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Gli alieni, in questo racconto, sono
rappresentati nell'insolito ruolo di amanti dell'arte, ma assolutamente incapaci di
produrre alcunché di artisticamente valido. Toccherà ai terrestri, in cambio della
libertà, soddisfare le loro aspirazioni estetiche frustrate.
Lultimo spettacolo
di Fabio Massa
Era un vecchio mimo in un mondo, prima semi
distrutto da feroci alieni, poi salvato da alieni benevoli e ora in via di ricostruzione.
Erano già passati quasi ventanni dalla cacciata dei terribili
moloxiani: predoni spaziali che, con una grande flotta armata, saccheggiavano i pianeti
ricchi di vita; e la Terra non era sfuggita ai loro potenti radar.
Erano stati chiamati così solo perché dai rottami dellunica
astronave-robot abbattuta, gli scienziati avevano scoperto, su una parte della fiancata,
una sorta di geroglifico con simboli che, egittologi e esperti vari di antiche scritture,
avevano tradotto, più o meno daccordo, con MOLOX. Il resto era risultato
illeggibile perché troppo danneggiato.
Fortunatamente, quando tutto sembrava perduto e molte città erano
state colpite duramente dalle loro potenti armi, come in un bellissimo sogno, erano
apparsi, nelle loro grandi astronavi, quelli che, in un secondo tempo, i terrestri
avrebbero chiamato "gli angeli del cosmo".
Dotati di armamenti superiori, avevano in poco tempo messo in fuga i
moloxiani, salvando gli umani, apparentemente, senza alcun fine recondito.
In realtà, i salvatori studiavano i terrestri già da molto tempo e
avevano scoperto ciò che più di ogni altra cosa interessava loro: larte, in tutte
le sue forme; e gli umani, almeno una parte, erano in grado di produrne: dai dipinti, alle
opere teatrali, ai film e a tutte quelle rappresentazioni dove lestro e la
creatività dellumano emergevano prepotentemente. Ma proprio poco prima di
presentarsi amichevolmente ai terrestri, per godere della loro vena artistica, erano stati
preceduti dai moloxiani; e a quel punto erano dovuti intervenire per preservare i loro
protetti.
Il vecchio mimo ricordava ancora quando, dopo aver vinto la battaglia,
le loro grandi astronavi erano atterrate.
I terrestri si erano ammassati attorno ad esse, pur mantenendo un certo
grado di allerta. Cera molta curiosità nel vedere il volto dei loro salvatori. Ed
ecco che, dalle rampe, erano scesi dei bipedi ricoperti da lucenti armature. Il volto era
però ben visibile. Erano simili alle aquile, o ai falchi: becco adunco, occhi penetranti,
sguardo fiero e il collo, per metà scoperto, ne rivelava il piumaggio, di un bianco
candido.
Per mezzo di un traduttore, iniziarono a comunicare con gli umani,
rassicurandoli e promettendo loro viveri, grazie ai replicatori di cibo, e un aiuto nella
ricostruzione delle grandi città. Fu per questo motivo che vennero soprannominati
"angeli del cosmo".
Posero una sola condizione: che periodicamente venissero organizzati
spettacoli teatrali per loro e che potessero visitare i musei scampati alla distruzione
moloxiana e visionare quelli che gli umani consideravano film dautore.
Sembrava si nutrissero di arte, forse perché loro non erano in grado
di produrre nulla di artisticamente rilevante, ma erano dotati di un grande gusto e non li
si poteva ingannare con oggetti, o altro, che non contenessero lestro, la
creatività e il talento dellartista.
Il vecchio mimo, per alcuni anni si era esibito per loro, almeno
finché non era comparso il grande Abofe: nome darte, piuttosto assurdo, che si era
dato solo perché, essendo anche lui un mimo, sosteneva di poter mimare il suo nome e
quelle erano le lettere che gli riuscivano meglio. Ma purtroppo per il vecchio mimo, lui
era più giovane e decisamente bravo. E così, da un giorno allaltro, era stato
messo da parte. Ora cera il grande Abofe e per lui, un po acciaccato, non
cera più spazio, se non nei localini, nelle bettole, non certo al cospetto degli
angeli del cosmo.

Il vecchio mimo viveva in uno dei tanti prefabbricati
piuttosto confortevoli, sorti nei punti colpiti della grande città. Il problema era che,
dopo alcuni anni di assestamento, dove tutto, cibo, acqua e alloggio erano gratis, ora,
per restare nel prefabbricato e non finire nei vari dormitori, che ospitavano soprattutto
anziani, doveva pagare un fisso; e diventava sempre più difficile per lui farlo, pur
lavorando mezza giornata per un macellaio.
La cosa peggiore per il vecchio mimo era che, alla fine del suo turno,
il padrone pretendeva sempre che lui gli facesse un paio di mosse, di espressioni del
volto, divertendosi e battendogli le mani. Ma per lui era piuttosto umiliante esibirsi
come una scimmietta ammaestrata. Comunque, quel lavoro gli serviva e quei cinque minuti di
spettacolo passavano in fretta. E poi, aveva un grande vantaggio: la carne gratis; e il
vecchio mimo ne era ghiotto. La verdura la lasciava a pecore e tartarughe.
Certo, la sua non era una gran vita, ma ben pochi se la passavano bene,
nonostante gli aiuti degli alieni, che con la loro tecnologia avanzata avevano
ripristinato in poco tempo le principali vie daccesso e i condotti di acqua e gas
che scorrevano sotto le città; per non parlare dellelettricità che, prima del loro
arrivo, era un lusso di pochi quartieri sullintero globo, dopo lattacco dei
moloxiani, che non si erano neanche mai degnati di scendere dalle loro astronavi da
combattimento.
Lavrebbero probabilmente fatto quando sulla Terra non ci sarebbe
più stato alcun pericolo per loro, visto che lesercito, un tentativo di respingerli
laveva persino fatto, ma il risultato era stato molto deludente; e a quel punto, per
dimostrare la loro potenza di fuoco, con un colpo ben assestato, gli alieni avevano chiuso
lo stretto del Bosforo, provocando unenorme frana, dopodichè, con un secondo colpo,
molto più potente, avevano fatto evaporare tutta lacqua del Mar Nero.
Il vecchio mimo ricordava bene quel terribile periodo, anche perché,
durante il primo attacco a sorpresa dei moloxiani, aveva perso la moglie, finita sotto le
macerie della loro casa.
Lui si era salvato solo perché, in quel momento, era alle prove dello
spettacolo e il teatro, per sua fortuna, non era stato colpito.
Erano stati tempi duri per tutti, ma poi, gli angeli del cosmo avevano
riportato la pace, dando una speranza ai terrestri, prendendoli sotto la loro ala
protettiva.
Una delle tante mattine, mentre si radeva prima di andare al lavoro, il
vecchio mimo sentì suonare il campanello di casa.
Quando aprì, mezzo sbarbato, si trovò davanti limpresario che
organizzava gli spettacoli per gli angeli del cosmo.
Scrutandolo, quasi fosse unallucina-zione, lo fece accomodare e
lui, un tipetto tarchiato, dopo essersi asciugato il sudore dalla fronte, gli annunciò
che il grande Abofe, il giovane mimo che si esibiva per gli alieni, si era fratturato una
gamba, uscendo ubriaco da un locale e scivolando come un idiota, cosa che sottolineò,
visto che con quel comportamento insensato laveva messo nei guai.
Luomo andò subito al sodo. Voleva lui per lo spettacolo serale
organizzato nellastronave madre.
Si sarebbe dovuto esibire davanti a migliaia di angeli del cosmo, che
non avrebbero perso una sola sua mossa, unespressione, con quegli occhi penetranti.
Ma era pur sempre la sua occasione; e non se ne sarebbe ripresentata unaltra.
Accettò, spiegando allimpresario che avrebbe fatto il suo numero
più complesso, che consisteva nella nascita, ladolescenza, la gioventù, la guerra,
la vecchiaia e la morte.
Limpresario annuì, ringraziandolo e promettendogli un grosso
guadagno: "Sei ancora in forma, vero?" gli domando, sorridendo. "Ma
certo" rispose lui, facendo qualche espressione contorta e inarcando la schiena senza
problemi.
Lomino se ne andò soddisfatto. Ma il vecchio mimo qualche
acciacco ce laveva e leccessivo consumo di carne lo aveva un po
appesantito, anche se, per sua fortuna, si muoveva ancora bene, avendo mantenuto buona
parte dellelasticità di un tempo.
Solo quando limpresario era ormai lontano, si rese conto di avere
meno di un giorno per provare il numero. Lo spettacolo era la sera stessa e lui non poteva
fallire. Doveva dimostrare di essere ancora il migliore, o almeno, di essere
allaltezza del ragazzo, di colui che gli aveva soffiato il posto. Anche se non
gliene faceva una colpa, perché era davvero bravo. Ma lui si sentiva comunque superiore.
Sapeva di avere un qualcosa in più.
Provò e riprovò la parte, fino quasi a sfiancarsi. Poi, verso le
16:00, si concesse una meritata pausa. Fu lì che si accorse di avere ancora metà barba.
Sorrise, mentre stiracchiandosi, si diresse in bagno per completare lopera. Si
fermò per qualche secondo davanti allo specchio, quasi a stringere un patto con se
stesso. Doveva fare un grande numero, senza sbavature, incertezze; doveva essere perfetto.
Alle 19:00 in punto lo venne a prendere uno scagnozzo
dellimpresario e, con la sua auto truccata, sfrecciarono verso lastronave
madre, posizionata in un enorme cratere, in mezzo alla città, provocato da un colpo
esploso dai moloxiani.
Ora, il vecchio mimo avrebbe avuto un paio dore per preparare la
scena, con gli addetti alle luci e allimpianto olografico; tutti aiuti tecnologici
che da giovane certo non aveva, ma che gli facevano più che comodo per narrare la storia.
Quando giunsero davanti allastronave, rimase a bocca aperta. Era
una struttura mastodontica, di forma ovale. Scese una rampa e la macchina vi sparì
allinterno.
Proprio nella parte centrale, il vecchio mimo poteva intravedere
larena circolare dove si sarebbe esibito, con tutti attorno, fino al soffitto, i
posti per gli angeli del cosmo, migliaia di posti.
Il vecchio mimo era molto emozionato, anche se provava a ostentare
sicurezza, per non mettere in agitazioni i suoi aiutanti. Aveva bisogno che il tecnico
delle luci e laddetto agli ologrammi non sbagliassero un colpo, o avrebbero potuto
rovinargli lo spettacolo.
Lui era lultimo della lista. Prima venivano artisti di tutte le
categorie, dallattore di teatro, allequilibrista, al musicista, al cantante.
Cera persino unintera orchestra, che stava già provando gli strumenti.

Erano anni che il vecchio mimo non respirava più
laria del grande palco, dellonore di esibirsi per i loro salvatori. Ora sì
che si sentiva nuovamente un artista completo. Ma doveva anche dimostrarlo. Doveva
nascondere quegli anni di troppo che gli avevano colpito le giunture e, qualche volta,
lavevano lasciato a corto di fiato, perché, anche se un mimo non parla, i suoi
movimenti richiedono una respirazione continua e spesso accelerata, per mantenere certe
posizioni del corpo.
Il vecchio mimo, nellattesa, non era riuscito a socializzare con
nessuno, anche perché, dopo così tanti anni dalla sua ultima esibizione davanti agli
angeli del cosmo, gli artisti erano cambiati; cerano facce nuove e per nulla inclini
al dialogo. Aveva così finito per chiudersi nella sua stanza, in attesa del momento
cruciale; e visto che era lultimo, di tempo per meditare e ripassare i movimenti ne
avrebbe avuto a sufficienza.
Nessuno degli angeli del cosmo si faceva vedere prima dello spettacolo.
Erano molto riservati e apparivano, sulle cosiddette gradinate circolari, solo a pochi
minuti dallinizio. Comunicavano fra di loro con schiocchi del becco, ma lo usavano
anche per applaudire, facendo un discreto rumore.
Se ciò accadeva, lo spettacolo era piaciuto e lartista, in
futuro, sarebbe potuto tornare a esibirsi.
Alle 22:00 precise lo spettacolo iniziò, mentre il vecchio mimo
ripassava quasi ossessivamente tutti i passaggi del suo numero.
Ogni tanto sentiva gli schiocchi dei becchi: segno che la
rappresentazione, qualunque fosse stata, era piaciuta. Ma non sempre accadeva, perché gli
alieni pretendevano molto dagli artisti e non perdonavano loro alcun errore.
Poi, verso la mezzanotte, qualcuno bussò alla sua porta e una voce gli
disse che era arrivato il suo momento.
Al vecchio mimo, per un attimo, gelò il sangue nelle vene e fu colto
da panico. "Ma che sto facendo, sono vecchio, un po malconcio e ho la pretesa
di esibirmi davanti agli angeli del cosmo" si ripetè nella testa, ma poi, con un
grande sforzo psichico, riprese il controllo di se stesso e uscì dalla stanza,
dirigendosi, con passo piuttosto sicuro, al centro dellarena.
Laddetto alle luci e il tecnico degli ologrammi erano già lì,
pronti. Prima, fece un lungo respiro, e poi diede il segnale ai due; lo spettacolo era
iniziato. Mentre si esibiva, sentiva gli occhi penetranti e indagatori di quegli alieni
tutti su di lui; ne percepiva quasi il peso. Avevano una vista eccezionale, come i nostri
rapaci; e questo faceva sì che non gli sfuggisse nulla. Eppure, da quando aveva iniziato
il suo numero, il vecchio mimo si era tranquillizzato. Sentiva che le giunture
rispondevano bene e il suo volto stava regalando un gran numero di espressioni, a seconda
del momento della sua vita che andava descrivendo. Luci e ologrammi lo seguivano con
perfetta puntualità e tutto sembrava andare per il verso giusto. Finchè venne
lultimo atto, dove, ormai debole e anziano, era seduto su una vecchia sedia a
dondolo, con una coperta che gli copriva le gambe. In mano aveva la foto della moglie
morta durante lattacco dei moloxiani. Una lacrima gli scendeva dal viso e, a quel
punto, avrebbe dovuto chinare lentamente la testa, sia per salutare il pubblico, che per
far capire che anche lui si era spento, raggiungendo la consorte. Ma accadde qualcosa:
avvertì una fitta dolorosissima, che gli fece inarcare la schiena, seguita da
unaltra. Era il cuore. Ma invece di chiedere aiuto, il vecchio mimo volle concludere
il numero. Poteva essere la sua ultima occasione. Ma unaltra fitta lo fece cadere
dalla sedia, mentre la foto della moglie finì a pochi metri da lui. Nessuno del pubblico
alieno si era accorto che stava davvero male e seguivano passo dopo passo lo svolgersi di
quel dramma.
Luomo, tra un dolore lancinante e laltro, iniziò a
strisciare verso la foto della moglie. Era così che voleva concludere lo spettacolo.
Doveva assolutamente farcela, a costo di farsi scoppiare il cuore. "Me laveva
detto il dottore di mangiare più verdura e meno carne", riuscì a pensare, mentre
era ormai a pochi centimetri dalla foto; e finalmente la raggiunse, mettendoci sopra una
mano, a significare che presto lui e sua moglie sarebbero stati nuovamente insieme,
lassù.
Ci fu un iniziale silenzio tra il pubblico, dopodichè, il loro leader
si alzò, prese una delle sue iridescenti penne del collo e, dallalto, la fece
scendere verso lartista. Il tutto fu seguito dal più rumoroso frastuono di becchi
schioccanti mai udito in tutta la serata.
Ma la cosa più incredibile era che la consegna della penna
allartista, era il massimo riconoscimento che potesse ricevere da un angelo del
cosmo. Non capitava praticamente mai.
La sua esibizione era però stata un tale successo da meritarsela.
Il vecchio mimo, a terra, immobile, vide la penna scendere dolcemente a
pochi centimetri da lui, fece un mezzo sorriso e esalò lultimo respiro, consapevole
che il grande Abofe di penne non ne aveva mai ricevute.
2009 © by Fabio Massa
FABIO MASSA è nato ad Alessandria (1970), dove risiede. È
un grafico pubblicitario e editoriale, diplomato all'Istituto Europeo di Design di Milano.
Ha iniziato a scrivere con una certa continuità dopo i 25 anni. Predilige la
fantascienza, ma gli piace spaziare anche nell'horror, nel fantasy e nel noir. Nel 2000,
ha ricevuto una menzione speciale d'onore della giuria al premio nazionale
"Aleramicus" di fantascienza (Acqui Terme), con il racconto I mostri di
Balchik; nel 2001 ha vinto il primo premio al concorso nazionale "Akery" di
Acerra (Na), sezione fantascienza, con il racconto Gli uomini grigi (pubblicato sul
n.54 di "Future Shock"). Nel 2003, si è piazzato primo alla VII Edizione del
Premio "Future Shock" con il racconto di fantascienza Chiara e l'Oscuro (pubblicato
sul n.42 della suddetta fanzine), terzo al concorso "Akery" con il racconto di
fantascienza Vorator Mundi (apparso sul n.51 di "Future Shock"). Nel 2006
è giunto tra i finalisti del trofeo Rill col racconto : Oggi al parlamento galattico
e nel 2007, sempre al Rill, gli è stato selezionato un racconto, poi pubblicato
sullomonimo libro stampato per il trofeo, dal titolo: Il cacciatore. Nel
2004, vincitore anche dellAkery, sezione fantascienza, con il racconto Il
guardiano, uscito sul n.53 di "Future Shock". |
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