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Premio  Future Shock

Cattedre di fantascienza

FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXII - giugno 2010 - n.56 (nuova serie)

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Future Shock n.56

Editoriale

Saggistica

Luigi Cazzato, Jacques Sternberg incerto fra fantascienza e surrealismo

Giovanna Jacob, S.Lem - Il pianeta del silenzio

Enrico Leonardi, La ragione – "In cerca di Sant’Aquino" di A. Boucher

Guido Pagliarino, Robert Silverberg e l'animalismo antiumanistico

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ROBERT SILVERBERG

E L'ANIMALISMO ANTIUNANISTICO

                                             di          Guido Pagliarino

 

Come recita la biografia di Robert Silverberg, egli decide ben presto di vivere di sola letteratura. Nel 1956, a diciannove anni, pubblica sulla rivista "Nebula" il primo lavoro. Scrive silverberg.jpg (33331 byte)all’inizio cose di livello non eccelso, pur se composte con diligente spirito artigiano. Bisogna attendere gli anni ‘60 perché dia finalmente opere considerate significative dalla critica. I suoi lavori più maturi sono di tipo esistenziale, come il romanzo Morire dentro (Dying Inside, 1972), recentemente riedito in Italia1, un’opera con richiami personali, il cui protagonista, essendo il Silverberg di famiglia ebraica piccolo borghese dimorante a Brooklyn, è un giovane ebreo newyorkese della piccola borghesia non in grado d’allacciare durevoli, genuini rapporti umani; egli è in relazione con gli altri solo grazie al dono paranormale della telepatia con la quale, tra l’altro, nella brama di comunicare, si fa autore di tesine universitarie per conto altrui; ma il dono telepatico, a mano a mano, s’affievolisce. Analogamente, quest’autore di centinaia di romanzi, racconti e articoli si tiene in collegamento col mondo anzitutto grazie a un profluvio di scritti. Forse, nel timore di perdere l’ispirazione? Certo è che l’isolamento esistenziale è presente nella maggior parte dei lavori del Silverberg come, in lampante evidenza, nella storia Il marchio dell’invisibile (To See the Invisible Man, 1964), compresa nella raccolta che presento.

La storiella del papa artificiale

Essa contiene opere composte in periodi diversi e di valore disuguale. Il primo racconto, Buone notizie dal Vaticano, dà il titolo al libro per scelta editoriale2. È un lavoro del 1971, quindi già del periodo considerato maturo, ma per me è un’operina non coinvolgente e oltretutto inverosimile per chi conosca i fondamenti del Cristianesimo, non resa credibile dal fatto d’essere ambientata nel futuro. In breve, un eterogeneo gruppetto di personaggi sta aspettando a un tavolino d’un caffè romano presso il Vaticano l’elezione del nuovo Papa. Il favorito è un automa, così come sono uomini artificiali molti dei fedeli. È eletto il robot superando i candidati umani, ma quand’esso è presentato alla piazza dal cardinale cerimoniere, semplicemente accende i suoi razzi e si libra nell’aria, sempre più su, fino a sparire.

Mi pare una trasparente metafora dell’inutilità, secondo l’autore, della figura papale e inoltre dell’essere i fedeli cattolici, per lui, dei robot senza personalità. Se la storiella non fosse insulsa e goffa3 e inoltre non s’avvertisse un sorrisino dell’autore che potrebbe indicare ch’egli non prende troppo sul serio l’assunto, il raccontino sarebbe illiberale, gratuitamente irrispettoso verso i credenti cattolici; penso però non si tratti d’un vero attacco alla Chiesa ma di superficialità, fors’anche nel desiderio di creare scalpore per attirare lettori; e a suo tempo, questa storiella su di un Papa artificiale contribuì effettivamente a rafforzare il successo di Silverberg presso i non pochi qualunquisti anticlericali. Ritengo nondimeno che chi non è battezzato dovrebbe astenersi dall’ironizzare sulla Chiesa, così come un cristiano deve evitare di celiare sull’Islam e sul Giudaismo. Semmai, ognuno può amabilmente scherzare sulla propria confessione4.

Nel secondo racconto, Quando andammo a vedere la fine del mondo (When We Went to See the End of the Worled, 1972), l’autore presenta un party del futuro. Sono possibili ormai i viaggi nel tempo e se ne organizzano di turistici onde assistere alla fine del mondo. Tali escursioni sono considerate dai superficiali invitati alla festa la forma più chic di gita, anche perché assai costosa, e costituiscono l’argomento di conversazione cardinale. Quand’essi, ognuno dapprima convinto d’essere stato l’unico, con la propria famiglia, a vivere l’evento, capiscono che concerne invece tutti i convenuti, restano evidentemente delusi; ma presto al disappunto si sostituisce lo sconcerto, perché si rendono conto d’aver vissuto espe-rienze diverse tra loro. Forse la macchina del tempo giunge ogni volta in un universo differente, con altrettante fini del mondo?

A meno che si tratti, come uno dei convenuti sospetta, d’una colossale truffa olografica da parte della compagnia che organizza i crono-viaggi. Non posso escludere, tuttavia, che l’autore presenti un’ipotesi solipsista: tanti mondi soggettivi, ognuno emanazione di ciascun io – solitudine assoluta! –, così come soggettiva, analogamente, è la fonte d’ogni lavoro letterario, cioè lo scrittore, e il Silverberg, l’abbiamo visto, nel contemporaneo romanzo Morire dentro s’identificava per certi aspetti nel protagonista. Come davvero stiano le cose egli non spiega, forse perché quest’autore, che nei suoi personaggi privi di Dio presenta insofferenza per la vita e scarsa capacità di rapporti umani, vuole parlarci semplicemente dell’incertezza esistenziale.

Il guardiano della muraglia (By the Scawall, 1966), scritto in precedenza, già contiene con chiarezza un senso di vacuità dell’esistenza. Micah-IV è un androide posto a guardia, coi suoi simili, d’un’alta muraglia che divide la riva da un oceano pieno di mostri carnivori, chiare metafore dei fatti della vita che spaventano l’autore o, comunque, i suoi personaggi. I guardiani devono non solo controllare quei mostri, ma pure evitare che esseri umani, senz’apparente motivo, si buttino dalla cima della muraglia entro quell’oceano infestato dal quale, a causa della cinta, non è più possibile uscire e dove si viene divorati. Nonostante i controlli, i suicidi aumentano vertiginosamente: l’istinto di morte dell’ultimo Freud? A un certo punto, anche gli androidi cominciano a suicidarsi: l’infinita vanità del tutto, di cui scriveva, da parte sua, il nostro disilluso Leopardi5? Si tratta in ogni caso d’una storia noiosamente angustiante che non induce all’umanesimo.

Con La notte di fuoco (King of the Golden World, 1967), entrano in scena strani connubi che, presenti con varianti anche in altri racconti dello scrittore, paiono stimolare la sua penna. Qui si tratta d’una trentenne terrestre, Elena, che ha sposato un alieno andando a vivere con lui sul suo pianeta. Questa razza extraterrestre è piuttosto diversa dall’umana, anche se non enormemente come in altre opere fantascientifiche: "Aveva troppe dita e troppe articolazioni, la sua pelle era strana e gli occhi erano tutta pupilla; non aveva né capelli né unghie, e lei non riusciva a immaginare come fossero gli organi interni; tuttavia, la conformazione generale del suo corpo era umana"6. Il marito è il re d’una piccola isola vulcanica che richiama quelle nostrane, nel Pacifico, in cui gl’indigeni facevano in passato sacrifici umani di bimbi e giovinette per placare il vulcano locale, visto come un dio.

L’isoletta ha due monti eruttivi di cui, alternativamente, ogni cinque o sei generazioni, uno si sveglia distruggendo la metà dell’area isolana coi relativi abitanti, i quali, quasi in estasi, non si rifugiano mai nell’altra parte del territorio; è un sacrificio rituale, ma ha lo scopo pratico di ridurre la popolazione eccezionalmente fertile che, dopo ogni secolo e mezzo, diviene eccessiva per essere contenuta nell’isoletta. Secondo la legge locale, chi è re durante un’eruzione deve subire la lava e morire. La nostra eroina, nonostante l’invito del marito a darsi alla fuga, resta con lui, forse perché pazzamente innamorata di quel suo consorte alieno nonostante le di lui mostruosità; penso però che l’autore intenda, in primo luogo, esprimere la sua idea dell’inutilità della vita umana, vista come un succedersi di generazioni in cui la singola persona è insignificante, come una formica d’un formicaio: proprio al contrario della visione cristiana, per la quale la persona è insostituibile perché è figlia di Dio7.

L'egocentrismo e il sadismo umano

Il vicino (Neighbor, 1964) è finalmente un racconto coinvolgente, anche se non mi garba lo spietato finale. Su di un pianeta lontanissimo, colonizzato dalla Terra, vivono solamente cinquanta proprietari terrieri coi loro famigliari-schiavi sui quali il patriarca ha diritto di vita e di morte, come nella Roma più antica. La proprietà dei terreni del pianeta è stata ripartita, a suo tempo, da un comitato politico-economico fra quei cinquanta ultralatifondisti. La vita umana è ormai lunghissima, oltre i duecento anni, e il nostro protagonista, Michael Holt, è bicentenario. Il vicino più prossimo, certo McDermott, duecentotrentenne, da un’ottantina d’anni ha costruito la propria abitazione, sulla quale svetta una torre alta ben 500 metri, al confine fra gli appezzamenti, in piena vista dalla casa dell’Holt, nonostante le migliaia di chilometri quadrati in sua proprietà gli consentissero d’edificare oltre l’orizzonte: l’ha fatto per mero dispetto, onde divertirsi a togliere la vista del pieno paesaggio a Michael. Costui bolle di rabbia, ormai distruggere il molesto vicino è divenuta per lui un’ossessione.

Il disilluso Silverberg evidenzia in quest’opera, con un sorriso amaro, quanto possano essere grandi nell’uomo l’egocentrismo e il sadismo. Inaspettatamente il vicino, che si scoprirà essere rimasto senza più nessun famigliare accanto né robot ed essere paralizzato e immerso in un bagno vitale gestito da macchinari, invita, dandogli tutte le garanzie d’incolumità, il protagonista a casa propria, dove gli chiede di farlo morire staccando la spina, come oggi si dice; ma Michael non aderisce e se ne va, questo non per avversione all’eutanasia, ma godendo nel lasciare soffrire il nemico il più possibile: non gli si presenta affatto la buona tentazione d’esercitare la carità assistendo e confortando il nemico; unicamente, egli mantiene verso di lui, godendone, puro odio: ben altro che l’evangelico buon samaritano!8

Ne Il marchio dell’invisibile, non basta che i cittadini del futuro non facciano il male, bisogna ch’essi siano disponibili verso gli altri, per legge. Un assurdo, infatti Dio è amore, almeno secondo il sentire cristiano, e l’amore non può essere assoggettato a un codice penale che lo imponga, ma solo proposto agli altri esistenzialmente, andando loro incontro con carità, nel servizio, come ben insegna l’episodio evangelico della lavanda dei piedi agli apostoli da parte di Gesú. Comunque, nel nostro racconto coloro che mostrano indifferenza verso il prossimo sono condannati dalla legge al cosiddetto marchio dell’invisibilità, un segno che viene posto sulla loro fronte per un anno e impone a chi li incontri d’ignorarli come se fossero invisibili, sotto pena di subire la medesima sanzione.

La lezione pare servire, infatti quando scade l’anno e il protagonista del racconto è di nuovo visibile e riaccolto, con tutti gli onori, nella comunità, pietosamente parla e dà aiuto, nonostante la legge, a un altro invisibile; dunque, viene punito di nuovo! L’autore presenta il contrasto fra la legge senza carità e il cuore umano il quale, nonostante tutto, può in fondo rivelarsi tenero. Tale storia è dunque, di fondo, umanistica, ma va notato ch’è tra le più antiche del Silverberg e che l’atteggiamento dell’autore s’involge poi entro il pessimismo. Si può osservare peraltro che l’argomento della legge e della carità a volte in dissidio è tra i basilari dei Vangeli, anche se l’agnostico autore non fa riferimento a Cristo: Gesú, ogni volta che la Legge biblica contrasta con la carità, privilegia l’amore contro la lettera della Legge, ad esempio guarisce di sabato, addirittura in sinagoga, un uomo dalla mano rattrappita, contro il divieto di curare nel giorno del riposo9.

Una storia animalista antiumanista

L’inferno com’è (The Nature of the Place, 1962) è un’opera brevissima in cui la dannazione è identificata con la rinascita, in una visione reincarnazionista senza speranza: non so se l’autore abbia avuto presente il sentire induista più antico, precedente il Budda, per il quale le reincarnazioni erano sempiterne, in successione ossessiva e disperante. Il racconto fa parte di quel genere a sorpresa che fu inaugurato dal celebre raccontino La sentinella (Sentry, 1954) di Fredric Brown, quest’ultimo di ben maggiore livello, però.

Con La sposa n. 91 (Bride Ninetyone, 1967), si torna all’argomento del sesso perverso10. In questo caso il protagonista sposa, con contratto a scadenza semestrale, come ormai è nell’uso, un’aliena mostruosa, con denti come spilli, apparato boccale a calice aspirante, niente ossa e sole cartilagini, e pur fortissima. Talmente lo sposo risulta, dopo quel semestre, estasiato dall’esperienza erotica cui quel matrimonio, in sostanza, s’è ridotto, secondo una visione sessista, che decide con la sposa, a sua volta felicissima per i piaceri avuti, di rinnovare il contratto, in questo caso nella forma in uso sul pianeta di lei, che contempla il sesso anche con le sue numerose, mostruose sorelle. Un racconto che mi ha, in verità, un po’ stomacato.

Anche Cetaceo innamorato (Ishmael in Love, 1970) tocca l’argomento del sesso innaturale, in questo caso chiaramente bestiale. Con una citazione del Moby Dick, l’io narrante, un intelligente delfino del prossimo futuro, inizia, da un acquario, a dettare un memoriale elettronico con le parole: "Chiamatemi Ismaele"; ma mentre il cetaceo bianco del romanzo melvilliano è un simbolo del male, in certo modo è il Leviatano biblico, quanto meno nelle farneticazioni deliranti del capitano Achab, il nostro mammifero marino è la personificazione dell’innocenza e del bene, un altruista, a differenza, secondo il Silverberg, di quegli egoisti degli umani. Il cetaceo, sebbene si consideri più dotato degli uomini, li serve con spirito mite e devoto11 e la sua è un’attività utilissima, anche se compensata solamente coi pesci necessari a cibarsi. Lo sfruttato delfino santo giunge a salvare il laboratorio, nel cui acquario opera, dalle mire d’un gruppo di terroristi.

Intanto, studia umanisticamente letteratura grazie all’ascolto di dischi, soprattutto d’amore, perché s’è innamorato d’una giovane biologa marina con cui giunge finalmente, in acqua, a una sorta d’accoppiamento sessuale, a rischio d’affogarla senza volerlo. La scienziata, che s’era denudata e tuffata accettando l’esperienza per curiosità, una volta riavutasi si burla di lui coi propri colleghi; ma l’angelico delfino, nonostante tutto, continuerà a sperare nel suo amore. Che dire? Una storia animalista antiumanista, non utile all’elevazione spirituale, mentre la fantascienza, e i lettori di questa Rivista ben lo sanno, per giovare alla società dovrebbe essere umanistica, sia quanto alla narrazione, sia riguardo alle recensioni, come, modestamente, provo a fare io stesso12.

Il potere corrompe anche gli idealisti

Il racconto lungo Giù nel paleozoico (Hawksbill Station, 1967) chiude la silloge. L’idea è stimolante. Nei primi decenni del terzo millennio, il governo mondiale è conservatore, come lo definisce l’autore, ma in sostanza si trattasilverberg1.jpg (28302 byte) d’una dittatura che afferma, falsamente, di voler essere solo provvisoria e, intanto, imprigiona i cittadini di sinistra, in particolare quelli più estremi, stalinisti, maoisti, anarchici, che l’autore pare avere in simpatia. Nel racconto, sono ormai possibili i viaggi nel tempo, ma solo a ritroso. Il governo spedisce i prigionieri politici a due miliardi d’anni nel passato, nell’era cambriana, tempo in cui la fauna è soltanto marina, composta da trilobiti e primitivi molluschi, e non c’è flora, a parte muschi. I funzionari della dittatura non vogliono incrudelire, solo togliersi definitivamente i rivoluzionari di torno, dunque spediscono agli esiliati, periodicamente, attrezzature, medicinali e alimenti.

I prigionieri si sono comunque abituati a pescare nell’oceano, non solo per passatempo ma per variare la dieta. Il governo ha cura di non inviare uomini e donne nella stessa epoca, spedisce i due sessi a qualche secolo di distanza l’uno dall’altro; infatti, se uomini e donne s’incontrassero e si riproducessero, potrebbe cambiare la storia del mondo. Il racconto si svolge nel campo maschile, la Stazione, un villaggio costruito dai detenuti, largo un cinquecento acri, dove il sesso s’esprime nell’omosessualità, nonché nella masturbazione tramite un fantoccio, con vaghe apparenza femminili, costruito per sé da uno degli esiliati. Il gruppo è diretto dal più anziano di loro, un certo Barrett, che si considera, e di fatto è, il re della Terra di quegli antichissimi tempi.

L’autore, a differenza dell’uso storico di considerare il tempo in discesa, ad esempio prima l’alto e poi il basso medioevo, presenta un tempo ascendente al suo trascorrere: quello in cui sono relegati i rivoluzionari è da loro chiamato il giù, mentre il tempo da cui essi e il materiale provengono, e dov’è situato il macchinario di partenza, è Las-sù; infatti, spiega il Silverberg, quando si è mandati indietro nel tempo si ha l’impressione di cadere e di rovesciarsi sulla piattaforma d’arrivo, che i prigionieri chiamano incudine, così come un colpo di martello s’abbatte su di un’incudine in senso proprio; e inoltre, quel Lassù richiama ai reclusi l’idea d’un governo semi onnipotente, quasi come Dio.

Un giorno, dopo un lungo tempo durante il quale non ci sono stati arrivi, cade dal futuro un trentenne di nome Lew Hahn che si dichiara economista e antigovernativo, ma che non mostra né conoscenze economiche né ha, o vuole dare, notizie sugli ultimi avvenimenti, ormai ignoti ai deportati. Dopo poco tempo, alcuni di questi scoprono, sotto il cuscino della branda del nuovo arrivato – un po’ inverosimile – e consegnano al Barrett un foglio con annotazioni sui prigionieri e osservazioni che fanno capire che Lew è una spia governativa. I reclusi intuiscono pure che, adesso, il viaggio nel tempo è possibile in entrambi i sensi. Vengono a sapere dal giovane, messo alle strette, ch’egli è un funzionario della polizia penitenziaria inviato in ispezione e, inoltre, che ha intenzione di raccomandare il loro rimpatrio. Nel futuro è scoppiata una rivoluzione di sinistra, il vecchio governo è stato abbattuto e i prigionieri politici sono ora considerati eroi dal nuovo gruppo dirigente, che, tuttavia, per non commettere errori, ha inviato l’Hahn in esplorazione.

A questo punto, i più accettano senz’altro di tornare, ma il re della Terra Barrett, desideroso di mantenere il proprio dominio, con la scusa d’assistere alcuni dei suoi, ormai completamente impazziti e che non conviene, nel loro stesso interesse, rimpatriare nel futuro, chiede e ottiene di restare; e qui il Silverberg ci presenta implicitamente, se ho ben intuito la sua intenzione, un’amara considerazione e, forse, una sua personale disillusione politica, vale a dire che anche gl’idealisti, quando ne abbiano l’occasione, soccombono alla tentazione d’esercitare solo per sé stessi il potere, e basti pensare a Stalin fra gli altri. Il finale del racconto m’è parso fiacco.

Non c’è molto da aggiungere, mi sembra: con le eccezioni de Il vicino, de Il marchio dell’invisibile e della prima parte della storia che chiude la silloge, ho trovato questi racconti non interessanti e, a volte, pure noiosetti.

 

N O T E

1 Riedito da Fazi nel 2007, con prefazione di Valerio Evangelisti.

2 Robert Silverberg, Buone notizie dal vaticano (Good News from the Vatican, 1971), Mondadori - "Oscar fantascienza" n.917, Milano 1979, pp.175.

3 Non sono contemplabili cristiani non umani, essendo Cristo vero uomo e non mera apparenza come per i cristianeggianti, ma non cristiani, gnostici doceti (cfr., volendo, di Guido Pagliarino, Cristianesimo e Gnosticismo, Prospettiva Editrice, 2003).

4 A differenza dei maomettani che non esprimono alcuna ironia sulle loro guide religiose, gli ebrei scherzano intelligentemente sui loro rabbini in barzellette e pure in film, come certe pellicole di Woody Allen. Sono convinto che anche l’ebreo Gesú a volte, privatamente, scherzasse coi suoi, pur se i Vangeli hanno lo scopo essenziale di presentare la Buona notizia e non il suo umorismo; tuttavia, se ne può trovare un assaggio in un paio di episodi, quelli dell’adultera e della moneta di Cesare, con uscite gesuaniche che lasciano ridicolmente basiti scribi e farisei.

5 Era un frequentatore del Qelet – "tutto è vanità" – questo grande nostro poeta, ma non dell’Evangelo, nonostante fosse un battezzato, Vangelo alla cui luce il Qelet si svela mera espressione di quella condizione mortale dalla quale Cristo ha salvato l’umanità.

6 Robert Silverberg, op. cit., p.43.

7 L’altissimo concetto di persona è una genuina creazione del Cristianesimo, il quale, con una variante essenziale, assume tale parola dal diritto romano dov’essa ha il semplice significato di ruolo giuridico, ad esempio la persona di Caio il compratore, la persona di Tizio il venditore e la persona di Sempronio il testimone del contratto. È per difendere il diritto della persona, figlia di Dio, alla libertà di pensiero e d’espressione che, nel II secolo, gli Apologisti cristiani si battono con vigore, giungendo a scrivere apertamente lettere agli imperatori e pagando sovente il loro coraggio con la vita: ben prima dei laici martiri della libertà dell’età contemporanea.

8 Si tenga presente che anche il samaritano che soccorre l’ebreo ferito nella nota parabola gesuanica è un suo avversario, le due popolazioni erano infatti in dissidio.

9 È noto, ma non più a tutti nel nostro mondo scristianizzato, che Gesú afferma che l’uomo non è creato per servire il sabato, ma il sabato è fatto per l’uomo al fine del riposo ristoratore e perché egli indirizzi, in modo speciale, a Dio il suo pensiero. Può essere interessante sapere che ci sono, nella Legge, 39 gruppi di lavori proibiti nel giorno di sabato, corrispondenti alle attività ch’erano state svolte per costruire il Tempio di Salomone, e ognuno di tali lavori comprende 39 sotto-lavori da non svolgere, per cui, in totale, le mansioni proibite sono 1521; tra di esse, c’è la visita e la cura degli ammalati.

10 Perverso secondo chi, come me, ritiene, seguendo la tradizione giudeo-cristiana, che il sesso con bestie sia antiumanistico e disgustoso. Eppure, nel 2006, in Olanda, è sorto un partito che si propone di far accettare come socialmente normale il sesso con animali e che, inoltre, richiede una legge che legalizzi la pedofilia con partner di almeno 12 anni d’età. Sono questi, e molti altri, i frutti del pensiero debole con la sua etica non cogente per la quale le norme morali sono meri portati storici che derivano, via, via, dal pensiero della maggioranza. Sempre secondo tale morale soggettiva, anche se in altro campo, Franco Piperno, storico leader di "Potere Operaio" rifugiatosi a suo tempo in Francia per non essere catturato e processato e, tornato anni dopo libero in Italia, divenuto professore universitario presso l’Università della Calabria, il 20 marzo 2008, intervistato sulle Brigate Rosse ha detto: "I terroristi? Io penso che sono moralmente delle ottime persone anche se hanno ucciso. [… ] È una morale di guerra, non esiste solo una sua o una mia morale. La morale è multipla" (Controcorrente, approfondimento di Sky Tg24 condotto da Corrado Formigli); ben diversamente, la morale forte giudeo-cristiana ci dice che in nessun caso si deve uccidere e che chi uccide sarà sottoposto a giudizio, ed è questa la morale che consente la civile convivenza, non quella soggettiva di ideologi antiumanisti, per i quali la persona è solo una trascurabile cellula del collettivo sociale.

 

11 È un luogo comune quello del delfino amante dell’uomo, conseguente il mito del ragazzo sul delfino, che di certo il Silverberg ha presente, anche se nel racconto il cetaceo si pone sopra e non sotto un essere umano, una donna, e a fini erotici. La storia del ragazzo sul delfino è raccontata per la prima volta dallo storico greco Erodoto ed è la seguente. Il cantore Arione di Lesbo viaggia per la Magna Grecia onde arricchire la sua cultura musicale e insieme le sue finanze. Tornando finalmente in patria, i marinai della nave su cui viaggia decidono d’ucciderlo e derubarlo, ma gli appare in sogno il dio delle arti Apollo che lo avvisa del pericolo promettendogli aiuto e consigliandolo. Quando i marinai lo affrontano, Arione ottiene da loro di cantare un'ultima volta prima di morire. Al suo canto alcuni delfini, estasiati, vanno verso la nave e il musico si getta in mare dov’è raccolto da uno di quei cetacei che lo conduce salvo, sulla groppa, fino alla riva. L’iconografia cristiana dei primi secoli riprese l’immagine del ragazzo sul delfino rappresentando in tal mammifero Cristo salvatore dell’uomo dal peccato e dalla morte; si consideri che il mare, col suo sovrano diabolico Leviatano, presso gli ebrei e i giudeocristiani era simbolo del male, così come poi nel melvilliano Moby Dick.

12 Ovviamente ogni scrittore esprime il suo personale sentire umanistico e dunque un cristiano, come me, non può che far intervenire il Vangelo; non senza forti resistenze da parte di laici, peraltro. Ad esempio, una mia raccolta di poesie cristiane, poi stampata con Boopen Editore, fu respinta da un editore laico, col commento scritto – su di un foglio senza intestazione e privo di firma, per cui non posso citare il nome di quell’editore – che le opere erano certamente valide ma, essendo religiose, erano settoriali e avrei dovuto rivolgermi a un’editrice confessionale. Che ne dici, caro lettore? Facendo ovviamente le debite proporzioni con le mie opere, mettiamo in un ghetto quelle di Dante, Manzoni, Dostoevskij ecc. perché sono cristiane? Ma che teste di cavolo certi laici!

Lem era cosciente della sua grandezza di scrittore. Voleva essere considerato uno scrittore tout court, non uno scrittore di fantascienza. Egli osservava con disgusto la progressiva discesa del genere fantascienza dalle vette della letteratura ai bassifondi del puro intrattenimento fantastico.. (leggi tutto)
La fantascienza nelle mani di Sternberg, più che dissolversi, implode insieme ai suoi cliché per le inversioni ironiche, per lo snocciolamento banalizzante delle sue meraviglie, per un onirismo a volte comico, a volte maledetto; oppure esplode a causa di un narratore delirante che in un attimo crea universi e in un attimo li distrugge, sotto i colpi di un linguaggio che scoppia anch’esso in una pioggia di parole e cose. (leggi tutto)
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