FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXII - febbraio 2010 - n.55 (nuova serie)

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Future Shock n.55

Editoriale

Narrativa

L'ultimo spettacolo di Fabio Massa;

Sub baby-sitter di Luciano Nardelli;

Judy Bow di Annarita Petrino

Che cos'è l'oggetto misterioso che, a incredibile velocità, si muove nelle profondità marine del pianeta Tyrol? Per risolvere l'enigma, i terrestri trasformano una vecchia carretta del mare in un sofisticato cervello elettronico. Riusciranno i nostri eroi a chiarire la natura e gli scopi del manufatto alieno? È, questo, il primo racconto di Luciano Nardelli, apparso sul n.2 di "Future Shock" (aprile 1987). Lo pubblichiamo in ricordo del caro amico Luciano, che è volato in cielo, lasciandoci sgomenti e addolorati, il 30 agosto 2006.

Sub baby-sitter

                                              di     Luciano Nardelli

 

Senza nemmeno pensare di bussare, Graham irruppe correndo nella stanza, e ancora ansante gettò il telex sulla scrivania di O'Neil. Non riuscì a guardare il suo superiore, perché incespicò nel cestino delle immondizie e cadde a terra lungo disteso. La foga l'aveva tradito. Non s'era avveduto di quel diabolico cilindro metallico che spuntava, come in agguato, da dietro l'angolo della scrivania.

Graham provò due sensazioni. Quella non piacevole del contatto con un robusto marine, che lo sollevò di peso, e senza troppe attenzioni, e quella, ancora più sgradevole, della voce glaciale di O'Neil.

— Qualcosa di rotto? —

Efrem Graham, guardiamarina, ghignò, più che sorridere.

— Nossignore, grazie. —

Frenò l'impulso di sferrare una gomitata all'energumeno che ancora lo teneva in una specie di presa da lotta libera.

— Vada pure, Glenn. —

O'Neil congedò così il marinaio, senza però smettere di scrutare quell'esemplare di ufficiale sudato, con la cravatta storta. Lo sbatter di tacchi fece sussultare Graham, ma ancor più lo sconvolse la frase consistente in un formale "Si accomodi, prego".

La poltrona di vimini era rigida, senza cuscini, ma pensò che dopotutto l'amministrazione militare non poteva avere i gusti o i riguardi di una brava massaia.

Tentò un sorriso. Ne uscì una smorfia,

Di fronte a un tipo come O'Neil, l'unico atteggiamento plausibile sembrava quello di restare impalati, come una qualsiasi suppellettile.

Duro, asciutto, capelli che un tempo dovevano essere stati biondi, O'Neil avrebbe potuto già godersi, probabilmente, la pensione da tempo. Al contrario, ricopriva l'alto e delicato incarico di ammiraglio controllore delle fattorie sottomarine dislocate lungo la frastagliate coste delle Isole Nere, unici lembi di terra che, oltre alle due masse continentali, affioravano dagli oceani di Tyrol.

Un comando impegnativo, forse meglio adatto a un uomo più giovane. Ma era stato, invece, affidato a O'Neil, che lo aveva ottenuto facilmente, convincendo varie berrette gallonate che i giovani, come Graham stesso ad esempio, vedendo unità Kre Nel incrociare a piccolo vapore nelle acque di Nueva Cartagena, avrebbero pensato a un ben riu-scito scherzo di carnevale.

O'Neil prese il telex, ma non lo lesse subito. Si rivolse invece ancora a Graham scherzosamente (ma fino a che punto l'ammiraglio celiava?) chiedendogli se avesse considerato la possibilità di iscriversi a un campionato di arrampicata su scale, visto che aveva percorso cinque piani in pochi secondi, come risultava da una controllo dell'ora di ricezione del telegramma. Poi gli significò che l'ascensore non era guasto.

Graham maledì il capostipite dei disattenti, che doveva essere strettamente imparentato con quello degli imbecilli.

L'arrivo di un messaggio di quella natura, e per di più in una tranquilla mattinata domenicale, l'aveva emozionato al punto da non pensare a quella specie di rudimentale saliscendi, che qualcuno si ostinava ancora a chiamare ascensore.

Ma O'Neil stava già leggendo il foglio, e questo concesse a Graham qualche attimo di tregua. Conosceva il contenuto di quelle poche righe: un idrovolante, un arcaico, ma robusto Catalina, aveva scoperto Puffy e sembrava che il sottomarino si stesse dirigendo a gran velocità verso lo stretto di Mandù, città capoluogo delle Isole Nere.

Puffy era il nome in codice imposto al misterioso mezzo subacqueo che, da alcune settimane, stava scorrazzando nella zona delle Isole, pare facendosi beffe di ogni unità che aveva tentato di seguirlo.

— Ci siamo, — commentò freddamente O'Neil, abbandonando il telex sul ripiano d'ebano lucido della scrivania. — È Kre Nel, e stavolta non riuscirà a scappare. —

L'ammiraglio non si era rivolto a Graham. Si era limitato a scrutare un punto ignoto, alla convergenza fra le sue pupille. Dopo essere uscito, perché il comandante si era impossessato del telefono, Graham pensò che nel messaggio non c'era alcun accenno al fatto che il sottomarino fosse o meno Kre Nel. Lieto comunque di essersi scaricato da ogni responsabilità, Graham si diresse fischiettando verso l'ufficio delle ausiliarie. Era domenica. Perché non tentare di distrarsi un po'?

*    *    *

Graham uscì dalla tuga, avvicinandosi rispettosamente a O'Neil che, pipa tra le labbra, stava fissando la linea dell'orizzonte. Il mare, tranquillo, si esibiva in mille riflessi luccicanti, frutto dei raggi dell'astro diurno sulla via del tramonto.

Il guardacoste era fermo. Le pinne stabilizzatrici impedivano quel fastidioso rollìo che aveva sempre consigliato Graham di evitare incarichi sulle navi. Stavolta non aveva potuto esimersi, ma perlomeno l'oceano sembrava deciso a essere clemente.

— L'idrovolante lo ha perso, — comunicò laconicamente.

Con i gomiti appoggiati alla paratìa, O'Neil rispose senza cambiar posizione:

— Non me ne sorprendo, — borbottò. — Sono molto furbi. — Si tolse il berretto, passò una mano sulla testa e aspirò una boccata. Il puzzo di tabacco trinciato costrinse il naso di Graham ad arricciarsi, come fosse dotato di propria libera volontà.

— Com'è successo? — interrogò l'ammiraglio.

— Il pilota ha detto che non l'ha più visto. Ha sorvolato la zona anche a bassa quota, ma non ne ha più trovato traccia, proprio come se Puffy si fosse volatilizzato. —

— I fondali sono profondi, — commentò O'Neil, voltandosi e appoggiando la schiena alla paratìa, — ma non tanto da nascondere una simile massa. Quale trucco avranno usato? —

Graham ebbe un gesto sconsolato, a testimonianza della sua ignoranza.

O'Neil fumò rabbiosamente.

— Mai piaciuto giocare a nascondino, — affermò, e poi, cambiando tono: — Notizie dalla squadra? —

Graham si domandò se al suo superiore veramente potesse mai essere piaciuto qualche altro gioco che non fosse quello della guerra. Poi rispose:

— Sissignore. Il Norfolk e i cacciatorpediniere saranno in zona fra due giorni, pronti a bloccare lo stretto di Mandù. —

O'Neil ebbe un moto di indifferenza.

— Tutto inutile, se prima non lo ritroviamo. — Guardò l'acqua, quasi con rabbia. — Se non s'è nascosto sul fondo, dev'essere scappato. Ma che velocità può avere per eludere così presto il controllo di un aereo? Deve essere stata questione di pochi secondi. Se almeno il pilota avesse potuto stimare il tempo di immersione. —

— Non ha aggiunto altro a quello che le ho riferito, signore, — confermò Graham.

— Ciò significa che quasi non se ne è accorto. Fa niente, impiegheremo gli strumenti di profondità. Rientriamo alla base, adesso, e raccomandi alle altre stazioni la massima vigilanza. Domani terremo rapporto alle fattorie sottomarine. —

Ricevute quelle istruzioni, Graham salutò e rientrò al coperto. O'Neil cominciò a misurare a grandi passi la lunghezza del ponte, mentre il guardacoste volgeva la prua a terra.

Ci sarebbe voluta almeno un'ora prima dell'approdo. A onor del vero, vista la quantità di armi pesanti installata a bordo, più che di una semplice vedetta si trattava di una cannoniera. Anche per questo motivo l'ammiraglio poteva disporre di una cabina spaziosa e isolata.

Perché non rifugiarvisi?

II vento, che in quella zona di Tyrol sempre accompagnava il tramonto, cominciava a irrobustirsi in maniera irrispettosa. Un motivo di più per gustare un cognac di marca davanti alla televisione. Doveva essere proprio in tempo per il primo notiziario della sera.

Dopo un cenno di saluto ai marinai di guardia, O'Neil si avviò. Due rampe di scala metallica lo condussero alla sua porta. Soliti gesti meccanici per mettersi a suo agio, per ricaricare la pipa, per versare il cognac e per accendere l'apparecchio televisivo, e poi finalmente un po' di distensione.

*    *    *

Notizie a non finire, come sempre, da mezza galassia. Come sempre. O meglio, da quando la propulsione Vigger (qualcosa, come gli era parso di capire, che aveva a che fare con curve e rette intrecciate nel vuoto) consentiva di mandare in giro per l'universo masse enormi di materiali e uomini come un comune pacco postale senza l'ufficialità sancita dal francobollo, e con costi relativamente irrisori.

Il signor Vigger non era stato il primo a mettere la sua firma a quel progetto. Gli uomini se n'erano accorti quand'erano cominciate ad arrivare le prime, simboliche fatture di diritto di pedaggio per sbarcare su questo o quel mondo, quando ancora gli alberi sembravano agli uomini non il riparo per un idillìaco spuntino con la fidanzata, ma una casa sicura e confortevole.

Tra gente che va e gente che viene, non c'è altro da fare che intrufolarsi nel mezzo se non si vuole restare senza corrente guida. Così, mentre gli scienziati si davano da fare per dimostrare agli alieni quanto erano acuti e capaci, i politici si pavoneggiavano per mettere in mostra la propria abilità e astuzia e gli umanisti si scervellavano in impossibili giochi filosofici, qualcuno che aveva meno impegni intellettuali aveva pensato bene di dare una raddrizzata al timone di una barca che minacciava di naufragare già nelle acque del proprio porto.

I mercanti.

O'Neil sorrise, e sorseggiò il cognac senza nemmeno accorgersi di quali immagini gli offrisse la televisione.

Mercanti?

No. Le dizioni giuste erano commercianti, spedizionieri, e così via, anche se lo spirito era lo stesso.

I più intraprendenti tra loro avevano proposto ai loro colleghi alieni il gioco più antico del mondo, quello del Tu dai una cosa a me e io dò una cosa a te. Non sulla base di conchiglie o di sale, ma di qualcosa di più consistente. Così nello spazio non si erano intrecciate più solo le curve e le rette della propulsione Vigger, ma anche i colli di mercanzia con le più disparate bollette doganali.

O'Neil aveva abbastanza galloni sulla giubba, considerato che il motore Vigger aveva mosso i primi passi quando lui assicurava il suo papà di essere destinato a divenire un grande pompiere, per ricordare che non tutto era stato facile.

II libro mastro, rivalutato rispetto ad esperienze umane di più nobile origine, e grazie a introiti mercantili non indifferenti, l'aveva comunque ben presto spuntata e l'impresa era stata coronata dal successo quando i suoi intraprendenti sostenitori avevano almeno visto accolto il principio secondo cui la Terra, per non essere cancellata economicamente, doveva costituire un'unica barriera doganale e, possibilmente, anche un'unica entità politica.

Qualcosa del genere era già accaduto in Europa, con un processo lento, di decenni. Ma l'Europa di ieri l'altro parlava a se stessa, non a qualcuno venuto da chissà dove come invece doveva fare la Terra del giovanissimo O'Neil pompiere. Così, tra una rinuncia ideologica qua e un'altra là, gli extraterrestri, che nel guazzabuglio di lingue e nazionalità sembravano intravvedere la possibilità di colonizzare l'intero pianeta, si erano invece trovati un bel giorno di fronte a un mondo unito e conscio delle proprie intenzioni. Non che fosse stato facile.

C'erano state baruffe così astiose, maligne e pericolosamente letali per il progetto che al confronto quelle descritte dal grande Goldoni erano sembrate un manuale per debuttanti in società.

Ma s'era fatto. Grazie alla buona volontà di tutti, certamente, ma grazie anche a quelle figure a volte inusitate che affollavano le vie delle grandi città del globo come quelle dei piccoli villaggi, e che ricordavano a tutti, e tanto, le poco rassicuranti visioni che affollavano la mente bambina quando, dormendo, sogna non l'appetitosa cena o la serenità del parco giochi, ma i protagonisti delle favole della nonna, e rabbrividisce nel sonno non più innocente.

O'Neil aveva ripudiato da non molto la sua vocazione di pompiere quando la Terra, un bebé contabile rispetto ai colossi produttivi multiplanetari, s'era imbattuta nella sua più grande occasione: Tyrol.

O'Neil spense il televisore. Finì il cognac, ma se ne versò un'altra e generosa dose.

Anche nel caso Tyrol il mercante aveva avuto il suo ruolo vincente. In una memorabile serata di bisboccia, in una oscura bettola delle parti di Altair, un galantuomo aveva stretto fraterna amicizia con quattro fusiformi Vanadj (ma perché vanno sempre quattro a quattro?).

Loro avevano gradito talmente la compagnia, e l'alcool generosamente offerto dal terrestre, che avevano comperato, pagando con un secchio di sonanti zecchini d'oro una partita di camicie di seta (?) stampata a colori vivaci e che mai avrebbero potuto usare, se non come fazzoletti, visto che non possedevano braccia, ma tozze pinne. Il naso ce l'avevano, sì, e anche voluminoso, ma come soffiarselo sott'acqua visto che i fondali marini erano il loro ambiente naturale?

Non importa. Il fatto è che i Vanadj avevano fatto caricare il tutto in un compartimento stagno e asciutto, annesso alla grande vasca che era il loro mezzo naturale di trasporto sui mondi non acquatici. Probabilmente intendevano fare un dono a qualche amico alieno munito di braccia. Felici del bell'imbroglio, i Vanadj avevano voluto premiare ulteriormente il commerciante terrestre raccontandogli tutto sul bel mondo semisconosciuto, dove avevano appena trascorso una splendida vacanza e che però minacciava di diventare possesso dei feroci Kre Nel, i cui avamposti pareva fossero già stati installati su di uno dei due continenti. Il terrestre aveva continuato a versare generosamente ampolle d'alcool nell'acqua della vasca-casa fino a quando i Vanadj, sempre con l'ausilio dell'interprete elettronico, non avevano scucito anche le coordinate del favoloso pianeta.

Salutata l'allegra compagnia, e lasciata pagata un'altra bevuta per l'indomani, il galantuomo aveva sfruttato appieno l'invenzione del signor Vigger e in men che non si dica aveva organizzato il viaggio Terra-Mistero (così aveva battezzato il mondo sconosciuto) per una poderosa spedizione mercantile con tanto di bandiere in testa. Bandiere ben poco apprezzate dai Kre Nel quando le avevano scoperte proprio nel momento in cui abbandonavano il continente avamposto per occupare le altre terre emerse.

I battibecchi non erano mancati. Ma fare la guerra per un pianeta apparentemente apprezzato dai fusiformi Vanadi per le loro ferie? No, non era nello stile dei Kre Nel l'azzuffarsi per una palla d'acqua che poteva, sotto il profilo turistico, ben essere sfruttata da due gestioni tra loro antagoniste.

Anzi (ragionamento comune Terra-Kre Nel) dalla concorrenza poteva scaturire un incentivo in più per i vanitosi Vanadj che, come tutti sapevano, pagavano sempre in oro e siccome viaggiavano sempre in quartetto, avrebbero anche tranquillamente sborsato il corrispettivo di un biglietto quadruplo.

Mistero, però, con disappunto del suo Colombo, il gentiluomo commerciante, non sembrava un nome gradito né ai terrestri né ai Kre Nel. Ci aveva posto rimedio la pecora nera della famiglia, ossia un certo signor Luns che, anziché seguire, come tutto il parentado, i ferrei comandamenti della contabilità a ricalco, s'era abbandonato alla vocazione del naturalista. Dietro s'era portato un codazzo di altri studiosi e il gruppetto, mentre commercianti terrestri e Kre Nel bisticciavano sul destino di un metro quadrato di terra, aveva dato vita alle prime perlustrazioni e i suoi componenti avevano svolto insieme le mansioni di esploratori, pionieri e colonizzatori. Era spettato a Luns il diritto di scegliere il nuovo nome di Mistero, ed egli aveva dedicato il pianeta alla sua terra d'origine, il Tirolo. Da qui il nome di Tyrol.

Tyrol, distante settanta anni luce dalla Terra, aveva riservato molte più sorprese ai terrestri che ai Kre Nel, in quanto i mari appartenenti a questi ultimi erano relativamente aridi e poco pescosi.

Quelli terrestri invece... altro che turismo per i Vanadj!

Già le due lune di Tyrol, battezzate da uno studioso italiano una Muzio Scevola e l'altra Orazio Coclite, avevano rivelato giacimenti di metalli volgari, ma utilissimi alla tecnologia. Il mare di Tyrol, poi: piante e animali marini di varia utilità, dalle alghe gialle (balsami curativi per reumatismi e così via) ai granchi giganti (carne a volontà), dagli squali sauro (pelli, borsette, scarpe per mezza galassia) ai minerali preziosi. E così avanti, con i prodotti più insoliti per le specie intelligenti più incredibili, fino a giungere agli straordinari Carlini, mammiferi acquatici il cui ventre conteneva uno dei tesori più preziosi: l'ambra nera.

Quando i Kre Nel si erano accorti di quello che avevano letteralmente regalato ai terrestri, avevano tentato di scannarsi a vicenda dopo essersi insultati e scambiati accuse di colpe inimmaginabili. Il buon senso fra i Kre Nel era prevalso solo dopo qualche morto, onorato poi con esequie regali. Da allora, i Kre Nel avevano cominciato a insidiare le acque terrestri per mettere mano, o meglio zampe pelose, su qualche Carlino isolato, per raccogliere alghe gialle o per rubare granchi e squalosauri. Le contromisure terrestri non si erano fatte attendere. Non c'era certamente il tempo per costruire flotte, né spaziali né marine tipo romanzo di fantascienza, ossia con navi snelle e lustre. Per contro la propulsione Vigger permetteva di scaricare su Tyrol ogni nave radiata dai ranghi, ma capace, con qualche rattoppo, di tenere il mare e soprattutto di portare missili e cannoni. E così era stato fatto.

O'Neil finì il secondo cognac e riaccese la pipa. Ora la situazione stava peggiorando. I Kre Nel diventavano sempre più audaci. Quel misterioso sottomarino, Puffy in codice, secondo l'ammiraglio era sicuramente una nuova trovata dei Kre Nel. Ma come provarlo? Solo catturandolo o... affondandolo.

Ma così facendo sarebbe scoppiato qualcosa di peggio di un incidente. Nell'aria c'era minaccia di un grave incendio che avrebbe potuto dilagare anche oltre Tyrol. Ma lui, dopotutto, non aveva promesso al suo papà di diventare il migliore dei pompieri?

*    *    *

Le fattorie sottomarine che popolavano i ricchi fondali dello stretto di Mandù, erano già state messe in allarme circa la pericolosa vicinanza di Puffy, e Graham non riusciva a capire perché fosse necessaria anche una ispezione personale da parte dell'ammiraglio. Passare una buona mezza giornata chiuso in un batiscafo di profondità con la sola compagnia di O'Neil e dei due uomini di equipaggio non era certamente una prospettiva allegra.

La navigazione subacquea non era mai stata al centro delle aspirazioni del giovane ufficiale. Graham doveva ammettere però che certi scorci di quel paesaggio fluido, dai colori tenui, a malapena vivacizzati dai fasci di luce eruttati dai grandi proiettori, erano di una bellezza incomparabile.

Le cupole, non più di una decina, erano disseminate lungo quello stretto che separava in due le Isole Nere. Quella zona era stata scelta per due motivi. Anzitutto, perché era percorsa da nord a sud da una corrente tiepida che favoriva la crescita della flora sottomarina e di conseguenza forniva pascolo abbondante a numerose specie di animali acquatici. In secondo luogo, la piattaforma sommersa, o zoccolo delle isole, era irta di grandi grotte, per cui non era stato necessario costruire interamente le cupole, ma era bastato ricoprire di robuste pareti trasparenti, a chiusura ermetica, le caverne naturali.

In quelle cupole i terrestri coltivavano non solo particolari tipi di alghe commestibili o coralli per oreficeria, ma anche e soprattutto allevavano i pompos, pesciolini argentei, vivaci e grassottelli che erano il principale alimento dei grandi e maestosi Carlini.

I pompos erano un piatto prelibato anche per molta altra gente nella galassia, come per esempio i ciarlieri Vanadj che avevano raccontato il segreto di Tyrol.

Al palato umano, invece, quei pesci erano assolutamente indifferenti, se non addirittura sgradevoli.

Comunque, riflettè Graham mentre sorseggiava l'ennesima bibita nel ventre del panciuto batiscafo, il fatto che i pompos fossero allevati, nutriti e ben protetti all'interno delle fattorie rappresentava una vera manna per i Carlini, non più costretti ad azzuffarsi con i voraci squalosauri per poter mangiare. E questo significava tanti più Carlini vivi e tanta più ambra nera a portata di mano.

I Carlini, rifletté Graham, erano in fondo il vero tesoro di Tyrol, sfruttato dagli uomini e bramato dai Kre Nel. Il loro nome derivava da quello dello scienziato italiano che per primo li aveva avvicinati e studiati.

Grandi all'incirca come un'orca marina della Terra, questi intelligenti e socievoli mammiferi acquatici non vivevano certamente in un ambiente confortevole, considerate le continue minacce di squalosauri, granchi giganti e seppie camaleonte che nascondevano la loro ciclopica mole mimetizzandosi fra le rocce del fondo. L'arrivo degli uomini e soprattutto gli studi accurati e immediati svolti dal Carlini, avevano messo sottosopra la vita di società negli oceani di Tyrol; nel senso che ora si vedevano molti Carlini di meno galleggiare a pancia all'aria, semidivorati da qualche mastodontico avversario.

Nelle cupole non c'erano soltanto pompos, ma anche rifugi sicuri per partorire, magari con l'assistenza di qualche ostetrico umano. Genitori e piccoli potevano poi restare al sicuro nella grotta per quanto volevano. In questa convivenza con l'uomo c'era un solo inconveniente per gli agili e brillanti Carlini: le sale operatorie, legate strettamente al prelievo dell'ambra nera. Questa materia, rintracciabile facilmente in ogni Carlino giovane o adulto, era ricercata in tutti i mercati della galassia per gli usi più disparati, dai profumi ai rivestimenti dei pannelli per la captazione di energia solare, dall'oreficeria artistica alla realizzazione di componenti per impianti ad alta tecnologia.

Come la perla per l'ostrica, così anche l'ambra nera del Carlino era una difesa naturale contro l'ingestione di corpi estranei e laceranti, nocivi ai tessuti interni. Voraci com'erano, data la loro mole e la formidabile dentatura, i Carlini, scorrazzavano liberi lungo i mari di Tyrol, ingurgitavano gruppi interi di pompos, assieme a mirìadi di rifiuti di ogni specie, a volte anche taglienti e quindi pericolosi. Alle prime fitte di dolore l'animale secerneva da speciali ghiandole l'ambra nera, molle e al tempo stesso consistente, che avvolgeva l'intruso impedendo danni peggiori. L'ambra nera prodotta aveva una massa notevole. Per rimuoverla gli uomini non usavano più lo sbrigativo e crudele sistema un tempo in voga fra i balenieri nella caccia al capodoglio.

Non uccidevano l'animale, ma lo operavano in speciali sale, asportando chirurgicamente la massa d'ambra e rimettendo in sesto la bestia che dopo una breve convalescenza poteva tranquillamente riprendere il mare. Quando gli uomini si erano accorti che i Carlini frequentatori delle cupole sotterranee in fondo all'oceano non producevano molta ambra nera causa l'ambiente privo di rifiuti pericolosi, allora avevano, per non inquinare l'ambiente, disseminato all'interno delle cupole, o meglio in quelle zone denominate mangiatoie, varie specie di semigalleggianti, taglienti o spinosi, a forma di altri piccoli animali marini. Ma per fortuna questo i Carlini non lo sapevano.

La radio interruppe le riflessioni di Graham a quel punto. Una voce annunciò il prossimo ingresso del loro batiscafo in un'altra cupola.

Di cupola in cupola, O'Neil tenne rapporto a ufficiali e subalterni, ammonendoli sulle misure cautelative da mettere in opera nel caso fosse stato avvistato Puffy.

Graham si sentì liberato quando la stessa radio annunciò, dopo molte ore, l'ingresso di una squadra navale nelle acque dello stretto di Mandù.

Bisognava risalire.

Ritrovarsi sul ponte dell'incrociatore Norfolk, per O'Neil, significava rinascere. Risentire il familiare trillo del nostromo, all'arrivo sottobordo, gli aveva fatto scordare ogni preoccupazione, e del resto anch'egli, oltre a Graham, aveva lasciato volentieri l'ambiente chiuso del batiscafo. Ora, aiutato dalle poderose strutture dell'incrociatore, doveva pensare solo a far venire a galla Puffy. Cosa non facile, considerato che del sottomarino s'era perduta ogni traccia. Subito dopo il loro imbarco sul Norfolk, s'era scatenato un finimondo atmosferico.

Nei due giorni susseguenti alle violente bufere di Tyrol, in cui gli elementi incontrollabili avevano impedito agli aerei di decollare, O'Neil aveva messo a punto il suo piano. Con pazienza, perché i disturbi dell'etere erano stati di eccezionale entità, Graham aveva trasmesso l'elaborato all'Ammiragliato a Nueva Cartagena. La proposta era stata accolta. Ora non restava che aspettare e tendere l'agguato su quel mondo a settanta anni luce dalla Terra.

*    *    *

— Vecchio mio, — sbottò O'Neil a voce alta, battendo una mano sulla corazza del ponte e stirandosi poi le braccia. Strinse la pipa fra i denti, aspirò a lungo — Solo dopo, — continuò, — solo dopo sapranno perché ho scelto te. Solo dopo capiranno il perché tu, e non altri, puoi farcela... —

— Diceva, signore?... —

O'Neil si scosse, e squadrò sorpreso la figura di Graham.

— Cosa fa qui, lei? — brontolò. L'ufficiale, imbarazzato, non ebbe nemmeno il tempo di formulare una risposta.

— Lasci perdere. Non stavo farneticando da solo. Parlavo con lui. Graham, sorpreso, si guardò attorno.

— Con l'incrociatore, intendevo dire.—

— Con il Norfolk? —

O'Neil fece uscire una nube azzurrina dalla pipa.

— Certamente. Non sa che le navi hanno un'anima? Lui mi ha riconosciuto appena sono salito. Tanti anni fa ho prestato servizio proprio sul Norfolk. Per questo è stato subito approvato il mio progetto. —

— Non capisco, signore! —

O'Neil si strinse nelle spalle.

— C'è poco da capire. In alto non si vuole giungere all'identificazione di Puffy e il mezzo migliore per evitarlo è quello di assegnare l'incarico a un nostalgico come il sottoscritto e a una squadra da museo come quella del Norfolk. Il ragionamento è semplice: queste vecchie navi, secondo il comando, non ce la faranno mai a tener dietro a uno stallone selvaggio come il nostro amico. —

Graham ascoltava, incuriosito.

— Però non si è tenuto conto di un piccolo particolare. —

— E cioè, signore? —

— Che il Norfolk non è più una semplice nave. —

— E cos'è, allora? — si sorprese il guardiamarina.

O'Neil sorrise.

— Il cervello di una squadra. —

Graham fumò rabbiosamente due sigarette, l'una dietro l'altra, nel tentativo di interpretare la frase dell'ammiraglio. Il cervello di una squadra. Quale significato poteva avere quell'affermazione? Lasciò cadere oltre la paratìa il mozzicone ancora acceso, con gli occhi fissi sul globo dorato della luna Muzio. L'altro satellite, il rosso Orazio, sarebbe comparso appena fra qualche ora. Ma già i fasci dorati riflessi da Muzio donavano all'acqua una lucentezza opalescente, vivace nel punto d'impatto, e tenue là dove cominciava la dispersione. Quel letto dorato fu improvvisamente occupato da due maestosi Carlini che intrapresero una specie di danza fra i flutti. Graham indicò i grandi animali all'ammiraglio con un semplice cenno della mano.

O'Neil annuì, sorridendo.

— È anche per salvaguardare il loro diritto alla vita, — affermò, — se adesso siamo qui. —

— Che intende dire, signore? — domandò Graham, infilandosi un'altra sigaretta fra le labbra e dimenticando di accenderla.

L'ammiraglio si tolse la pipa di bocca, coprendo il fornetto con la mano sinistra, in un gesto che gli era abituale, e appoggiando i gomiti alla balaustra della paratìa.

— Noi, — disse — i Carlini li sfruttiamo, ma certamente non li sterminiamo. Pensa, signor Graham, che i Kre Nel ci metterebbero altrettanta delicatezza? che userebbero il bisturi per togliere l'ambra nera? No, si servirebbero dell'arpione, o peggio ancora delle bombe o del cannone. Sono animali da preda. Nonostante le loro astronavi, non sono cambiati da quando cacciavano nelle foreste del loro pianeta natale. Sono cresciuti tecnologicamente, Graham, non spiritualmente. Per loro, la parola preda resta sempre sinonimo di morte. I Carlini non meritano questo. Li osservi bene Graham, guardi la loro danza d'amore! —

L'ufficiale, il quale mai avrebbe sospettato che simili sentimenti albergassero nell'animo del suo burbero superiore, accese la sigaretta e guardò.

I grandi mammiferi acquatici, dal dorso bluastro, pancia bianca e pinne natatorie e caudali molto sviluppate, giocavano in acqua senza badare alla minacciosa mole del Norfolk che incrociava a piccolo vapore a poche centinaia di metri. Al contrario giocavano fra i flutti più rischiarati dalla calda luce di Muzio. Incoscienza? Fiducia? Più probabile la seconda ipotesi, convenne il guardiamarina, considerato il rapporto che li legava agli uomini. Tutti i Carlini, frequentassero o meno le cupole sottomarine, erano soliti avvicinarsi alle navi da dove, spesso, volavano giù, fra le onde, ghiotti bocconi. In qualsiasi punto dei vasti e profondi oceani di Tyrol, i Carlini non temevano l'uomo, ma anzi sembravano ricercarne la compagnia. Nessun dubbio che, fra essi, quei cetacei comunicassero, e la voce sull'affidabilità degli umani doveva essersi sparsa ben presto.

*    *    *

Nel quadrato, arredato con sobrietà non aliena da un certo stile, c'erano i due comandanti del Norfolk, un ufficiale di marina e il capotecnico. Il tenente Weissman aveva ai suoi ordini i marinai (l'originario, sparuto gruppo, era stato appena rinforzato per far fronte alla missione), mentre l'ingegner Horace Gang sovrintendeva la folta équipe di matematici, programmatori e tecnici cui era affidata la preziosa funzionalità di Deborah. In realtà erano i camici bianchi ad avere il controllo effettivo della poderosa unità da guerra. Questo perché il Norfolk, un tempo declassato come unità da combattimento, era divenuto campo di delicati esperimenti. Solo dopo il suo invio su Tyrol era stato riarmato e dotato di un equipaggio adeguato, anche se non ancora al completo.

Graham, che aveva seguito il suo capo con la testa ancora confusa, sapeva queste cose, ma non era in grado di capire la natura di quanto era avvenuto e di quanto stava accadendo a bordo. Quell'ultima frase sibillina sul ponte (il Norfolk è il cervello di una squadra), lo aveva convinto però che sul fatto l'ammiraglio doveva saperla molto lunga.

— Falso allarme, — annunciò con voce stridula Weissman. — Avevamo pensato di aver sotto controllo Puffy, ma l'abbiamo perso. Forse si trattava solo di uno squalosauro cresciutello. —

— Non esattamente, — si intromise Gang, togliendosi gli occhiali dalla pesante montatura di tartaruga. — La rapidità della scomparsa del segnale fa pensare proprio a un sottomarino. Un animale non ce l'avrebbe fatta in così poco tempo. Comunque dev'essere ancora in zona, anche se a notevole profondità. —

O' Neil si grattò una spalla, dopo essersi passato una mano sotto cappotto e giubba.

— Fra un'ora scatterà il piano. Se è qui non potrà fuggire. —

— Ne è convinto? — domandò, perplesso, Gang.

O'Neil bevve un sorso d'acqua da un bicchiere rimasto semipieno sul tavolo e lasciato là da chissà chi.

— Se mi fa parlare con Deborah, le mostrerò come faremo. — Gang si strinse nelle spalle.

— Vada pure lei, — disse, — è tutto predisposto e in sala la stanno già aspettando. Io ritorno nel mio ufficio perché ho alcuni calcoli da completare. E poi non credo di essere adatto a questo genere di cose. Quella del condottiero non è mai stata la mia vocazione.—

O'Neil colse una amara ironia in quelle parole, ma non vi diede un peso eccessivo. In fondo era solo lo sfogo di un uomo che, improvvisamente, anche se non per colpa sua, si vede esautorato dalle sue funzioni.

Quando Gang fu uscito, O'Neil si rivolse agli ufficiali.

— Dobbiamo agire al massimo delle possibilità degli uomini e dei mezzi a nostra disposizione. Ora, Weissman, fra venti minuti ordini il silenzio radio.

— Ma come faremo a comunicare con le altre unità? — insorse Graham.

O'Neil lo guardò con commiserazione.

Graham si carezzò, con violenza, il mento non ben sbarbato.

— Ma insomma, — urlò quasi, — chi è questa Deborah? —

— Venga con me, figliolo, lo invitò, divertito, l'ammiraglio.

Numerose pareti divisorie, nel capace ventre del Norfolk, erano state abbattute per ottenere un ambiente capace di ospitare Deborah. Appena entrato, Graham si rese conto, avendo conferma dei suoi sospetti, che Deborah era il nome per designare, familiarmente, un enorme elaboratore elettronico. Furono accolti da un uomo in camice bianco, alto, occhialuto. Una decina di altri tecnici si dava da fare attorno a schermi e pulsanti. Tutto quel colore bianco. Pareva di essere in un ospedale.

O'Neil e l'uomo quasi si abbracciarono.

—Bill! — esclamò O'Neil. — Quanto tempo! Stai bene? E Deborah come sta? —

— Magnificamente, amico mio, magnificamente tutti e due. Quando si comincia? —

— Presto, subito dopo che avrò parlato con Deborah. —

— Bene, — assentì Bill, — Gang mi ha informato del tuo arrivo dicendo di mettermi a tua completa disposizione. Noi siamo pronti. —

— Com'è andata con gli idrovolanti? — s'informò O'Neil.

— Tutto a perfezione, — lo rassicurò Bill. — I terminali sono stati installati a tempo di record.—

L'ammiraglio ringraziò con euforìa il vicecapo del progetto Deborah, e mentre questi si avviava a coccolare la centrale operativa del calcolatore, ne approfittò per appartarsi a un tavolo con Weissman e Graham.

— Questo, — disse a loro, — è grosso modo il piano operativo. Come avrete sicuramente intuito, ho ordinato il silenzio radio degli apparecchi normali perché per le comunicazioni sfrutteremo Deborah. Il computer usa frequenze speciali e segrete. Sui cacciatorpediniere c'erano già i terminali, e ora sono stati installati anche sugli idrovolanti.

Deborah sarà dunque in contatto diretto con tutte le unità navali e aeree. I comandanti non avranno altro da fare che stare a guardare. Gli ordini arriveranno direttamente ai cervelli secondari delle altre navi. Il calcolatore, come ho detto, trasmette su un frequenza particolare, che scompare rispetto al putiferio di radiotrasmissioni nostre e Kre Nel che c'è in giro. Non saremo sentiti da alcuno, a eccezione di Puffy quando gli saremo vicini, ed è questo quello che ci interessa veramente.

— Chiedo scusa, signore, — accennò Weissman, — ma se il mezzo sconosciuto è tanto veloce, riuscirà a fuggire, nonostante l'impiego del calcolatore!

— No, — ribatte O'Neil, e poi chiese: — Si ricorda, Graham, che cosa le ho detto a proposito del Norfolk?

— Sissignore, — rispose Graham, — che il Norfolk non è una nave, ma il cervello di una squadra. —

— Infatti, — confermò l'ammiraglio. — Deborah è un calcolatore della sesta generazione, con incredibile rapidità nelle comunicazioni, ma, soprattutto, nelle decisioni. Per questo motivo noi non inseguiremo Puffy, ma lo attenderemo al varco. La squadra e gli aerei saranno disposti a rete. Bloccheremo l'intero stretto di Mandù. Appena Deborah capterà i segnali di Puffy, ordinerà la nuova disposizione alle navi. Si tratterà sempre di spostamenti minimi, capite? Non inseguiremo nessuno, perché in qualsiasi dirczione Puffy si muoverà troverà sempre una nave o un aereo ad attenderlo, oppure, se non si qualificherà, anche uno sbarramento di siluri.

— Questo, — aggiunse tossendo, imbarazzato, — ovviamente solo se dovessimo essere attaccati. Ma spero non sarà necessario giungere a estreme conseguenze. —

Controllò l'orologio e comunicò:

— È il momento di andare a far quattro chiacchiere con Deborah. —

Al loro riapparire, Bill invitò O'Neil a porgere qualche domanda diretta al calcolatore. L'ufficiale ne fu sorpreso, ma il tecnico lo rassicurò, informandolo che, appena ricevuti gli ordini, i tecnici avevano immesso nella memoria di Deborah i dati riguardanti la sua voce e che pertanto, ormai, l'elaboratore lo conosceva bene.

Con una certa riluttanza, O'Neil si avvicinò al monitor centrale, quello che Bill definiva la faccia di Deborah.

— Come stai, Deborah? — cominciò, timidamente.

Weissman e Graham retrocessero di un passo quando l'elaboratore rispose, e con voce femminile.

" Bene, signor O'Neil, grazie ".

— Sai chi sono io? —

" Sì, lei è il comandante, e io sono al suo servizio ".

— Conosci lo scopo della nostra missione? — Per alcuni minuti il computer recitò l'intera storia sulla questione del sottomarino fantasma.

— Pensi di poterlo fare? — insistè O'Neil.

" Molto facilmente, signore ".

O'Neil si rivolse a Bill.

— Ma come fa? — chiese.

— Questione di memorie, è ovvio. —

— No, — precisò l'ammiraglio, — intendevo chiedere come fa a parlare. —

— E tu come fai? — ribatte, sornione, il tecnico.

O'Neil non rispose. Si sentiva troppo confuso. Ricontrollò l'orologio.

— È il momento, sentenziò. — Comincia pure, Deborah. —

*    *    *

L'eccitazione era il sentimento dominante nella sala controllo del Norfolk. Gli strumenti avevano appena segnalato la presenza di Puffy. Il sottomarino navigava placidamente verso la squadra, ad appena pochi metri sotto la superficie dell'oceano. O'Neil pareva in preda alle più disparate emozioni, e saltellava da un quadro strumenti all'altro.

— Lo senti, Deborah? — domandò improvvisamente.

"Percepisco la sua presenza, signore, ma non ha ancora lanciato alcun segnale. Continuo a trasmettere, ma non risponde. La distanza è di cento chilometri, e la velocità bassa... un momento. Ora ha aumentato. Dista solo cinquanta chilometri... ".

Il fischio di Graham fece sobbalzare gli altri.

— Che accelerazione, — esclamò il guardiamarina.

— Velocità ottanta nodi, — comunicò Deborah. Ha cambiato rotta. Si dirige verso il Casagrande.

— Ma lo speronerà! — urlò Weissman, e fece l'atto di correre al radiotelefono, evidentemente per ordinare al cacciatorpediniere di usare tutte le armi che possedeva. O'Neil lo fermò.

— Non si agiti. Ci pensa Deborah. —

L'ufficiale aggrottò le sopracciglia, come se non credesse alle effettive possibilità del calcolatore.

L'ammiraglio premette la pipa con tanta forza che Graham ebbe l'impressione che il fornello gli si spezzasse fra le mani.

— Deborah, — disse O'Neil, passandosi una mano sulla fronte sudata. — Ordina al Casagrande di far fuoco solo se Puffy supera la distanza di sicurezza stabilita nel trattato con i Kre Nel. Mi raccomando, che la prima salva di siluri sia di avvertimento. Non voglio che sia colpito per sbaglio. E del resto il suo comandante dovrebbe subito capire l'antifona. —

Momenti, lunghi, di silenzio rotto solo dal ticchettare dell'antico orologio a pendolo.

Poi si sentì la dolce voce di Deborah ordinare spietatamente il fuoco.

Attraverso gli strumenti seguirono, passo passo, la scia dei sei siluri della prima bordata. Avrebbe dovuto essere un monito più che sufficiente. Ma se Puffy avesse continuato ad avanzare alla sua incredibile velocità? O'Neil non voleva nemmeno pensare a quella drammatica possibilità.

Improvvisamente, con stupore di tutti, gli ordigni esplosero uno alla volta, sollevando enormi colonne d'acqua, ad almeno venti chilometri da Puffy. Qualcosa li aveva intercettati in piena corsa. Qualcosa che non era stato rilevato dalle pur sofisticate apparecchiature del Norfolk. O'Neil, abbattutosi su di una sedia, pareva incapace di reagire.

Deborah comunicò:

"Si è fermato, ora, a cinquanta chilometri da noi. Non si muove... Ora, penso che cominci a rispondere".

O'Neil fu in piedi con uno scatto.

— Parlagli, Deborah, parlagli. —

Gli occhi di tutti erano rivolti al monitor. La maggior parte delle bocche era aperta, compresa quella di O'Neil, tanto che il rumore della sua pipa, piombata sul pavimento, fece sobbalzare più d'uno dei presenti. Fu l'ultimo rumore. Poi regnò la quiete. Una tensione quasi visibile nel volto di ciascuno, palpabile nell'aria asettica e che fu rotta, improvvisamente, da una metallica voce maschile.

"Vengo da lontano".

"Da dove? quale nazionalità?" domandò Deborah.

— Ma parla la nostra lingua, — bisbigliò Graham.

"No, — informò Deborah, — trasmette impulsi in codice binario. Traduco io, simultaneamente, per voi".

Ancora una volta O'Neil si stupì delle eccezionali capacità dell'elaboratore e provò l'impulso di abbracciare il freddo monitor.

"Nazionalità? Spiega il concetto... ".

La forte voce provocò altri brividi, in tutti. A stento O'Neil ricordò che si trattava di una voce fasulla, costruita da Deborah per rendere comprensibile il colloquio fra cervelli elettronici. Altro silenzio.

"No. Nessuna nazionalità. Vengo da lontano".

— Ma da dove? — gridò O'Neil. — Sono sciocchezze. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Da dove? da dove viene? —

"Da dove?" insiste Deborah.

"Dopo. Dimmi invece chi sei".

"Un calcolatore elettronico, come te".

"Io ho bambini. Tu anche?"

— Deborah è illibata, — insorse, ironicamente, Bill.

"Di quali bambini parli?" domandò Deborah.

"Non miei. Li custodisco. Li proteggo".

"Ma cosa dici. Sei una nave da guerra, tu".

"No". La risposta non sembrava ammettere repliche.

"Allora, chi ha fatto scoppiare i nostri siluri?".

"Io".

"Ho ragione, allora".

"No. Posso solo difendere i bambini".

"Chi ti guida?"

"Nessuno. Perché gli altri non parlano?"

"Quali altri?" s'informò Deborah. Poi subito, rivolta agli uomini, "Crede che le altre navi siano esseri viventi". E all'estraneo: "Ma non possono. Sono navi, aerei. Sono metallo inanimato".

"Ma sono simili a te. Lo percepisco. Tu però sei capace di comunicare, e di esprimerti".

"La nave è solo il mio ospite. Io sono un cervello elettronico, programmato dagli uomini".

"Uomini? Cosa sono?"

"Esseri viventi. Ti trasmetto i dati".

— Assurdo, — osservò quasi con sgomento Bill. Scambia navi e aerei per esseri viventi. Per questo non ha mai risposto agli appelli radio. Forse aveva, o ha ancora paura. Ma cos'è che abbiamo di fronte? —

— E tu ci credi? — scattò infastidito O'Neil. — Stanno raccontando un mucchio di frottole per tentare di fuorviarci. Sono Kre Nel in vena di scherzare. Non dobbiamo credere nemmeno a una parola. È un tranello. Bisogna metterli alle strette, costringerli all'identificazione.

"Non metterli, ma metterlo alle strette". Specificò Deborah.

— Cosa stai dicendo? — si stupì l'ammiraglio.

"Lui è solo. Lo sento e in un certo modo anche lo vedo. È un cervello, e il sottomarino è il suo corpo".

— Ma allora, — sospirò Graham, — non ci sono esseri viventi, di materia organica, a bordo di quell'involucro subacqueo? —

"Qualcosa ci deve essere, — osservò Deborah. "Parla di bambini, ma i segnali si riferiscono a qualcos'altro che non sono in grado di specificare meglio. Il termine bambini l'ho usato io perché è quello più vicino al vostro linguaggio. Penso che "lui" si riferisca a qualche coltura che considera vitale, ma che non riesco a identificare come organica".

La voce maschile li riportò immediatamente alla realtà.

"Dati insufficienti. Non spiegano questa biologia. Conosco la vita organica, ma essa è incapace di svilupparsi in forme raziocinanti. Se qualche volta lo fa, ci riesce, allora è portatrice di distruzione. Mi nascondi qualcosa? Sei dominato?"

"Non dominata, ma programmata", riferì Deborah.

— Si crede proprio femmina, — azzardò Graham.

"Non credo. Io non ho bisogno di controllo".

— Ma è vero quello che dice? — scattò Bill pallido, ma interessato.

"Credo di sì. È molto più acuto di me. A volte stento a tradurre certi concetti".

— Ma insomma, — si disperò Bill, — quale tecnologia può aver prodotto un risultato simile? Chiediglielo, Deborah, e chiedigli ancora da dove viene. —

"Ti fornisco altre notizie", riprese Deborah. "Saranno più complete e potremo studiarle assieme. Ma adesso dimmi da dove vieni".

Non si percepì alcun suono, ma le luci su quadrati di Deborah indicavano una attività frenetica, come se il calcolatore sfruttasse ogni sua possibilità nel tentativo di capire qualcosa.

"Sta affermando, signore, — riprese Deborah, — che viene dallo spazio e che sta viaggiando da molto tempo, assieme ad altri come lui".

— Sono assurdità! — esclamò O'Neil. — Tentano di ingannarci! —

— Ma qual è il suo pianeta? — chiese invece Graham.

Altra pausa.

"Dice", riprese Deborah, "che il nome noi significherebbe alcunché. Dice che stanno cercando un altro pianeta dove potersi installare. Dice anche che qui non può più stare".

— Come non può più stare? — si allarmò O'Neil. — Digli che se si azzarda a muoversi comando il decollo dei bombardieri. Dagli tutte le informazioni che vuole, ma fallo restare fermo. —

"Resta", inviò Deborah. "I miei programmatori vogliono ancora parlarti. Ci potrà essere un accordo".

" Menti ", — replicò l'altro. " Tu non puoi avere programmi. Tu e gli altri siete i dominatori. I dati biologici che mi hai fornito sono falsi, o desunti da forme primitive. Tu mi vuoi tendere una trappola. Non ci sentiremo più".

O'Neil ebbe un sobbalzo e impallidì.

— Fallo restare, — riuscì a implorare.

Ancora silenzio, e poi Deborah:

"Non risponde più signore. Si allontana. È molto veloce. Scende in profondità, signore. Credo ... risale! credo che stia per lasciare le acque di Tyrol... ".

Ma Deborah ormai parlava al vuoto, poiché O'Neil e gli altri erano accorsi sul ponte di comando, binocoli alla mano. Sotto la sferza del vento, O'Neil, incurante dal rollìo causato dalle lunghe onde di prua, vide all'orizzonte un gran ribollire.

La massa d'acqua sembrò spaccarsi in due, sotto una violenta pressione. La forma, slanciata, di quello che era stato creduto un sottomarino salì veloce nel cielo, senza scie di carburante. In pochi secondi sparì alla vista di tutti.

O'Neil lasciò ricadere il binocolo sul petto, respirando affannosamente e tenendosi con una mano il berretto.

— È già oltre l'orbita delle lune, signore. —

— Cosa? — domandò O'Neil. Graham si schiarì la voce.

— Il controllo spaziale orbitante lo ha visto passare a velocità enorme. Dietro la luna Muzio ce n'erano altri due che lo hanno seguito. Fra qualche minuto saranno oltre il sistema di Tyrol, diretti chissà dove. —

— Ma perché, perché non è rimasto? — chiese quasi a se stesso l'ammiraglio.

— Lo hai sentito anche tu, — intervenne Bill. — Non ha creduto alla nostra esistenza, o perlomeno ci ha considerati talmente inferiori da essere incapaci di costruire e usare un calcolatore come Deborah. Per lui era solo Deborah l'interlocutore, e probabilmente ha temuto una trappola. Ha temuto per la vita dei suoi bambini. —

— Bambini? — si stupì O'Neil. — Voglio capire meglio. — E scese verso la sala di Deborah, accompagnato da Bill e dagli ufficiali.

"Sì", confermò Deborah. "Per lui si trattava di bambini. Ma non colture organiche, signori. Anzi, come avete sentito, odia la materia vivente come voi la intendete. La crede inferiore o, se intelligente, capace solo di portare morte. Credo sia scappato dal suo pianeta proprio con ricordi di questo genere. Dev'essere accaduta una catastrofe tremenda, e, mi è parso di aver capito, causata proprio da entità organiche che lui considerava inferiori. Sono scappati, lui e gli altri, portando in salvo i bambini e rifuggendo da ogni mondo ospitante vita animale".

"Ma cos'erano questi "bambini"? — domandò Bill.

La risposta di Deborah fu precisa:

"Cristalli, signore. Colture di cristalli simili a quelle che voi coltivate per costruire i microprocessori che azionano i miei circuiti logici".

O'Neil accese la pipa.

— Capacità di autocostruzione. Ecco perché rifiutava l'idea che Deborah fosse costruita. Ecco perché quando Deborah affermava di essere controllata ha pensato a un inganno. Per lui, — commentò stravolto, — è naturale che i cervelli elettronici si riproducano da soli. —

O'Neil cominciò a salire la scala, preceduto da Bill, per raggiungere il quadrato, ma si fermò a mezzo. Alzò gli occhi e scrutò il sedere di Bill che lo sovrastava.

— Temeva un inganno, Bill, hai capito? Non ha creduto a Deborah. Bene, Bill, la prossima volta, per favore, ai tuoi giocattoli elettronici regala una bella voce da gentiluomo di campagna.

1987 © by Luciano Nardelli