantascienza, ma proviene dal primo capitolo di unopera
di tuttaltro genere, un testo che non è nemmeno di narrativa: si tratta, come
recita il suo sottotitolo, di un Saggio di teoria morale, scritto dal filosofo
Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù. Lautore, nella prefazione alla seconda
edizione italiana, chiarisce: "Nel capitolo introduttivo alludo a Un cantico per
Leibowitz, lo straordinario romanzo di Walter M. Miller Jr., e nelle battute
conclusive del capitolo finale richiamo il raffinato poema di Constantine Kavafis, Aspettando
i barbari" (p.23). Nella prima edizione entrambe le citazioni erano implicite ed
anonime, nellassunto, che MacIntyre ora attribuisce ad un probabile eccesso
dottimismo, che i lettori potessero agevolmente ed immediatamente riconoscerne la
fonte. Il che si presta, in primo luogo, allinteressante riflessione che anche la
letteratura può servire a chiarire importanti tesi di filosofia; ma anche allaltra
significativa considerazione che un esempio di "raffinata" poesia e la narrativa
di fantascienza sono evidentemente considerate da MacIntyre di equivalente livello.
Purtroppo, la constatazione che sorge leggendo la pagina della prefazione è che, come
rileva lautore, i lettori in realtà non hanno identificato, nella maggior parte dei
casi, né un testo né laltro. Possiamo consolarci col vecchio adagio "Mal
comune, mezzo gaudio"? Forse no, ma certo è bene non fermarsi
allautocommiserazione e dedicarci invece a capire le idee per illustrare le quali
MacIntyre ha impiegato lo scenario milleriano.
Il disastro delineato nel racconto è accaduto, secondo il filosofo,
alla nostra morale occidentale. Nelletà antica - greca e romana -, e poi nel Medio
Evo, la morale, pur con alcune differenze, condivideva un impianto comune, caratterizzato
da una visione teleologica e ben delineato, secondo MacIntyre, nellEtica Nicomachea
di Aristotele: "cè un contrasto fondamentale tra luomo come è di
fatto per motivi contingenti e luomo come potrebbe essere se realizzasse la sua
natura essenziale. Letica è quella scienza che deve mettere gli uomini in
condizione di capire come effettuare il passaggio dal primo stato al secondo" (p.86).
Ne risulta, dunque, un evidente schema triadico, in cui i precetti delletica
razionale hanno la funzione di portare in atto le potenzialità presenti nelluomo
concreto. Letà moderna, nel tentativo di negare uno schema finalistico, ha
soppresso uno dei poli, lasciando solo la natura umana come è e le prescrizioni. Ma,
così facendo, di esse si è perso il senso. E, di conseguenza, anche ogni possibile base
razionale.
Questo è lo status delletica negli ultimi secoli, status
che ricorda la condizione della scienza nel racconto iniziale.
Naturalmente, non sono mancati tentativi di dare comunque un fondamento
alletica, ma, come è evidente dal fatto che non cè oggi unetica
condivisa in Occidente e che, di fronte ai principali problemi, non abbiamo, a quanto
pare, un comune modo razionale di soluzione, questi tentativi sono falliti. E
insomma fallito quello che MacIntyre chiama il "progetto illuminista" (con
qualche implicito richiamo alla "Scuola di Francoforte").
Principale e più chiaro assertore del complessivo fallimento di questo
progetto è Friedrich Nietzsche. Ma, se i progetti di fondare unetica allontanando
quella concezione finalistica che ha sostenuto la morale occidentale dalletà antica
al Medio Evo, sono tutti falliti e ci hanno portato a Nietzsche, ne deriva
unalternativa netta: o Nietzsche o Aristotele. È da osservare, però che Nietzsche
non è veramente alternativo alla tradizione che critica, bensì ne è semplicemente
lestrema conseguenza. È lestrema conseguenza, dunque, di una visione
manipolatoria e strumentale dei rapporti umani (p.309).
A MacIntyre, e a noi, rimane solo, dunque, la scelta di Aristotele.
Naturalmente, dopo la prima edizione di questo importante saggio, il
percorso di riflessione dellautore è proseguito, portandolo alla rivalutazione di
un filosofo medioevale che riprende sì Aristotele, ma con una profonda capacità di
interpretazione e soprattutto con la capacità di estenderne e approfondirne le ricerche
metafisiche e morali. Come dice sinteticamente MacIntyre: "Quando ho scritto Dopo
la virtù, ero già un pensatore aristotelico, ma non ancora un tomista" (p.17).
Dopo di che si richiama alla dottrina del bene di San Tommaso e perfino alla sua dottrina
della misericordia.
Dopo la virtù, dunque, ha dato inizio ad un serio processo di
studi (a partire da unoriginaria impostazione marxista dellautore) e ad un
vero e proprio progetto, il cosiddetto "After Virtue Project". Fra le
opere dello stesso autore che si situano nella elaborazione di questo progetto, si possono
ricordare: Animali Razionali Dipendenti, Vita e Pensiero, Milano 2001 (in
originale, Dependent Rational Animals: Why Human Beings Need the Virtues, del
1999); il saggio su Edith Stein (in originale, Edith Stein: A Philosophical Prologue,
1913-1922, del 2005): da notare che anche la Stein, dopo gli studi con Husserl,
conosce un periodo di svolta-approfondimento in senso tomista.
Ma, rimanendo al saggio Dopo la virtù, non possiamo fare a meno
di notare che, molto a proposito, la conclusione del lavoro, subito dopo lallusione
a Kavafis, riprende in realtà linizio, sottolineando come, di fronte al disastro
morale in cui ci troviamo, con i barbari che "ci hanno governato già per parecchio
tempo", non ci resta altro che aspettare il corrispondente dellimplicito
Leibowitz; infatti: "Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza
dubbio molto diverso", perché ciò che conta, ora, è "la costruzione di nuove
forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale
possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di
noi" (p.314). Come i monaci già lhanno fatto alla caduta dellimpero
Romano sotto i barbari, così sarà ancora possibile ripetere limpresa. Per questo,
il lavoro di MacIntyre è un duro lavoro di denuncia di un plurisecolare fallimento, ma è
un lavoro che, forse proprio per il coraggio e la lucidità dimostrati, apre comunque alla
speranza.
Marcello Landi