FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXII - febbraio 2010 - n.55 (nuova serie)

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Future Shock n.55

Editoriale

Narrativa

L'ultimo spettacolo di Fabio Massa;

Sub baby-sitter di Luciano Nardelli;

Judy Bow di Annarita Petrino

Gli alieni, in questo racconto, sono rappresentati nell'insolito ruolo di amanti dell'arte, ma assolutamente incapaci di produrre alcunché di artisticamente valido. Toccherà ai terrestri, in cambio della libertà, soddisfare le loro aspirazioni estetiche frustrate.

L’ultimo spettacolo

                                                  di     Fabio Massa

 

Era un vecchio mimo in un mondo, prima semi distrutto da feroci alieni, poi salvato da alieni benevoli e ora in via di ricostruzione.

Erano già passati quasi vent’anni dalla cacciata dei terribili moloxiani: predoni spaziali che, con una grande flotta armata, saccheggiavano i pianeti ricchi di vita; e la Terra non era sfuggita ai loro potenti radar.

Erano stati chiamati così solo perché dai rottami dell’unica astronave-robot abbattuta, gli scienziati avevano scoperto, su una parte della fiancata, una sorta di geroglifico con simboli che, egittologi e esperti vari di antiche scritture, avevano tradotto, più o meno d’accordo, con MOLOX. Il resto era risultato illeggibile perché troppo danneggiato.

Fortunatamente, quando tutto sembrava perduto e molte città erano state colpite duramente dalle loro potenti armi, come in un bellissimo sogno, erano apparsi, nelle loro grandi astronavi, quelli che, in un secondo tempo, i terrestri avrebbero chiamato "gli angeli del cosmo".

Dotati di armamenti superiori, avevano in poco tempo messo in fuga i moloxiani, salvando gli umani, apparentemente, senza alcun fine recondito.

In realtà, i salvatori studiavano i terrestri già da molto tempo e avevano scoperto ciò che più di ogni altra cosa interessava loro: l’arte, in tutte le sue forme; e gli umani, almeno una parte, erano in grado di produrne: dai dipinti, alle opere teatrali, ai film e a tutte quelle rappresentazioni dove l’estro e la creatività dell’umano emergevano prepotentemente. Ma proprio poco prima di presentarsi amichevolmente ai terrestri, per godere della loro vena artistica, erano stati preceduti dai moloxiani; e a quel punto erano dovuti intervenire per preservare i loro protetti.

Il vecchio mimo ricordava ancora quando, dopo aver vinto la battaglia, le loro grandi astronavi erano atterrate.

I terrestri si erano ammassati attorno ad esse, pur mantenendo un certo grado di allerta. C’era molta curiosità nel vedere il volto dei loro salvatori. Ed ecco che, dalle rampe, erano scesi dei bipedi ricoperti da lucenti armature. Il volto era però ben visibile. Erano simili alle aquile, o ai falchi: becco adunco, occhi penetranti, sguardo fiero e il collo, per metà scoperto, ne rivelava il piumaggio, di un bianco candido.

Per mezzo di un traduttore, iniziarono a comunicare con gli umani, rassicurandoli e promettendo loro viveri, grazie ai replicatori di cibo, e un aiuto nella ricostruzione delle grandi città. Fu per questo motivo che vennero soprannominati "angeli del cosmo".

Posero una sola condizione: che periodicamente venissero organizzati spettacoli teatrali per loro e che potessero visitare i musei scampati alla distruzione moloxiana e visionare quelli che gli umani consideravano film d’autore.

Sembrava si nutrissero di arte, forse perché loro non erano in grado di produrre nulla di artisticamente rilevante, ma erano dotati di un grande gusto e non li si poteva ingannare con oggetti, o altro, che non contenessero l’estro, la creatività e il talento dell’artista.

Il vecchio mimo, per alcuni anni si era esibito per loro, almeno finché non era comparso il grande Abofe: nome d’arte, piuttosto assurdo, che si era dato solo perché, essendo anche lui un mimo, sosteneva di poter mimare il suo nome e quelle erano le lettere che gli riuscivano meglio. Ma purtroppo per il vecchio mimo, lui era più giovane e decisamente bravo. E così, da un giorno all’altro, era stato messo da parte. Ora c’era il grande Abofe e per lui, un po’ acciaccato, non c’era più spazio, se non nei localini, nelle bettole, non certo al cospetto degli angeli del cosmo.

Il vecchio mimo viveva in uno dei tanti prefabbricati piuttosto confortevoli, sorti nei punti colpiti della grande città. Il problema era che, dopo alcuni anni di assestamento, dove tutto, cibo, acqua e alloggio erano gratis, ora, per restare nel prefabbricato e non finire nei vari dormitori, che ospitavano soprattutto anziani, doveva pagare un fisso; e diventava sempre più difficile per lui farlo, pur lavorando mezza giornata per un macellaio.

La cosa peggiore per il vecchio mimo era che, alla fine del suo turno, il padrone pretendeva sempre che lui gli facesse un paio di mosse, di espressioni del volto, divertendosi e battendogli le mani. Ma per lui era piuttosto umiliante esibirsi come una scimmietta ammaestrata. Comunque, quel lavoro gli serviva e quei cinque minuti di spettacolo passavano in fretta. E poi, aveva un grande vantaggio: la carne gratis; e il vecchio mimo ne era ghiotto. La verdura la lasciava a pecore e tartarughe.

Certo, la sua non era una gran vita, ma ben pochi se la passavano bene, nonostante gli aiuti degli alieni, che con la loro tecnologia avanzata avevano ripristinato in poco tempo le principali vie d’accesso e i condotti di acqua e gas che scorrevano sotto le città; per non parlare dell’elettricità che, prima del loro arrivo, era un lusso di pochi quartieri sull’intero globo, dopo l’attacco dei moloxiani, che non si erano neanche mai degnati di scendere dalle loro astronavi da combattimento.

L’avrebbero probabilmente fatto quando sulla Terra non ci sarebbe più stato alcun pericolo per loro, visto che l’esercito, un tentativo di respingerli l’aveva persino fatto, ma il risultato era stato molto deludente; e a quel punto, per dimostrare la loro potenza di fuoco, con un colpo ben assestato, gli alieni avevano chiuso lo stretto del Bosforo, provocando un’enorme frana, dopodichè, con un secondo colpo, molto più potente, avevano fatto evaporare tutta l’acqua del Mar Nero.

Il vecchio mimo ricordava bene quel terribile periodo, anche perché, durante il primo attacco a sorpresa dei moloxiani, aveva perso la moglie, finita sotto le macerie della loro casa.

Lui si era salvato solo perché, in quel momento, era alle prove dello spettacolo e il teatro, per sua fortuna, non era stato colpito.

Erano stati tempi duri per tutti, ma poi, gli angeli del cosmo avevano riportato la pace, dando una speranza ai terrestri, prendendoli sotto la loro ala protettiva.

Una delle tante mattine, mentre si radeva prima di andare al lavoro, il vecchio mimo sentì suonare il campanello di casa.

Quando aprì, mezzo sbarbato, si trovò davanti l’impresario che organizzava gli spettacoli per gli angeli del cosmo.

Scrutandolo, quasi fosse un’allucina-zione, lo fece accomodare e lui, un tipetto tarchiato, dopo essersi asciugato il sudore dalla fronte, gli annunciò che il grande Abofe, il giovane mimo che si esibiva per gli alieni, si era fratturato una gamba, uscendo ubriaco da un locale e scivolando come un idiota, cosa che sottolineò, visto che con quel comportamento insensato l’aveva messo nei guai.

L’uomo andò subito al sodo. Voleva lui per lo spettacolo serale organizzato nell’astronave madre.

Si sarebbe dovuto esibire davanti a migliaia di angeli del cosmo, che non avrebbero perso una sola sua mossa, un’espressione, con quegli occhi penetranti. Ma era pur sempre la sua occasione; e non se ne sarebbe ripresentata un’altra.

Accettò, spiegando all’impresario che avrebbe fatto il suo numero più complesso, che consisteva nella nascita, l’adolescenza, la gioventù, la guerra, la vecchiaia e la morte.

L’impresario annuì, ringraziandolo e promettendogli un grosso guadagno: "Sei ancora in forma, vero?" gli domando, sorridendo. "Ma certo" rispose lui, facendo qualche espressione contorta e inarcando la schiena senza problemi.

L’omino se ne andò soddisfatto. Ma il vecchio mimo qualche acciacco ce l’aveva e l’eccessivo consumo di carne lo aveva un po’ appesantito, anche se, per sua fortuna, si muoveva ancora bene, avendo mantenuto buona parte dell’elasticità di un tempo.

Solo quando l’impresario era ormai lontano, si rese conto di avere meno di un giorno per provare il numero. Lo spettacolo era la sera stessa e lui non poteva fallire. Doveva dimostrare di essere ancora il migliore, o almeno, di essere all’altezza del ragazzo, di colui che gli aveva soffiato il posto. Anche se non gliene faceva una colpa, perché era davvero bravo. Ma lui si sentiva comunque superiore. Sapeva di avere un qualcosa in più.

Provò e riprovò la parte, fino quasi a sfiancarsi. Poi, verso le 16:00, si concesse una meritata pausa. Fu lì che si accorse di avere ancora metà barba. Sorrise, mentre stiracchiandosi, si diresse in bagno per completare l’opera. Si fermò per qualche secondo davanti allo specchio, quasi a stringere un patto con se stesso. Doveva fare un grande numero, senza sbavature, incertezze; doveva essere perfetto.

Alle 19:00 in punto lo venne a prendere uno scagnozzo dell’impresario e, con la sua auto truccata, sfrecciarono verso l’astronave madre, posizionata in un enorme cratere, in mezzo alla città, provocato da un colpo esploso dai moloxiani.

Ora, il vecchio mimo avrebbe avuto un paio d’ore per preparare la scena, con gli addetti alle luci e all’impianto olografico; tutti aiuti tecnologici che da giovane certo non aveva, ma che gli facevano più che comodo per narrare la storia.

Quando giunsero davanti all’astronave, rimase a bocca aperta. Era una struttura mastodontica, di forma ovale. Scese una rampa e la macchina vi sparì all’interno.

Proprio nella parte centrale, il vecchio mimo poteva intravedere l’arena circolare dove si sarebbe esibito, con tutti attorno, fino al soffitto, i posti per gli angeli del cosmo, migliaia di posti.

Il vecchio mimo era molto emozionato, anche se provava a ostentare sicurezza, per non mettere in agitazioni i suoi aiutanti. Aveva bisogno che il tecnico delle luci e l’addetto agli ologrammi non sbagliassero un colpo, o avrebbero potuto rovinargli lo spettacolo.

Lui era l’ultimo della lista. Prima venivano artisti di tutte le categorie, dall’attore di teatro, all’equilibrista, al musicista, al cantante. C’era persino un’intera orchestra, che stava già provando gli strumenti.

Erano anni che il vecchio mimo non respirava più l’aria del grande palco, dell’onore di esibirsi per i loro salvatori. Ora sì che si sentiva nuovamente un artista completo. Ma doveva anche dimostrarlo. Doveva nascondere quegli anni di troppo che gli avevano colpito le giunture e, qualche volta, l’avevano lasciato a corto di fiato, perché, anche se un mimo non parla, i suoi movimenti richiedono una respirazione continua e spesso accelerata, per mantenere certe posizioni del corpo.

Il vecchio mimo, nell’attesa, non era riuscito a socializzare con nessuno, anche perché, dopo così tanti anni dalla sua ultima esibizione davanti agli angeli del cosmo, gli artisti erano cambiati; c’erano facce nuove e per nulla inclini al dialogo. Aveva così finito per chiudersi nella sua stanza, in attesa del momento cruciale; e visto che era l’ultimo, di tempo per meditare e ripassare i movimenti ne avrebbe avuto a sufficienza.

Nessuno degli angeli del cosmo si faceva vedere prima dello spettacolo. Erano molto riservati e apparivano, sulle cosiddette gradinate circolari, solo a pochi minuti dall’inizio. Comunicavano fra di loro con schiocchi del becco, ma lo usavano anche per applaudire, facendo un discreto rumore.

Se ciò accadeva, lo spettacolo era piaciuto e l’artista, in futuro, sarebbe potuto tornare a esibirsi.

Alle 22:00 precise lo spettacolo iniziò, mentre il vecchio mimo ripassava quasi ossessivamente tutti i passaggi del suo numero.

Ogni tanto sentiva gli schiocchi dei becchi: segno che la rappresentazione, qualunque fosse stata, era piaciuta. Ma non sempre accadeva, perché gli alieni pretendevano molto dagli artisti e non perdonavano loro alcun errore.

Poi, verso la mezzanotte, qualcuno bussò alla sua porta e una voce gli disse che era arrivato il suo momento.

Al vecchio mimo, per un attimo, gelò il sangue nelle vene e fu colto da panico. "Ma che sto facendo, sono vecchio, un po’ malconcio e ho la pretesa di esibirmi davanti agli angeli del cosmo" si ripetè nella testa, ma poi, con un grande sforzo psichico, riprese il controllo di se stesso e uscì dalla stanza, dirigendosi, con passo piuttosto sicuro, al centro dell’arena.

L’addetto alle luci e il tecnico degli ologrammi erano già lì, pronti. Prima, fece un lungo respiro, e poi diede il segnale ai due; lo spettacolo era iniziato. Mentre si esibiva, sentiva gli occhi penetranti e indagatori di quegli alieni tutti su di lui; ne percepiva quasi il peso. Avevano una vista eccezionale, come i nostri rapaci; e questo faceva sì che non gli sfuggisse nulla. Eppure, da quando aveva iniziato il suo numero, il vecchio mimo si era tranquillizzato. Sentiva che le giunture rispondevano bene e il suo volto stava regalando un gran numero di espressioni, a seconda del momento della sua vita che andava descrivendo. Luci e ologrammi lo seguivano con perfetta puntualità e tutto sembrava andare per il verso giusto. Finchè venne l’ultimo atto, dove, ormai debole e anziano, era seduto su una vecchia sedia a dondolo, con una coperta che gli copriva le gambe. In mano aveva la foto della moglie morta durante l’attacco dei moloxiani. Una lacrima gli scendeva dal viso e, a quel punto, avrebbe dovuto chinare lentamente la testa, sia per salutare il pubblico, che per far capire che anche lui si era spento, raggiungendo la consorte. Ma accadde qualcosa: avvertì una fitta dolorosissima, che gli fece inarcare la schiena, seguita da un’altra. Era il cuore. Ma invece di chiedere aiuto, il vecchio mimo volle concludere il numero. Poteva essere la sua ultima occasione. Ma un’altra fitta lo fece cadere dalla sedia, mentre la foto della moglie finì a pochi metri da lui. Nessuno del pubblico alieno si era accorto che stava davvero male e seguivano passo dopo passo lo svolgersi di quel dramma.

L’uomo, tra un dolore lancinante e l’altro, iniziò a strisciare verso la foto della moglie. Era così che voleva concludere lo spettacolo. Doveva assolutamente farcela, a costo di farsi scoppiare il cuore. "Me l’aveva detto il dottore di mangiare più verdura e meno carne", riuscì a pensare, mentre era ormai a pochi centimetri dalla foto; e finalmente la raggiunse, mettendoci sopra una mano, a significare che presto lui e sua moglie sarebbero stati nuovamente insieme, lassù.

Ci fu un iniziale silenzio tra il pubblico, dopodichè, il loro leader si alzò, prese una delle sue iridescenti penne del collo e, dall’alto, la fece scendere verso l’artista. Il tutto fu seguito dal più rumoroso frastuono di becchi schioccanti mai udito in tutta la serata.

Ma la cosa più incredibile era che la consegna della penna all’artista, era il massimo riconoscimento che potesse ricevere da un angelo del cosmo. Non capitava praticamente mai.

La sua esibizione era però stata un tale successo da meritarsela.

Il vecchio mimo, a terra, immobile, vide la penna scendere dolcemente a pochi centimetri da lui, fece un mezzo sorriso e esalò l’ultimo respiro, consapevole che il grande Abofe di penne non ne aveva mai ricevute.

2009 © by Fabio Massa

 

 

FABIO MASSA è nato ad Alessandria (1970), dove risiede. È un grafico pubblicitario e editoriale, diplomato all'Istituto Europeo di Design di Milano. Ha iniziato a scrivere con una certa continuità dopo i 25 anni. Predilige la fantascienza, ma gli piace spaziare anche nell'horror, nel fantasy e nel noir. Nel 2000, ha ricevuto una menzione speciale d'onore della giuria al premio nazionale "Aleramicus" di fantascienza (Acqui Terme), con il racconto I mostri di Balchik; nel 2001 ha vinto il primo premio al concorso nazionale "Akery" di Acerra (Na), sezione fantascienza, con il racconto Gli uomini grigi (pubblicato sul n.54 di "Future Shock"). Nel 2003, si è piazzato primo alla VII Edizione del Premio "Future Shock" con il racconto di fantascienza Chiara e l'Oscuro (pubblicato sul n.42 della suddetta fanzine), terzo al concorso "Akery" con il racconto di fantascienza Vorator Mundi (apparso sul n.51 di "Future Shock"). Nel 2006 è giunto tra i finalisti del trofeo Rill col racconto : Oggi al parlamento galattico e nel 2007, sempre al Rill, gli è stato selezionato un racconto, poi pubblicato sull’omonimo libro stampato per il trofeo, dal titolo: Il cacciatore. Nel 2004, vincitore anche dell’Akery, sezione fantascienza, con il racconto Il guardiano, uscito sul n.53 di "Future Shock".