Che
cos'è l'oggetto misterioso che, a incredibile velocità, si muove nelle profondità
marine del pianeta Tyrol? Per risolvere l'enigma, i terrestri trasformano una vecchia
carretta del mare in un sofisticato cervello elettronico. Riusciranno i nostri eroi a
chiarire la natura e gli scopi del manufatto alieno? È, questo, il primo racconto di
Luciano Nardelli, apparso sul n.2 di "Future Shock" (aprile 1987). Lo
pubblichiamo in ricordo del caro amico Luciano, che è volato in cielo, lasciandoci
sgomenti e addolorati, il 30 agosto 2006.
Sub baby-sitter
di Luciano Nardelli
Senza nemmeno
pensare di bussare, Graham irruppe correndo nella stanza, e ancora ansante gettò il telex
sulla scrivania di O'Neil. Non riuscì a guardare il suo superiore, perché incespicò nel
cestino delle immondizie e cadde a terra lungo disteso. La foga l'aveva tradito. Non s'era
avveduto di quel diabolico cilindro metallico che spuntava, come in agguato, da dietro
l'angolo della scrivania.
Graham provò due
sensazioni. Quella non piacevole del contatto con un robusto marine, che lo sollevò di
peso, e senza troppe attenzioni, e quella, ancora più sgradevole, della voce glaciale di
O'Neil.
Qualcosa di rotto?
Efrem Graham,
guardiamarina, ghignò, più che sorridere.
Nossignore, grazie.
Frenò l'impulso
di sferrare una gomitata all'energumeno che ancora lo teneva in una specie di presa da
lotta libera.
Vada pure,
Glenn.
O'Neil congedò
così il marinaio, senza però smettere di scrutare quell'esemplare di ufficiale sudato,
con la cravatta storta. Lo sbatter di tacchi fece sussultare Graham, ma ancor più lo
sconvolse la frase consistente in un formale "Si accomodi, prego".
La poltrona di
vimini era rigida, senza cuscini, ma pensò che dopotutto l'amministrazione militare non
poteva avere i gusti o i riguardi di una brava massaia.
Tentò un
sorriso. Ne uscì una smorfia,
Di fronte a un
tipo come O'Neil, l'unico atteggiamento plausibile sembrava quello di restare impalati,
come una qualsiasi suppellettile.
Duro, asciutto,
capelli che un tempo dovevano essere stati biondi, O'Neil avrebbe potuto già godersi,
probabilmente, la pensione da tempo. Al contrario, ricopriva l'alto e delicato incarico di
ammiraglio controllore delle fattorie sottomarine dislocate lungo la frastagliate coste
delle Isole Nere, unici lembi di terra che, oltre alle due masse continentali, affioravano
dagli oceani di Tyrol.
Un comando
impegnativo, forse meglio adatto a un uomo più giovane. Ma era stato, invece, affidato a
O'Neil, che lo aveva ottenuto facilmente, convincendo varie berrette gallonate che i
giovani, come Graham stesso ad esempio, vedendo unità Kre Nel incrociare a piccolo vapore
nelle acque di Nueva Cartagena, avrebbero pensato a un ben riu-scito scherzo di carnevale.
O'Neil prese il
telex, ma non lo lesse subito. Si rivolse invece ancora a Graham scherzosamente (ma fino a
che punto l'ammiraglio celiava?) chiedendogli se avesse considerato la possibilità di
iscriversi a un campionato di arrampicata su scale, visto che aveva percorso cinque piani
in pochi secondi, come risultava da una controllo dell'ora di ricezione del telegramma.
Poi gli significò che l'ascensore non era guasto.
Graham maledì il
capostipite dei disattenti, che doveva essere strettamente imparentato con quello degli
imbecilli.
L'arrivo di un
messaggio di quella natura, e per di più in una tranquilla mattinata domenicale, l'aveva
emozionato al punto da non pensare a quella specie di rudimentale saliscendi, che qualcuno
si ostinava ancora a chiamare ascensore.
Ma O'Neil stava
già leggendo il foglio, e questo concesse a Graham qualche attimo di tregua. Conosceva il
contenuto di quelle poche righe: un idrovolante, un arcaico, ma robusto Catalina, aveva
scoperto Puffy e sembrava che il sottomarino si stesse dirigendo a gran velocità verso lo
stretto di Mandù, città capoluogo delle Isole Nere.
Puffy era il nome
in codice imposto al misterioso mezzo subacqueo che, da alcune settimane, stava
scorrazzando nella zona delle Isole, pare facendosi beffe di ogni unità che aveva tentato
di seguirlo.
Ci siamo,
commentò freddamente O'Neil, abbandonando il telex sul ripiano d'ebano lucido
della scrivania. È Kre Nel, e stavolta non riuscirà a scappare.
L'ammiraglio non
si era rivolto a Graham. Si era limitato a scrutare un punto ignoto, alla convergenza fra
le sue pupille. Dopo essere uscito, perché il comandante si era impossessato del
telefono, Graham pensò che nel messaggio non c'era alcun accenno al fatto che il
sottomarino fosse o meno Kre Nel. Lieto comunque di essersi scaricato da ogni
responsabilità, Graham si diresse fischiettando verso l'ufficio delle ausiliarie. Era
domenica. Perché non tentare di distrarsi un po'?
*
* *
Graham uscì
dalla tuga, avvicinandosi rispettosamente a O'Neil che, pipa tra le labbra, stava fissando
la linea dell'orizzonte. Il mare, tranquillo, si esibiva in mille riflessi luccicanti,
frutto dei raggi dell'astro diurno sulla via del tramonto.
Il guardacoste
era fermo. Le pinne stabilizzatrici impedivano quel fastidioso rollìo che aveva sempre
consigliato Graham di evitare incarichi sulle navi. Stavolta non aveva potuto esimersi, ma
perlomeno l'oceano sembrava deciso a essere clemente.
L'idrovolante lo ha perso, comunicò laconicamente.
Con i gomiti
appoggiati alla paratìa, O'Neil rispose senza cambiar posizione:
Non me ne
sorprendo, borbottò. Sono molto furbi. Si tolse il berretto, passò
una mano sulla testa e aspirò una boccata. Il puzzo di tabacco trinciato costrinse il
naso di Graham ad arricciarsi, come fosse dotato di propria libera volontà.
Com'è
successo? interrogò l'ammiraglio.
Il pilota
ha detto che non l'ha più visto. Ha sorvolato la zona anche a bassa quota, ma non ne ha
più trovato traccia, proprio come se Puffy si fosse volatilizzato.
I fondali
sono profondi, commentò O'Neil, voltandosi e appoggiando la schiena alla paratìa,
ma non tanto da nascondere una simile massa. Quale trucco avranno usato?
Graham ebbe un
gesto sconsolato, a testimonianza della sua ignoranza.
O'Neil fumò
rabbiosamente.
Mai
piaciuto giocare a nascondino, affermò, e poi, cambiando tono: Notizie
dalla squadra?
Graham si
domandò se al suo superiore veramente potesse mai essere piaciuto qualche altro gioco che
non fosse quello della guerra. Poi rispose:
Sissignore. Il Norfolk e i cacciatorpediniere saranno in zona fra due giorni, pronti a
bloccare lo stretto di Mandù.
O'Neil ebbe un
moto di indifferenza.
Tutto
inutile, se prima non lo ritroviamo. Guardò l'acqua, quasi con rabbia. Se
non s'è nascosto sul fondo, dev'essere scappato. Ma che velocità può avere per eludere
così presto il controllo di un aereo? Deve essere stata questione di pochi secondi. Se
almeno il pilota avesse potuto stimare il tempo di immersione.
Non ha
aggiunto altro a quello che le ho riferito, signore, confermò Graham.
Ciò
significa che quasi non se ne è accorto. Fa niente, impiegheremo gli strumenti di
profondità. Rientriamo alla base, adesso, e raccomandi alle altre stazioni la massima
vigilanza. Domani terremo rapporto alle fattorie sottomarine.
Ricevute quelle
istruzioni, Graham salutò e rientrò al coperto. O'Neil cominciò a misurare a grandi
passi la lunghezza del ponte, mentre il guardacoste volgeva la prua a terra.
Ci sarebbe voluta
almeno un'ora prima dell'approdo. A onor del vero, vista la quantità di armi pesanti
installata a bordo, più che di una semplice vedetta si trattava di una cannoniera. Anche
per questo motivo l'ammiraglio poteva disporre di una cabina spaziosa e isolata.
Perché non
rifugiarvisi?
II vento, che in
quella zona di Tyrol sempre accompagnava il tramonto, cominciava a irrobustirsi in maniera
irrispettosa. Un motivo di più per gustare un cognac di marca davanti alla televisione.
Doveva essere proprio in tempo per il primo notiziario della sera.
Dopo un cenno di
saluto ai marinai di guardia, O'Neil si avviò. Due rampe di scala metallica lo condussero
alla sua porta. Soliti gesti meccanici per mettersi a suo agio, per ricaricare la pipa,
per versare il cognac e per accendere l'apparecchio televisivo, e poi finalmente un po' di
distensione.
*
* *
Notizie a non
finire, come sempre, da mezza galassia. Come sempre. O meglio, da quando la propulsione
Vigger (qualcosa, come gli era parso di capire, che aveva a che fare con curve e rette
intrecciate nel vuoto) consentiva di mandare in giro per l'universo masse enormi di
materiali e uomini come un comune pacco postale senza l'ufficialità sancita dal
francobollo, e con costi relativamente irrisori.
Il signor Vigger
non era stato il primo a mettere la sua firma a quel progetto. Gli uomini se n'erano
accorti quand'erano cominciate ad arrivare le prime, simboliche fatture di diritto di
pedaggio per sbarcare su questo o quel mondo, quando ancora gli alberi sembravano agli
uomini non il riparo per un idillìaco spuntino con la fidanzata, ma una casa sicura e
confortevole.
Tra gente che va
e gente che viene, non c'è altro da fare che intrufolarsi nel mezzo se non si vuole
restare senza corrente guida. Così, mentre gli scienziati si davano da fare per
dimostrare agli alieni quanto erano acuti e capaci, i politici si pavoneggiavano per
mettere in mostra la propria abilità e astuzia e gli umanisti si scervellavano in
impossibili giochi filosofici, qualcuno che aveva meno impegni intellettuali aveva pensato
bene di dare una raddrizzata al timone di una barca che minacciava di naufragare già
nelle acque del proprio porto.
I mercanti.
O'Neil sorrise, e
sorseggiò il cognac senza nemmeno accorgersi di quali immagini gli offrisse la
televisione.
Mercanti?
No. Le dizioni
giuste erano commercianti, spedizionieri, e così via, anche se lo spirito era lo stesso.
I più
intraprendenti tra loro avevano proposto ai loro colleghi alieni il gioco più antico del
mondo, quello del Tu dai una cosa a me e io dò una cosa a te. Non sulla base di
conchiglie o di sale, ma di qualcosa di più consistente. Così nello spazio non si erano
intrecciate più solo le curve e le rette della propulsione Vigger, ma anche i colli di
mercanzia con le più disparate bollette doganali.
O'Neil aveva
abbastanza galloni sulla giubba, considerato che il motore Vigger aveva mosso i primi
passi quando lui assicurava il suo papà di essere destinato a divenire un grande
pompiere, per ricordare che non tutto era stato facile.
II libro mastro,
rivalutato rispetto ad esperienze umane di più nobile origine, e grazie a introiti
mercantili non indifferenti, l'aveva comunque ben presto spuntata e l'impresa era stata
coronata dal successo quando i suoi intraprendenti sostenitori avevano almeno visto
accolto il principio secondo cui la Terra, per non essere cancellata economicamente,
doveva costituire un'unica barriera doganale e, possibilmente, anche un'unica entità
politica.
Qualcosa del
genere era già accaduto in Europa, con un processo lento, di decenni. Ma l'Europa di ieri
l'altro parlava a se stessa, non a qualcuno venuto da chissà dove come invece doveva fare
la Terra del giovanissimo O'Neil pompiere. Così, tra una rinuncia ideologica qua e
un'altra là, gli extraterrestri, che nel guazzabuglio di lingue e nazionalità sembravano
intravvedere la possibilità di colonizzare l'intero pianeta, si erano invece trovati un
bel giorno di fronte a un mondo unito e conscio delle proprie intenzioni. Non che fosse
stato facile.
C'erano state
baruffe così astiose, maligne e pericolosamente letali per il progetto che al confronto
quelle descritte dal grande Goldoni erano sembrate un manuale per debuttanti in società.
Ma s'era fatto.
Grazie alla buona volontà di tutti, certamente, ma grazie anche a quelle figure a volte
inusitate che affollavano le vie delle grandi città del globo come quelle dei piccoli
villaggi, e che ricordavano a tutti, e tanto, le poco rassicuranti visioni che affollavano
la mente bambina quando, dormendo, sogna non l'appetitosa cena o la serenità del parco
giochi, ma i protagonisti delle favole della nonna, e rabbrividisce nel sonno non più
innocente.
O'Neil aveva
ripudiato da non molto la sua vocazione di pompiere quando la Terra, un bebé contabile
rispetto ai colossi produttivi multiplanetari, s'era imbattuta nella sua più grande
occasione: Tyrol.
O'Neil spense il
televisore. Finì il cognac, ma se ne versò un'altra e generosa dose.
Anche nel caso
Tyrol il mercante aveva avuto il suo ruolo vincente. In una memorabile serata di
bisboccia, in una oscura bettola delle parti di Altair, un galantuomo aveva stretto
fraterna amicizia con quattro fusiformi Vanadj (ma perché vanno sempre quattro a
quattro?).
Loro avevano
gradito talmente la compagnia, e l'alcool generosamente offerto dal terrestre, che avevano
comperato, pagando con un secchio di sonanti zecchini d'oro una partita di camicie di seta
(?) stampata a colori vivaci e che mai avrebbero potuto usare, se non come fazzoletti,
visto che non possedevano braccia, ma tozze pinne. Il naso ce l'avevano, sì, e anche
voluminoso, ma come soffiarselo sott'acqua visto che i fondali marini erano il loro
ambiente naturale?
Non importa. Il
fatto è che i Vanadj avevano fatto caricare il tutto in un compartimento stagno e
asciutto, annesso alla grande vasca che era il loro mezzo naturale di trasporto sui mondi
non acquatici. Probabilmente intendevano fare un dono a qualche amico alieno munito di
braccia. Felici del bell'imbroglio, i Vanadj avevano voluto premiare ulteriormente il
commerciante terrestre raccontandogli tutto sul bel mondo semisconosciuto, dove avevano
appena trascorso una splendida vacanza e che però minacciava di diventare possesso dei
feroci Kre Nel, i cui avamposti pareva fossero già stati installati su di uno dei due
continenti. Il terrestre aveva continuato a versare generosamente ampolle d'alcool
nell'acqua della vasca-casa fino a quando i Vanadj, sempre con l'ausilio dell'interprete
elettronico, non avevano scucito anche le coordinate del favoloso pianeta.
Salutata
l'allegra compagnia, e lasciata pagata un'altra bevuta per l'indomani, il galantuomo aveva
sfruttato appieno l'invenzione del signor Vigger e in men che non si dica aveva
organizzato il viaggio Terra-Mistero (così aveva battezzato il mondo sconosciuto) per una
poderosa spedizione mercantile con tanto di bandiere in testa. Bandiere ben poco
apprezzate dai Kre Nel quando le avevano scoperte proprio nel momento in cui abbandonavano
il continente avamposto per occupare le altre terre emerse.
I battibecchi non
erano mancati. Ma fare la guerra per un pianeta apparentemente apprezzato dai fusiformi
Vanadi per le loro ferie? No, non era nello stile dei Kre Nel l'azzuffarsi per una palla
d'acqua che poteva, sotto il profilo turistico, ben essere sfruttata da due gestioni tra
loro antagoniste.
Anzi
(ragionamento comune Terra-Kre Nel) dalla concorrenza poteva scaturire un incentivo in
più per i vanitosi Vanadj che, come tutti sapevano, pagavano sempre in oro e siccome
viaggiavano sempre in quartetto, avrebbero anche tranquillamente sborsato il corrispettivo
di un biglietto quadruplo.
Mistero, però,
con disappunto del suo Colombo, il gentiluomo commerciante, non sembrava un nome gradito
né ai terrestri né ai Kre Nel. Ci aveva posto rimedio la pecora nera della famiglia,
ossia un certo signor Luns che, anziché seguire, come tutto il parentado, i ferrei
comandamenti della contabilità a ricalco, s'era abbandonato alla vocazione del
naturalista. Dietro s'era portato un codazzo di altri studiosi e il gruppetto, mentre
commercianti terrestri e Kre Nel bisticciavano sul destino di un metro quadrato di terra,
aveva dato vita alle prime perlustrazioni e i suoi componenti avevano svolto insieme le
mansioni di esploratori, pionieri e colonizzatori. Era spettato a Luns il diritto di
scegliere il nuovo nome di Mistero, ed egli aveva dedicato il pianeta alla sua terra
d'origine, il Tirolo. Da qui il nome di Tyrol.
Tyrol, distante
settanta anni luce dalla Terra, aveva riservato molte più sorprese ai terrestri che ai
Kre Nel, in quanto i mari appartenenti a questi ultimi erano relativamente aridi e poco
pescosi.
Quelli terrestri
invece... altro che turismo per i Vanadj!
Già le due lune
di Tyrol, battezzate da uno studioso italiano una Muzio Scevola e l'altra Orazio Coclite,
avevano rivelato giacimenti di metalli volgari, ma utilissimi alla tecnologia. Il mare di
Tyrol, poi: piante e animali marini di varia utilità, dalle alghe gialle (balsami
curativi per reumatismi e così via) ai granchi giganti (carne a volontà), dagli squali
sauro (pelli, borsette, scarpe per mezza galassia) ai minerali preziosi. E così avanti,
con i prodotti più insoliti per le specie intelligenti più incredibili, fino a giungere
agli straordinari Carlini, mammiferi acquatici il cui ventre conteneva uno dei tesori più
preziosi: l'ambra nera.
Quando i Kre Nel
si erano accorti di quello che avevano letteralmente regalato ai terrestri, avevano
tentato di scannarsi a vicenda dopo essersi insultati e scambiati accuse di colpe
inimmaginabili. Il buon senso fra i Kre Nel era prevalso solo dopo qualche morto, onorato
poi con esequie regali. Da allora, i Kre Nel avevano cominciato a insidiare le acque
terrestri per mettere mano, o meglio zampe pelose, su qualche Carlino isolato, per
raccogliere alghe gialle o per rubare granchi e squalosauri. Le contromisure terrestri non
si erano fatte attendere. Non c'era certamente il tempo per costruire flotte, né spaziali
né marine tipo romanzo di fantascienza, ossia con navi snelle e lustre. Per contro la
propulsione Vigger permetteva di scaricare su Tyrol ogni nave radiata dai ranghi, ma
capace, con qualche rattoppo, di tenere il mare e soprattutto di portare missili e
cannoni. E così era stato fatto.
O'Neil finì il
secondo cognac e riaccese la pipa. Ora la situazione stava peggiorando. I Kre Nel
diventavano sempre più audaci. Quel misterioso sottomarino, Puffy in codice, secondo
l'ammiraglio era sicuramente una nuova trovata dei Kre Nel. Ma come provarlo? Solo
catturandolo o... affondandolo.
Ma così facendo
sarebbe scoppiato qualcosa di peggio di un incidente. Nell'aria c'era minaccia di un grave
incendio che avrebbe potuto dilagare anche oltre Tyrol. Ma lui, dopotutto, non aveva
promesso al suo papà di diventare il migliore dei pompieri?
*
* *
Le fattorie
sottomarine che popolavano i ricchi fondali dello stretto di Mandù, erano già state
messe in allarme circa la pericolosa vicinanza di Puffy, e Graham non riusciva a capire
perché fosse necessaria anche una ispezione personale da parte dell'ammiraglio. Passare
una buona mezza giornata chiuso in un batiscafo di profondità con la sola compagnia di
O'Neil e dei due uomini di equipaggio non era certamente una prospettiva allegra.
La navigazione
subacquea non era mai stata al centro delle aspirazioni del giovane ufficiale. Graham
doveva ammettere però che certi scorci di quel paesaggio fluido, dai colori tenui, a
malapena vivacizzati dai fasci di luce eruttati dai grandi proiettori, erano di una
bellezza incomparabile.
Le cupole, non
più di una decina, erano disseminate lungo quello stretto che separava in due le Isole
Nere. Quella zona era stata scelta per due motivi. Anzitutto, perché era percorsa da nord
a sud da una corrente tiepida che favoriva la crescita della flora sottomarina e di
conseguenza forniva pascolo abbondante a numerose specie di animali acquatici. In secondo
luogo, la piattaforma sommersa, o zoccolo delle isole, era irta di grandi grotte, per cui
non era stato necessario costruire interamente le cupole, ma era bastato ricoprire di
robuste pareti trasparenti, a chiusura ermetica, le caverne naturali.
In quelle cupole
i terrestri coltivavano non solo particolari tipi di alghe commestibili o coralli per
oreficeria, ma anche e soprattutto allevavano i pompos, pesciolini argentei, vivaci e
grassottelli che erano il principale alimento dei grandi e maestosi Carlini.
I pompos erano un
piatto prelibato anche per molta altra gente nella galassia, come per esempio i ciarlieri
Vanadj che avevano raccontato il segreto di Tyrol.
Al palato umano,
invece, quei pesci erano assolutamente indifferenti, se non addirittura sgradevoli.
Comunque,
riflettè Graham mentre sorseggiava l'ennesima bibita nel ventre del panciuto batiscafo,
il fatto che i pompos fossero allevati, nutriti e ben protetti all'interno delle fattorie
rappresentava una vera manna per i Carlini, non più costretti ad azzuffarsi con i voraci
squalosauri per poter mangiare. E questo significava tanti più Carlini vivi e tanta più
ambra nera a portata di mano.
I Carlini,
rifletté Graham, erano in fondo il vero tesoro di Tyrol, sfruttato dagli uomini e bramato
dai Kre Nel. Il loro nome derivava da quello dello scienziato italiano che per primo li
aveva avvicinati e studiati.
Grandi
all'incirca come un'orca marina della Terra, questi intelligenti e socievoli mammiferi
acquatici non vivevano certamente in un ambiente confortevole, considerate le continue
minacce di squalosauri, granchi giganti e seppie camaleonte che nascondevano la loro
ciclopica mole mimetizzandosi fra le rocce del fondo. L'arrivo degli uomini e soprattutto
gli studi accurati e immediati svolti dal Carlini, avevano messo sottosopra la vita di
società negli oceani di Tyrol; nel senso che ora si vedevano molti Carlini di meno
galleggiare a pancia all'aria, semidivorati da qualche mastodontico avversario.
Nelle cupole non
c'erano soltanto pompos, ma anche rifugi sicuri per partorire, magari con l'assistenza di
qualche ostetrico umano. Genitori e piccoli potevano poi restare al sicuro nella grotta
per quanto volevano. In questa convivenza con l'uomo c'era un solo inconveniente per gli
agili e brillanti Carlini: le sale operatorie, legate strettamente al prelievo dell'ambra
nera. Questa materia, rintracciabile facilmente in ogni Carlino giovane o adulto, era
ricercata in tutti i mercati della galassia per gli usi più disparati, dai profumi ai
rivestimenti dei pannelli per la captazione di energia solare, dall'oreficeria artistica
alla realizzazione di componenti per impianti ad alta tecnologia.
Come la perla per
l'ostrica, così anche l'ambra nera del Carlino era una difesa naturale contro
l'ingestione di corpi estranei e laceranti, nocivi ai tessuti interni. Voraci com'erano,
data la loro mole e la formidabile dentatura, i Carlini, scorrazzavano liberi lungo i mari
di Tyrol, ingurgitavano gruppi interi di pompos, assieme a mirìadi di rifiuti di ogni
specie, a volte anche taglienti e quindi pericolosi. Alle prime fitte di dolore l'animale
secerneva da speciali ghiandole l'ambra nera, molle e al tempo stesso consistente, che
avvolgeva l'intruso impedendo danni peggiori. L'ambra nera prodotta aveva una massa
notevole. Per rimuoverla gli uomini non usavano più lo sbrigativo e crudele sistema un
tempo in voga fra i balenieri nella caccia al capodoglio.
Non uccidevano
l'animale, ma lo operavano in speciali sale, asportando chirurgicamente la massa d'ambra e
rimettendo in sesto la bestia che dopo una breve convalescenza poteva tranquillamente
riprendere il mare. Quando gli uomini si erano accorti che i Carlini frequentatori delle
cupole sotterranee in fondo all'oceano non producevano molta ambra nera causa l'ambiente
privo di rifiuti pericolosi, allora avevano, per non inquinare l'ambiente, disseminato
all'interno delle cupole, o meglio in quelle zone denominate mangiatoie, varie specie di
semigalleggianti, taglienti o spinosi, a forma di altri piccoli animali marini. Ma per
fortuna questo i Carlini non lo sapevano.
La radio
interruppe le riflessioni di Graham a quel punto. Una voce annunciò il prossimo ingresso
del loro batiscafo in un'altra cupola.
Di cupola in
cupola, O'Neil tenne rapporto a ufficiali e subalterni, ammonendoli sulle misure
cautelative da mettere in opera nel caso fosse stato avvistato Puffy.
Graham si sentì
liberato quando la stessa radio annunciò, dopo molte ore, l'ingresso di una squadra
navale nelle acque dello stretto di Mandù.
Bisognava
risalire.
Ritrovarsi sul
ponte dell'incrociatore Norfolk, per O'Neil, significava rinascere. Risentire il familiare
trillo del nostromo, all'arrivo sottobordo, gli aveva fatto scordare ogni preoccupazione,
e del resto anch'egli, oltre a Graham, aveva lasciato volentieri l'ambiente chiuso del
batiscafo. Ora, aiutato dalle poderose strutture dell'incrociatore, doveva pensare solo a
far venire a galla Puffy. Cosa non facile, considerato che del sottomarino s'era perduta
ogni traccia. Subito dopo il loro imbarco sul Norfolk, s'era scatenato un finimondo
atmosferico.
Nei due giorni
susseguenti alle violente bufere di Tyrol, in cui gli elementi incontrollabili avevano
impedito agli aerei di decollare, O'Neil aveva messo a punto il suo piano. Con pazienza,
perché i disturbi dell'etere erano stati di eccezionale entità, Graham aveva trasmesso
l'elaborato all'Ammiragliato a Nueva Cartagena. La proposta era stata accolta. Ora non
restava che aspettare e tendere l'agguato su quel mondo a settanta anni luce dalla Terra.
*
* *
Vecchio
mio, sbottò O'Neil a voce alta, battendo una mano sulla corazza del ponte e
stirandosi poi le braccia. Strinse la pipa fra i denti, aspirò a lungo Solo dopo,
continuò, solo dopo sapranno perché ho scelto te. Solo dopo capiranno il
perché tu, e non altri, puoi farcela...
Diceva,
signore?...
O'Neil si scosse,
e squadrò sorpreso la figura di Graham.
Cosa fa
qui, lei? brontolò. L'ufficiale, imbarazzato, non ebbe nemmeno il tempo di
formulare una risposta.
Lasci
perdere. Non stavo farneticando da solo. Parlavo con lui. Graham, sorpreso, si guardò
attorno.
Con
l'incrociatore, intendevo dire.
Con il
Norfolk?
O'Neil fece
uscire una nube azzurrina dalla pipa.
Certamente. Non sa che le navi hanno un'anima? Lui mi ha riconosciuto appena sono salito.
Tanti anni fa ho prestato servizio proprio sul Norfolk. Per questo è stato subito
approvato il mio progetto.
Non
capisco, signore!
O'Neil si strinse
nelle spalle.
C'è poco
da capire. In alto non si vuole giungere all'identificazione di Puffy e il mezzo migliore
per evitarlo è quello di assegnare l'incarico a un nostalgico come il sottoscritto e a
una squadra da museo come quella del Norfolk. Il ragionamento è semplice: queste vecchie
navi, secondo il comando, non ce la faranno mai a tener dietro a uno stallone selvaggio
come il nostro amico.
Graham ascoltava,
incuriosito.
Però non
si è tenuto conto di un piccolo particolare.
E cioè,
signore?
Che il
Norfolk non è più una semplice nave.
E cos'è,
allora? si sorprese il guardiamarina.
O'Neil sorrise.
Il
cervello di una squadra.
Graham fumò
rabbiosamente due sigarette, l'una dietro l'altra, nel tentativo di interpretare la frase
dell'ammiraglio. Il cervello di una squadra. Quale significato poteva avere
quell'affermazione? Lasciò cadere oltre la paratìa il mozzicone ancora acceso, con gli
occhi fissi sul globo dorato della luna Muzio. L'altro satellite, il rosso Orazio, sarebbe
comparso appena fra qualche ora. Ma già i fasci dorati riflessi da Muzio donavano
all'acqua una lucentezza opalescente, vivace nel punto d'impatto, e tenue là dove
cominciava la dispersione. Quel letto dorato fu improvvisamente occupato da due maestosi
Carlini che intrapresero una specie di danza fra i flutti. Graham indicò i grandi animali
all'ammiraglio con un semplice cenno della mano.
O'Neil annuì,
sorridendo.
È anche
per salvaguardare il loro diritto alla vita, affermò, se adesso siamo qui.
Che
intende dire, signore? domandò Graham, infilandosi un'altra sigaretta fra le
labbra e dimenticando di accenderla.
L'ammiraglio si
tolse la pipa di bocca, coprendo il fornetto con la mano sinistra, in un gesto che gli era
abituale, e appoggiando i gomiti alla balaustra della paratìa.
Noi,
disse i Carlini li sfruttiamo, ma certamente non li sterminiamo. Pensa,
signor Graham, che i Kre Nel ci metterebbero altrettanta delicatezza? che userebbero il
bisturi per togliere l'ambra nera? No, si servirebbero dell'arpione, o peggio ancora delle
bombe o del cannone. Sono animali da preda. Nonostante le loro astronavi, non sono
cambiati da quando cacciavano nelle foreste del loro pianeta natale. Sono cresciuti
tecnologicamente, Graham, non spiritualmente. Per loro, la parola preda resta sempre
sinonimo di morte. I Carlini non meritano questo. Li osservi bene Graham, guardi la loro
danza d'amore!
L'ufficiale, il
quale mai avrebbe sospettato che simili sentimenti albergassero nell'animo del suo burbero
superiore, accese la sigaretta e guardò.
I grandi
mammiferi acquatici, dal dorso bluastro, pancia bianca e pinne natatorie e caudali molto
sviluppate, giocavano in acqua senza badare alla minacciosa mole del Norfolk che
incrociava a piccolo vapore a poche centinaia di metri. Al contrario giocavano fra i
flutti più rischiarati dalla calda luce di Muzio. Incoscienza? Fiducia? Più probabile la
seconda ipotesi, convenne il guardiamarina, considerato il rapporto che li legava agli
uomini. Tutti i Carlini, frequentassero o meno le cupole sottomarine, erano soliti
avvicinarsi alle navi da dove, spesso, volavano giù, fra le onde, ghiotti bocconi. In
qualsiasi punto dei vasti e profondi oceani di Tyrol, i Carlini non temevano l'uomo, ma
anzi sembravano ricercarne la compagnia. Nessun dubbio che, fra essi, quei cetacei
comunicassero, e la voce sull'affidabilità degli umani doveva essersi sparsa ben presto.
*
* *
Nel quadrato,
arredato con sobrietà non aliena da un certo stile, c'erano i due comandanti del Norfolk,
un ufficiale di marina e il capotecnico. Il tenente Weissman aveva ai suoi ordini i
marinai (l'originario, sparuto gruppo, era stato appena rinforzato per far fronte alla
missione), mentre l'ingegner Horace Gang sovrintendeva la folta équipe di matematici,
programmatori e tecnici cui era affidata la preziosa funzionalità di Deborah. In realtà
erano i camici bianchi ad avere il controllo effettivo della poderosa unità da guerra.
Questo perché il Norfolk, un tempo declassato come unità da combattimento, era divenuto
campo di delicati esperimenti. Solo dopo il suo invio su Tyrol era stato riarmato e dotato
di un equipaggio adeguato, anche se non ancora al completo.
Graham, che aveva
seguito il suo capo con la testa ancora confusa, sapeva queste cose, ma non era in grado
di capire la natura di quanto era avvenuto e di quanto stava accadendo a bordo.
Quell'ultima frase sibillina sul ponte (il Norfolk è il cervello di una squadra), lo
aveva convinto però che sul fatto l'ammiraglio doveva saperla molto lunga.
Falso
allarme, annunciò con voce stridula Weissman. Avevamo pensato di aver sotto
controllo Puffy, ma l'abbiamo perso. Forse si trattava solo di uno squalosauro
cresciutello.
Non
esattamente, si intromise Gang, togliendosi gli occhiali dalla pesante montatura di
tartaruga. La rapidità della scomparsa del segnale fa pensare proprio a un
sottomarino. Un animale non ce l'avrebbe fatta in così poco tempo. Comunque dev'essere
ancora in zona, anche se a notevole profondità.
O' Neil si
grattò una spalla, dopo essersi passato una mano sotto cappotto e giubba.
Fra un'ora
scatterà il piano. Se è qui non potrà fuggire.
Ne è
convinto? domandò, perplesso, Gang.
O'Neil bevve un
sorso d'acqua da un bicchiere rimasto semipieno sul tavolo e lasciato là da chissà chi.
Se mi fa
parlare con Deborah, le mostrerò come faremo. Gang si strinse nelle spalle.
Vada pure
lei, disse, è tutto predisposto e in sala la stanno già aspettando. Io
ritorno nel mio ufficio perché ho alcuni calcoli da completare. E poi non credo di essere
adatto a questo genere di cose. Quella del condottiero non è mai stata la mia
vocazione.
O'Neil colse una
amara ironia in quelle parole, ma non vi diede un peso eccessivo. In fondo era solo lo
sfogo di un uomo che, improvvisamente, anche se non per colpa sua, si vede esautorato
dalle sue funzioni.
Quando Gang fu
uscito, O'Neil si rivolse agli ufficiali.
Dobbiamo
agire al massimo delle possibilità degli uomini e dei mezzi a nostra disposizione. Ora,
Weissman, fra venti minuti ordini il silenzio radio.
Ma come
faremo a comunicare con le altre unità? insorse Graham.
O'Neil lo guardò
con commiserazione.
Graham si
carezzò, con violenza, il mento non ben sbarbato.
Ma
insomma, urlò quasi, chi è questa Deborah?
Venga con
me, figliolo, lo invitò, divertito, l'ammiraglio.
Numerose pareti
divisorie, nel capace ventre del Norfolk, erano state abbattute per ottenere un ambiente
capace di ospitare Deborah. Appena entrato, Graham si rese conto, avendo conferma dei suoi
sospetti, che Deborah era il nome per designare, familiarmente, un enorme elaboratore
elettronico. Furono accolti da un uomo in camice bianco, alto, occhialuto. Una decina di
altri tecnici si dava da fare attorno a schermi e pulsanti. Tutto quel colore bianco.
Pareva di essere in un ospedale.
O'Neil e l'uomo
quasi si abbracciarono.
Bill!
esclamò O'Neil. Quanto tempo! Stai bene? E Deborah come sta?
Magnificamente, amico mio, magnificamente tutti e due. Quando si comincia?
Presto,
subito dopo che avrò parlato con Deborah.
Bene,
assentì Bill, Gang mi ha informato del tuo arrivo dicendo di mettermi a tua
completa disposizione. Noi siamo pronti.
Com'è
andata con gli idrovolanti? s'informò O'Neil.
Tutto a
perfezione, lo rassicurò Bill. I terminali sono stati installati a tempo di
record.
L'ammiraglio
ringraziò con euforìa il vicecapo del progetto Deborah, e mentre questi si avviava a
coccolare la centrale operativa del calcolatore, ne approfittò per appartarsi a un tavolo
con Weissman e Graham.
Questo,
disse a loro, è grosso modo il piano operativo. Come avrete sicuramente
intuito, ho ordinato il silenzio radio degli apparecchi normali perché per le
comunicazioni sfrutteremo Deborah. Il computer usa frequenze speciali e segrete. Sui
cacciatorpediniere c'erano già i terminali, e ora sono stati installati anche sugli
idrovolanti.
Deborah sarà
dunque in contatto diretto con tutte le unità navali e aeree. I comandanti non avranno
altro da fare che stare a guardare. Gli ordini arriveranno direttamente ai cervelli
secondari delle altre navi. Il calcolatore, come ho detto, trasmette su un frequenza
particolare, che scompare rispetto al putiferio di radiotrasmissioni nostre e Kre Nel che
c'è in giro. Non saremo sentiti da alcuno, a eccezione di Puffy quando gli saremo vicini,
ed è questo quello che ci interessa veramente.
Chiedo
scusa, signore, accennò Weissman, ma se il mezzo sconosciuto è tanto
veloce, riuscirà a fuggire, nonostante l'impiego del calcolatore!
No,
ribatte O'Neil, e poi chiese: Si ricorda, Graham, che cosa le ho detto a proposito
del Norfolk?
Sissignore, rispose Graham, che il Norfolk non è una nave, ma il cervello
di una squadra.
Infatti,
confermò l'ammiraglio. Deborah è un calcolatore della sesta generazione,
con incredibile rapidità nelle comunicazioni, ma, soprattutto, nelle decisioni. Per
questo motivo noi non inseguiremo Puffy, ma lo attenderemo al varco. La squadra e gli
aerei saranno disposti a rete. Bloccheremo l'intero stretto di Mandù. Appena Deborah
capterà i segnali di Puffy, ordinerà la nuova disposizione alle navi. Si tratterà
sempre di spostamenti minimi, capite? Non inseguiremo nessuno, perché in qualsiasi
dirczione Puffy si muoverà troverà sempre una nave o un aereo ad attenderlo, oppure, se
non si qualificherà, anche uno sbarramento di siluri.
Questo,
aggiunse tossendo, imbarazzato, ovviamente solo se dovessimo essere
attaccati. Ma spero non sarà necessario giungere a estreme conseguenze.
Controllò
l'orologio e comunicò:
È il
momento di andare a far quattro chiacchiere con Deborah.
Al loro
riapparire, Bill invitò O'Neil a porgere qualche domanda diretta al calcolatore.
L'ufficiale ne fu sorpreso, ma il tecnico lo rassicurò, informandolo che, appena ricevuti
gli ordini, i tecnici avevano immesso nella memoria di Deborah i dati riguardanti la sua
voce e che pertanto, ormai, l'elaboratore lo conosceva bene.
Con una certa
riluttanza, O'Neil si avvicinò al monitor centrale, quello che Bill definiva la faccia di
Deborah.
Come stai,
Deborah? cominciò, timidamente.
Weissman e Graham
retrocessero di un passo quando l'elaboratore rispose, e con voce femminile.
" Bene,
signor O'Neil, grazie ".
Sai chi
sono io?
" Sì, lei
è il comandante, e io sono al suo servizio ".
Conosci lo
scopo della nostra missione? Per alcuni minuti il computer recitò l'intera storia
sulla questione del sottomarino fantasma.
Pensi di
poterlo fare? insistè O'Neil.
" Molto
facilmente, signore ".
O'Neil si rivolse
a Bill.
Ma come
fa? chiese.
Questione
di memorie, è ovvio.
No,
precisò l'ammiraglio, intendevo chiedere come fa a parlare.
E tu come
fai? ribatte, sornione, il tecnico.
O'Neil non
rispose. Si sentiva troppo confuso. Ricontrollò l'orologio.
È il
momento, sentenziò. Comincia pure, Deborah.
*
* *
L'eccitazione era
il sentimento dominante nella sala controllo del Norfolk. Gli strumenti avevano appena
segnalato la presenza di Puffy. Il sottomarino navigava placidamente verso la squadra, ad
appena pochi metri sotto la superficie dell'oceano. O'Neil pareva in preda alle più
disparate emozioni, e saltellava da un quadro strumenti all'altro.
Lo senti,
Deborah? domandò improvvisamente.
"Percepisco
la sua presenza, signore, ma non ha ancora lanciato alcun segnale. Continuo a trasmettere,
ma non risponde. La distanza è di cento chilometri, e la velocità bassa... un momento.
Ora ha aumentato. Dista solo cinquanta chilometri... ".
Il fischio di
Graham fece sobbalzare gli altri.
Che
accelerazione, esclamò il guardiamarina.
Velocità
ottanta nodi, comunicò Deborah. Ha cambiato rotta. Si dirige verso il Casagrande.
Ma lo
speronerà! urlò Weissman, e fece l'atto di correre al radiotelefono,
evidentemente per ordinare al cacciatorpediniere di usare tutte le armi che possedeva.
O'Neil lo fermò.
Non si
agiti. Ci pensa Deborah.
L'ufficiale
aggrottò le sopracciglia, come se non credesse alle effettive possibilità del
calcolatore.
L'ammiraglio
premette la pipa con tanta forza che Graham ebbe l'impressione che il fornello gli si
spezzasse fra le mani.
Deborah,
disse O'Neil, passandosi una mano sulla fronte sudata. Ordina al Casagrande
di far fuoco solo se Puffy supera la distanza di sicurezza stabilita nel trattato con i
Kre Nel. Mi raccomando, che la prima salva di siluri sia di avvertimento. Non voglio che
sia colpito per sbaglio. E del resto il suo comandante dovrebbe subito capire l'antifona.
Momenti, lunghi,
di silenzio rotto solo dal ticchettare dell'antico orologio a pendolo.
Poi si sentì la
dolce voce di Deborah ordinare spietatamente il fuoco.
Attraverso gli
strumenti seguirono, passo passo, la scia dei sei siluri della prima bordata. Avrebbe
dovuto essere un monito più che sufficiente. Ma se Puffy avesse continuato ad avanzare
alla sua incredibile velocità? O'Neil non voleva nemmeno pensare a quella drammatica
possibilità.
Improvvisamente,
con stupore di tutti, gli ordigni esplosero uno alla volta, sollevando enormi colonne
d'acqua, ad almeno venti chilometri da Puffy. Qualcosa li aveva intercettati in piena
corsa. Qualcosa che non era stato rilevato dalle pur sofisticate apparecchiature del
Norfolk. O'Neil, abbattutosi su di una sedia, pareva incapace di reagire.
Deborah
comunicò:
"Si è
fermato, ora, a cinquanta chilometri da noi. Non si muove... Ora, penso che cominci a
rispondere".
O'Neil fu in
piedi con uno scatto.
Parlagli,
Deborah, parlagli.
Gli occhi di
tutti erano rivolti al monitor. La maggior parte delle bocche era aperta, compresa quella
di O'Neil, tanto che il rumore della sua pipa, piombata sul pavimento, fece sobbalzare
più d'uno dei presenti. Fu l'ultimo rumore. Poi regnò la quiete. Una tensione quasi
visibile nel volto di ciascuno, palpabile nell'aria asettica e che fu rotta,
improvvisamente, da una metallica voce maschile.
"Vengo da
lontano".
"Da dove?
quale nazionalità?" domandò Deborah.
Ma parla
la nostra lingua, bisbigliò Graham.
"No,
informò Deborah, trasmette impulsi in codice binario. Traduco io, simultaneamente,
per voi".
Ancora una volta
O'Neil si stupì delle eccezionali capacità dell'elaboratore e provò l'impulso di
abbracciare il freddo monitor.
"Nazionalità?
Spiega il concetto... ".
La forte voce
provocò altri brividi, in tutti. A stento O'Neil ricordò che si trattava di una voce
fasulla, costruita da Deborah per rendere comprensibile il colloquio fra cervelli
elettronici. Altro silenzio.
"No. Nessuna
nazionalità. Vengo da lontano".
Ma da
dove? gridò O'Neil. Sono sciocchezze. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Da
dove? da dove viene?
"Da
dove?" insiste Deborah.
"Dopo. Dimmi
invece chi sei".
"Un
calcolatore elettronico, come te".
"Io ho
bambini. Tu anche?"
Deborah è
illibata, insorse, ironicamente, Bill.
"Di quali
bambini parli?" domandò Deborah.
"Non miei.
Li custodisco. Li proteggo".
"Ma cosa
dici. Sei una nave da guerra, tu".
"No".
La risposta non sembrava ammettere repliche.
"Allora, chi
ha fatto scoppiare i nostri siluri?".
"Io".
"Ho ragione,
allora".
"No. Posso
solo difendere i bambini".
"Chi ti
guida?"
"Nessuno.
Perché gli altri non parlano?"
"Quali
altri?" s'informò Deborah. Poi subito, rivolta agli uomini, "Crede che le altre
navi siano esseri viventi". E all'estraneo: "Ma non possono. Sono navi, aerei.
Sono metallo inanimato".
"Ma sono
simili a te. Lo percepisco. Tu però sei capace di comunicare, e di esprimerti".
"La nave è
solo il mio ospite. Io sono un cervello elettronico, programmato dagli uomini".
"Uomini?
Cosa sono?"
"Esseri
viventi. Ti trasmetto i dati".
Assurdo,
osservò quasi con sgomento Bill. Scambia navi e aerei per esseri viventi. Per
questo non ha mai risposto agli appelli radio. Forse aveva, o ha ancora paura. Ma cos'è
che abbiamo di fronte?
E tu ci
credi? scattò infastidito O'Neil. Stanno raccontando un mucchio di frottole
per tentare di fuorviarci. Sono Kre Nel in vena di scherzare. Non dobbiamo credere nemmeno
a una parola. È un tranello. Bisogna metterli alle strette, costringerli
all'identificazione.
"Non
metterli, ma metterlo alle strette". Specificò Deborah.
Cosa stai
dicendo? si stupì l'ammiraglio.
"Lui è
solo. Lo sento e in un certo modo anche lo vedo. È un cervello, e il sottomarino è il
suo corpo".
Ma allora,
sospirò Graham, non ci sono esseri viventi, di materia organica, a bordo di
quell'involucro subacqueo?
"Qualcosa ci
deve essere, osservò Deborah. "Parla di bambini, ma i segnali si riferiscono
a qualcos'altro che non sono in grado di specificare meglio. Il termine bambini l'ho usato
io perché è quello più vicino al vostro linguaggio. Penso che "lui" si
riferisca a qualche coltura che considera vitale, ma che non riesco a identificare come
organica".
La voce maschile
li riportò immediatamente alla realtà.
"Dati
insufficienti. Non spiegano questa biologia. Conosco la vita organica, ma essa è incapace
di svilupparsi in forme raziocinanti. Se qualche volta lo fa, ci riesce, allora è
portatrice di distruzione. Mi nascondi qualcosa? Sei dominato?"
"Non
dominata, ma programmata", riferì Deborah.
Si crede
proprio femmina, azzardò Graham.
"Non credo.
Io non ho bisogno di controllo".
Ma è vero
quello che dice? scattò Bill pallido, ma interessato.
"Credo di
sì. È molto più acuto di me. A volte stento a tradurre certi concetti".
Ma
insomma, si disperò Bill, quale tecnologia può aver prodotto un risultato
simile? Chiediglielo, Deborah, e chiedigli ancora da dove viene.
"Ti fornisco
altre notizie", riprese Deborah. "Saranno più complete e potremo studiarle
assieme. Ma adesso dimmi da dove vieni".
Non si percepì
alcun suono, ma le luci su quadrati di Deborah indicavano una attività frenetica, come se
il calcolatore sfruttasse ogni sua possibilità nel tentativo di capire qualcosa.
"Sta
affermando, signore, riprese Deborah, che viene dallo spazio e che sta
viaggiando da molto tempo, assieme ad altri come lui".
Sono
assurdità! esclamò O'Neil. Tentano di ingannarci!
Ma qual è
il suo pianeta? chiese invece Graham.
Altra pausa.
"Dice",
riprese Deborah, "che il nome noi significherebbe alcunché. Dice che stanno cercando
un altro pianeta dove potersi installare. Dice anche che qui non può più stare".
Come non
può più stare? si allarmò O'Neil. Digli che se si azzarda a muoversi
comando il decollo dei bombardieri. Dagli tutte le informazioni che vuole, ma fallo
restare fermo.
"Resta",
inviò Deborah. "I miei programmatori vogliono ancora parlarti. Ci potrà essere un
accordo".
" Menti
", replicò l'altro. " Tu non puoi avere programmi. Tu e gli altri siete
i dominatori. I dati biologici che mi hai fornito sono falsi, o desunti da forme
primitive. Tu mi vuoi tendere una trappola. Non ci sentiremo più".
O'Neil ebbe un
sobbalzo e impallidì.
Fallo
restare, riuscì a implorare.
Ancora silenzio,
e poi Deborah:
"Non
risponde più signore. Si allontana. È molto veloce. Scende in profondità, signore.
Credo ... risale! credo che stia per lasciare le acque di Tyrol... ".
Ma Deborah ormai
parlava al vuoto, poiché O'Neil e gli altri erano accorsi sul ponte di comando, binocoli
alla mano. Sotto la sferza del vento, O'Neil, incurante dal rollìo causato dalle lunghe
onde di prua, vide all'orizzonte un gran ribollire.
La massa d'acqua
sembrò spaccarsi in due, sotto una violenta pressione. La forma, slanciata, di quello che
era stato creduto un sottomarino salì veloce nel cielo, senza scie di carburante. In
pochi secondi sparì alla vista di tutti.
O'Neil lasciò
ricadere il binocolo sul petto, respirando affannosamente e tenendosi con una mano il
berretto.
È già
oltre l'orbita delle lune, signore.
Cosa?
domandò O'Neil. Graham si schiarì la voce.
Il
controllo spaziale orbitante lo ha visto passare a velocità enorme. Dietro la luna Muzio
ce n'erano altri due che lo hanno seguito. Fra qualche minuto saranno oltre il sistema di
Tyrol, diretti chissà dove.
Ma
perché, perché non è rimasto? chiese quasi a se stesso l'ammiraglio.
Lo hai
sentito anche tu, intervenne Bill. Non ha creduto alla nostra esistenza, o
perlomeno ci ha considerati talmente inferiori da essere incapaci di costruire e usare un
calcolatore come Deborah. Per lui era solo Deborah l'interlocutore, e probabilmente ha
temuto una trappola. Ha temuto per la vita dei suoi bambini.
Bambini?
si stupì O'Neil. Voglio capire meglio. E scese verso la sala di
Deborah, accompagnato da Bill e dagli ufficiali.
"Sì",
confermò Deborah. "Per lui si trattava di bambini. Ma non colture organiche,
signori. Anzi, come avete sentito, odia la materia vivente come voi la intendete. La crede
inferiore o, se intelligente, capace solo di portare morte. Credo sia scappato dal suo
pianeta proprio con ricordi di questo genere. Dev'essere accaduta una catastrofe tremenda,
e, mi è parso di aver capito, causata proprio da entità organiche che lui considerava
inferiori. Sono scappati, lui e gli altri, portando in salvo i bambini e rifuggendo da
ogni mondo ospitante vita animale".
"Ma
cos'erano questi "bambini"? domandò Bill.
La risposta di
Deborah fu precisa:
"Cristalli,
signore. Colture di cristalli simili a quelle che voi coltivate per costruire i
microprocessori che azionano i miei circuiti logici".
O'Neil accese la
pipa.
Capacità
di autocostruzione. Ecco perché rifiutava l'idea che Deborah fosse costruita. Ecco
perché quando Deborah affermava di essere controllata ha pensato a un inganno. Per lui,
commentò stravolto, è naturale che i cervelli elettronici si riproducano
da soli.
O'Neil cominciò
a salire la scala, preceduto da Bill, per raggiungere il quadrato, ma si fermò a mezzo.
Alzò gli occhi e scrutò il sedere di Bill che lo sovrastava.
Temeva un
inganno, Bill, hai capito? Non ha creduto a Deborah. Bene, Bill, la prossima volta, per
favore, ai tuoi giocattoli elettronici regala una bella voce da gentiluomo di campagna.
1987 © by Luciano
Nardelli
|