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Cattedre di fantascienza

FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXVII - ottobre 2015- n.70 (nuova serie)

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Mad Max: Fury Road – Regia: George Miller – Interpreti: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Rosie Huntington-Whiteley, Riley Keough, Zoë Kravitz – Nazione: Australia, Stati Uniti – Anno: 2015 – Durata: 120 min.

Mi sono interrogato più volte sul valore da attribuire all'ultimo film di Mad Max, significativamente sottotitolato Fury Road, ovvero strada violenta. Due ore al cardiopalma in cui i protagonisti tentano di salvarsi la vita tra sparatorie ed inseguimenti mozzafiato. La trama è tutta qui: dunque, se siete alla ricerca dell'intreccio o della riflessione speculativa rivolgetevi verso qualcos’altro poiché in questo quarto capitolo della saga – che più che un sequel sembra un re-boot – sono davvero ridotti all'osso a favore delle scene d'azione (sono persino assenti le immancabili sequenze romantiche!). Bisogna però fare una precisazione: quando parlo di azione non intendo stravaganti trovate in cui immancabilmente i nemici soccombono mentre i protagonisti sopravvivono. La maggior parte degli scontri di questo Mad Max sono tutto sommato credibili, o meglio, verosimili. Se, quindi, il solito cliché del rambo solitario - che mira tutti i nemici mentre nessuno di essi centra lui - viene rispettato nella trama generale, esso sfuma nelle singole sequenze. Forse, è per questo motivo che sono rimasto piacevolmente attaccato allo schermo per l'intera durata del film senza annoiarmi, nonostante la pochezza della trama. Merito di un regista che ha saputo innovarsi nella realizzazione pur ripresentando un’idea già sviluppata, specialmente dal secondo film della serie. Infatti le barbarie, la scomparsa della civilizzazione, la lotta per la sopravvivenza, l’assenza di un giudizio etico da parte del protagonista (ben presente, invece, nel primo film), la disumanizzazione (e meccanizzazione) dei cattivi, accomunano quest’ultima pellicola al secondo capitolo.

Per chi non avesse visto Fury Road, diamo alcune informazioni. All'inizio Max viene catturato e portato, come prigioniero, in una specie di città costruita all’interno di una roccia che dispone di acqua e di elettricità. L'umanità è ridotta alla sopravvivenza in un deserto ostile, spaziato da enormi tempeste magnetiche. I pochi sopravvissuti si accalcano sotto la roccia della cittadella, mendicando acqua e cibo. Presiede la collettività un anziano e spietato "pappone" (mi si permetta il termine) che controlla un numero ridotto di belle donne, tenendole prigioniere per ingravidarle, al fine di gMadMax.jpg (166784 byte)enerare una progenie libera dalle malattie genetiche. Immortal Joe, questo il nome del cattivo, che indossa una terrificante maschera sul volto tanto da renderlo simile ad un cadavere vivente, elargisce l'acqua a suo piacimento, riservando l'ingresso nella cittadella solamente alle persone da lui scelte – e poi assoggettate secondo una specie di religiosità che ha nel culto della sua persona il vertice dell'obbedienza. Una delle sue fidate sottoposte lo tradisce: scappa portandosi con sé le mogli incarcerate, scatenando, quindi, la prevedibile ira del capo che parte all'inseguimento ("una questione di famiglia" recita una battuta del film). In mezzo a questa diatriba s'inserisce Max, prima scontrandosi poi aiutando le donne alla fuga. Il finale non lo rivelo... ma non aspettatevi imprevisti colpi di scena.

Da questa prospettiva la pellicola sembra avere ben poco da dire. Mi interessa, quindi, analizzare alcuni dettagli che potrebbero arricchire il valore del film. Molti rimandi sembrano essere simbolici, iniziamo dal canale sensoriale visivo. I cattivi – e sul loro esserlo... non ci sono dubbi – vivono in una roccia su cui hanno inciso un grande simbolo: un teschio. Il "pappone" è rivestito di un'armatura che lo rende simile ad uno scheletro. Il centro della cittadella, unico luogo ove vi siano piante ed acqua, è chiamato il Valhalla che, ricordiamolo, nella mitologia nordica risalente ai Vichinghi, costituisce il regno dei guerrieri morti, ovvero l'aldilà degli eroi. I seguaci di Immortal Joe, ovvero i sottoposti che più volte negli scontri offrono la propria vita come dei kamikaze, hanno la pelle colorata di bianco e si tingono le labbra, ricordando le popolazioni aborigene dell'America centrale dedite ai sacrifici umani. Spostandoci al canale sensoriale uditivo, è particolarmente interessante notare che l'inseguimento dei cattivi si svolge accompagnato dalla musica metal: un'intera auto è riservata al chitarrista, il cui strumento sputa fiamme all'estremità (si tratta della trovata più assurda della pellicola, oserei dire trash, spazzatura, ovvero morte). La musica metal è stata spesso associata al culto della morte, per i suoi testi e per le copertine di alcuni famosi album (ne ricordo uno recente degli Iron Maiden in cui i membri del gruppo avevano le sembianze di scheletri). Inoltre, in alcune scene d'azione la colonna sonora riproduce il Requiem di Giuseppe Verdi ed in particolare il brano Dies irae in cui si dice che nel "giorno dell’ira, quel giorno distruggerà il mondo nel fuoco". Probabilmente vi sono anche altri richiami, ma questi sono sufficienti per riconoscere due tematiche simboliche, ovvero nascoste, inserite nella rappresentazione dei cattivi: il culto della morte e la ricerca della bruttezza. Domandiamoci: perché i cattivi sono per la morte e per il brutto? Il film non ce lo spiega. O meglio, avanza una pallida risposta: la gestione del potere. Mostra che il "pappone" è un uomo spietato, egoista e meschino. Tali tratti del carattere gli servono per conquistare, mantenere e gestire il potere: Immortal Joe dispone delle ricchezze (l'acqua, l'elettricità, la benzina) e comanda le persone (i kaikaze ma anche le donne da cui brama i figli). Teschi e scheletri sono immagini che incutono paura, che favoriscono, dunque, la sottomissione. Se questo è vero in generale, non è però chiaro il rimando al rock, alla morte come decomposizione e più in generale alla bruttezza. Il desiderio del potere, da solo, non permette di capirlo. Una lettura marxista del film, se così possiamo dire, cioè una concezione che consideri la ricchezza materiale come il fine ultimo della motivazione umana, non riuscirebbe a cogliere gli elementi più misteriosi e caratterizzanti: una volta ottenuto il potere... perché non utilizzarlo per il bene (se non di tutti, almeno di chi si ama)? Perché non circondarsi del bello? Da questo punto di vista il film si accomuna a molti altri del suo genere. In Waterworld di Kevin Costner, il malvagio Dennis Hopper vive su una bucata petroliera con una squallida benda sugli occhi. Ne La strada, film ispirato dal bel testo di Cormac McCarty (e per questo motivo il più profondo tra tutti, a mio avviso), i superstiti all’olocausto utilizzano inquietanti maschere sul volto e divengono così disumani da mangiare i cadaveri. In 1997: fuga da New York, Jena Plissen, ovvero Kurt Russell, evita di poco la furia dei "pazzi", una tribù di cannibali che vive nelle fogne.

Gli autori di queste storie ritengono che l’uomo privato della cultura e della civilizzazione degeneri non solamente al livello dell’animale – cosa peraltro opinabile, perché anche nel mondo civilizzato non mancano i sempre più numerosi imbestialimenti, spesso camuffati da concetti apparentemente umanizzanti quali i "diritti" (si pensi all’aborto, all’eutanasia, alle teorie del gender, ecc.) – ma che divenga un cultore della morte e della bruttezza. Ora, la filosofia aristotelico-tomista ci dice che ogni uomo agisce per un fine (omne agens agit propter finem), e che il fine dell’uomo è la felicità (beatitudo). I cattivi dei film sembrano dunque trovare la felicità non nella verità e nella bellezza, nell’ordine e nelle virtù, bensì in ciò che è brutto e che si corrompe, in ciò che disequilibra come le emozioni distruttive dell’odio e del rancore, nei vizi della carne, del possesso e del potere. Come può avvenire tutto questo? Come è possibile che l’uomo sia attratto non più da ciò che naturalmente - secondo una inclinazione originalmente presente in lui - è veicolo della felicità ma bensì dal suo opposto? I film che riescono a produrre una interessante spiegazione di questo cambiamento sono quelli che presentano dei cattivi credibili, e sono, a mio avviso, i più riusciti. Quegli altri, e sono la quasi totalità, che invece trasformano un buono in un cattivo sulla base di una irrealistica conversione risultano scadenti. È il tema del "passaggio al lato oscuro della forza" di Guerre Stellari, ed è su questo elemento che, sempre a mio avviso, si giocherà la riuscita o meno dei prossimi capitoli di Star Wars (laddove i prequel avevano fallito clamorosamente). La crisi del cinema contemporaneo consiste, a mio modo d’intendere, nel non saper più creare dei personaggi verosimili e quindi interessanti: dei buoni che siano virtuosi e non solamente buonisti, ovvero che abbiano "le ragioni della speranza che è in" loro; e dei cattivi che siano davvero motivati ad essere tali, cioè degli uomini pervertiti dal male.

La psicologia ci presenta due casi. L’uomo può sbagliare ed abbagliarsi con un bene apparente che, in realtà, si rivela un bene fittizio, ovvero un male. È il caso di Darth Vader che, messo alle strette dal figlio, si rende conto della paradossalità del lato oscuro: lo ha reso padrone dell’universo ma gli sta facendo perdere il suo affetto (come in precedenza aveva perso la "moglie"). Un esempio che richiama, tra l’altro, le belle parole del Vangelo: "Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero… se poi perde se stesso?". In Fury Road, ad un certo punto, Max dovrà decidere se aiutare un gruppo di donne. Inizialmente, declina la sua partecipazione, sulla base di un'abitudine caratteriale (i vizi sono abitudini) che tende al conservatorismo: meglio solo e lontano dai pericoli. Poi, però, dei rimorsi di coscienza lo faranno ricredere: andarsene via per timore e paura senza aver compiuto ciò che è giusto non può che condurre alla tristezza. Il bene inizialmente intrapreso, la conservazione o parsimonia a discapito dell'audacia o giustizia, si rivelano in realtà un male.

Ma c’è una seconda strada, ed è quella più pericolosa e più drastica: la scelta del male in quanto male. Nel primo caso, quando l’uomo si rende conto di aver preso un abbaglio, non ha scelta: può celare alla parte cosciente di sé l’errore (superbia) e diventare un nevrotico, oppure rimboccarsi le maniche e cambiare giudizio e scelte. In ogni caso, è "fregato": alla verità non si scappa. I miei pazienti sentono spesso questo esempio: se ho una grande fame, entro in un ristorante e scelgo ciò che mi sembra che possa nutrirmi al meglio. C’è però il rischio che la gola ottenebri il giudizio: il goloso di dolci può essere incontinente e, invece di prendersi un bel piatto di pasta, essere attratto da un succulento pasticcino. Ai suoi occhi il dolce gli promette un appagamento ben maggiore della pasta. Una volta terminato il pranzo – poco lauto se ha mangiato solo un marron glacée – allora egli è costretto a verificare se il pasticcino fosse ciò di cui abbisognava ovvero se il suo stomaco sia pieno davvero come pensava. In questo esempio, il goloso – che nella letteratura psicologica è incontinente o, alla peggio, intemperante – una volta colto l’errore si corregge, oppure, se vuole intraprendere una scelta nevrotica (che se ripetuta nel tempo e in vari ambiti rischia di condurlo davvero alla nevrosi), censura tale verità alla parte cosciente di sé e con un sotterfugio (superbia) trova una spiegazione compensativa: "ma quella pasta non era buona". Un caso non dissimile da "La volpe e l’uva". In questo esempio la ragione umana, offuscata dai vizi e dalle passioni oppure dall’ignoranza, scambia un male per un bene. Veniamo al secondo caso, quello in cui un goloso celiaco entra nel ristorante, e sa bene che né la pasta né il pasticcino fanno al caso suo. Perché contengono glutine, perché non sono ciò che gli serve. Eppure, consapevole di tutto, decide di assumerli consciamente. Sceglie il male. Da cattolici possiamo dire: compie un peccato. Ciò avviene perché va contro la sua ragione (e, più in generale, contro Dio indirettamente e/o direttamente). Ma cosa può motivare l’uomo ad una tale opzione consapevole? La domanda sul male accompagna tutta la storia della filosofia. Nel rispondere al quesito, senza pretesa di esaustività, mi rifaccio nuovamente alla filosofia aristotelico-tomista: l’uomo sceglie il suo male o per un bene superiore, oppure per fiducia in qualcuno che gli promette un bene superiore. Il primo caso è quello del suicidio: il sofferente si toglie la vita per prendersi qualcosa che ritiene un bene (una vendetta, la fine del dolore, infliggere il dolore ad altri, ecc.). Il secondo è il caso del satanismo: una entità superiore che promette la felicità – o quella parte della felicità che il soggetto assolutizza, come il potere, i soldi, la lussuria, ecc. – attraverso delle pratiche che la ragione umana riconosce come male. Nel primo caso lo strumento, ovvero la morte per il suicida (ma anche il dolore per un perverso), difficilmente vengono idolatrati. E questo avviene proprio perché la ragione del suicida e del perverso sa bene che gli strumenti da lui utilizzati sono dei mali, anche se gli servono per un bene ritenuto superiore. Nel secondo caso, invece, gli oggetti del male sono i segni della divinità: essi diventano cimeli, "orcrux" (per citare Harry Potter), oggetti magici e via dicendo. In altre parole: il brutto, il mostruoso, il teschio, lo scheletro sono i segni della presenza di una entità superiore, a cui ci si consacra. A mio avviso è in questo modo che possiamo spiegare il ricorso al rock, al culto della bruttezza, alla venerazione dei teschi e delle ossa. Introducendo, cioè, un elemento immateriale, ovvero spirituale, che possa motivare i cattivi ad essere brutti e mortiferi. L’unica altra alternativa possibile a questa spiegazione è la follia, la psicosi, la dissociazione dalla realtà. Ma una persona psicotica difficilmente può essere così strutturata da mantenere il contatto con il reale in tutti gli altri ambiti (essere un capo, avere dei piani di dominio, ecc.). L’entità superiore può manifestarsi e guidare direttamente, oppure essere presente in modo indiretto tramite delle false filosofie che ottenebrano la mente dell’uomo e gli impediscono di riconoscere la verità, ovvero di fare un bilancio sui costi-benefici delle proprie azioni.

Mi ha colpito un telefilm suggeritomi da un caro collega: True detective. Nella prima stagione (ben superiore alla seconda) due investigatori danno la caccia ad un serial killer che uccide per compiere dei sacrifici umani. Nel dialogare con lui sull’appassionante storia, mi raccontava di alcuni suoi studi e di un testo di Maurizio Blondet (Gli Adelphi della dissoluzione, che mi prometto di leggere al più presto) in cui si comprende che per alcuni circoli massonici e per altre organizzazioni di vario tipo, anche di origine ebrea, vale un’antica eresia, appartenuta in origine ai catari ma diffusa già nel mondo antico tramite i baccanali ed i riti orgiastici, secondo cui per purificarsi bisogna insozzarsi, ovvero compiere il male sino all’estremo. Forse è con questa chiave di lettura che possiamo comprendere i cattivi di questo Mad Max, anche se con rammarico dobbiamo constatare che una riflessione, anche minima, su tali motivazioni è completamente assente nel film. Una scelta ben precisa, a mio avviso, e coerente con la crisi contemporanea dei valori: riconoscere la bruttezza e la miseria è semplice, comprenderla e giudicarla implica una presa di posizione che il regista-produttore-autore non vuole compiere. La cosa interessante, però, è che non si può dar senso al reale senza tale comprensione e giudizio. Lo testimonia il fatto che tale tematica coinvolge anche i "buoni" del film. Max è il buono? Dal momento che pronuncia dieci battute in tutto il film non è dalle parole che possiamo giudicarlo, bensì dai fatti. E nei fatti vediamo che è animato dall’inizio alla fine da un unico proposito: sopravvivere. L’attaccamento alla vita, però, non è un sentimento neutro. Anch’esso nasconde delle profonde domande di senso: ha senso vivere? Ha senso combattere per la propria vita? L’unica risposta ragionevole, anche se implicita e non riconosciuta, è: ha senso perché è un valore, ovvero un bene. E se è un bene, da dove arriva? Chi ci dona questo bene, che siamo chiamati naturaliter a custodire? Anche in questo caso, dunque, il ricorso alla domanda di senso, ovvero a Dio, è inevitabile. Per comprendere appieno i postulati del film, sia dei buoni che dei cattivi, è necessario possedere una visione religiosa della realtà, nonostante l'apparente silenzio di censura su di essa.

Stefano Parenti

Secondo i pensatori di sinistra, per più di millecinquecento anni dall'avvento del Cristianesimo, la civiltà occidentale è rimasta nell'oscurantismo. Quando venne la luce? Quando nacque la scienza sperimentale galileiana, la quale decretò che il senso comune era sbagliato. (leggi tutto)
Ma l'aspetto più inquietante della "cultura" del catastrofismo sono i suoi risvolti di natura commerciale e politica. Come dichiara uno dei due autori, Riccardo Cascioli, in un'intervista rilasciata il 1° settembre 2010 a Zenit, l'agenzia internazionale cattolica via internet, dietro agli allarmismi c'è "una fiorente industria dal punto di vista economico (leggi tutto)
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