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FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXVII -  ottobre 2015 - n.70 (nuova serie)

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STANLEY L. JAKI, Gesù, Islam, Scienza (Jesus, Islam, Science, 2001), Fede & Cultura, Verona 2009, pp. 43.


Stanley L. Jaki, ossia László Szaniszló Jáki (1924-2009), di origine ungherese, naturalizzato statunitense, è un monaco benedettino noto come filosofo, teologo, fisico e saggista. Diverse opere di Jaki sono state pubblicate anche in Italia. Tra queste si possono ricordare: Il Salvatore della scienza (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992), Cristo e la scienza (Fede & cultura, Verona 2006), Il miraggio del conflitto tra scienza e religione (Ateneo Pontificio Regina Apostolorum - IF press, Roma 2014), nonché l’impegnativo La strada della scienza e le vie verso Dio(Jaca Book, Milano 1988). Tesi di fondo di questi lavori è che il presunto conflitto tra scienza e religione sia solo immaginario. In realtà, anzi, la religione cristiana ha preparato il terreno culturale per la nascita della scienza come noi la conosciamo. Questi stessi temi ritornano, a volte in piena luce, a volte appena accennati, nel breve saggio Gesù, Islam, Scienza.

Va notato, in primo luogo, che si tratta di un testo del 2001, l’anno in cui, l’11 settembre, avvenne l’attentato alle Torri Gemelle di Nuova York (Stati Uniti d’America). Lo scritto è immediatamente successivo a quell’avvenimento (che infatti è ricordato già nella pagina iniziale dell’opera) e cita esplicitamente "lo shock dell’11 settembre" (p. 8): il che spiega l’imporsi del confronto con la cultura islamica.
L’opuscolo consta di sette parti, numero ovviamente di grande impatto simbolico. La prima parte, La teologia e le Torri Gemelle, invita ad una riflessione sulla cultura occidentale, di fronte alla grave crisi ed alla pericolosa sfida portate dal fondamentalismo islamico. Non basta l’espediente del politicamente corretto: "asserzioni generiche di fede nella bontà del genere umano" o "insipide riaffermazioni di fratellanza fra tutte le nazioni e soprattutto fra tutte le religioni" (p. 8). Noi Occidentali dobbiamo tornare a comprendere l’importanza, per il Cristianesimo e conseguentemente per la nostra stessa civiltà, della "fede nella divinità di Cristo". Con essa sta o cade il Cristianesimo stesso. Jaki, qui, sottintende che è proprio la divinità di Cristo a renderne salvifica la morte: se Gesù fosse un uomo come un altro, non potrebbe morire "per noi", come dice il "Credo".
Questo tema viene però affrontato nella seconda parte, Gesù nel Corano, che puntualizza in modo chiaro che, per il Corano, GesùJaki.jpg (474680 byte) non è morto in croce e non è una persona della Trinità. "E, quello che è peggio, quando il Corano parla della visione cristiana della Trinità, dice che essa è composta da Dio, Cristo, e Maria"(p. 9). Il Corano, in effetti, pur riconoscendone in vari modi l’importanza come profeta, "intende sradicare dalla mente dei fedeli che Gesù abbia mai detto di essere Dio fatto carne"; ugualmente, "per il Corano non ha alcun significato la morte fisica di Cristo sulla croce" (p. 14). Tuttavia, ogni cristiano sa che negare la "morte fisica di Cristo sulla croce sarebbe un rigetto radicale della fede cristiana" (p. 15). Da tutto questo deriva che i fedeli musulmani sono tenuti a considerare "la fede cristiana in Gesù come pura idolatria" e devono quindi essere "profondamente contrari ad essa" (ib.). Ignorare questo significa affrontare la questione del rapporto con i musulmani in maniera troppo superficiale.
Il tema dell’incompatibilità, tra le due religioni, nelle valutazioni sulla divinità di Gesù e sulla sua reale morte in croce ritorna nella terza parte, Tolleranza cristiana e musulmana, dove si afferma che la libertà di coscienza è percepita diversamente in ambito cristiano ed in ambito islamico, sicché "un buon segmento del mondo musulmano rimane militante e intollerante" (p. 21).
La parte centrale del testo, Attacco da una scienza di origine non musulmana, introduce il terzo elemento della riflessione di Jaki: la scienza. Dopo aver considerato che "nel prepararsi all’attacco finale contro gli infedeli idolatri, la parte belligerante del mondo musulmano conta di utilizzare al massimo grado la scienza e la tecnologia" (ib.), l’Autore commenta che "i musulmani non possono ignorare che né la scienza né la tecnologia [...] sono state prodotte da loro stessi"(p. 22).
La scienza è nata in Occidente grazie ad alcune premesse cosmologiche ben precise: in particolare, il Cristianesimo ha superato quelle concezioni panteiste, organiciste, cicliche o animiste, che hanno impedito, in altre civiltà, il sorgere della mentalità scientifica. Ora, anche il Corano, almeno in parte, condivide le premesse cosmologiche del Cristianesimo, come ad esempio la concezione lineare del tempo (in opposizione ad una visione ciclica di esso). Che cosa ha bloccato la nascita o quanto meno il progresso della scienza nell’Islam?
Per rispondere a questa domanda, Jaki si rifà al decimo secolo, quando "il mondo intellettuale musulmano era diviso tra i Mutaziliti e i Mutakallimum" (p. 24). I primi, fra cui al-Ghazali, erano dei "mistici", per i quali parlare di leggi di natura equivaleva a mettere "dei limiti all’onnipotenza di Allah" (p. 25). I secondi, fra cui Averroè, accettarono dogmaticamente tutto il pensiero di Aristotele, compresa l’eternità del mondo. Ma, senza una libera creazione divina del mondo, tutto è aprioristicamente determinato: cade, perciò, ogni interesse per la scienza sperimentale. Fu così che Avicenna, pur avendo concepito il principio di inerzia, non seppe coglierne l’importanza, mentre i medioevali occidentali elaborarono quella teoria dell’impetus che sarà poi la base della formulazione del principio di inerzia moderno. Del resto, nota acutamente Jaki, la fisica moderna, pur senza esserne consapevole, si avvale di solide fondamenta gettate nel Medio Evo.
Su queste fondamenta riflette più approfonditamente la sezione intitolata Una scienza cristiana. La legge che secondo Jaki è il perno della scienza moderna è il principio di inerzia (cf. p. 31), di cui egli attribuisce il merito a Buridano ed al suo discepolo Nicola d’Oresme. La loro fisica ha, alla base, delle definite idee teologiche: in primo luogo, l’universo è il prodotto di un Dio creatore libero; in secondo luogo, Dio ha inserito delle leggi quantitative nella struttura del mondo. Ciò favorisce la ricerca delle leggi ed, in particolare, una ricerca di tipo sperimentale. Queste idee non si riscontrano nei pensatori musulmani, che si muovono tra necessitarismo e arbitrio divino.
La penultima parte della riflessione di Jaki riguarda Il monoteismo cristiano. Nella concezione neoplatonica, che vede il mondo come emanazione necessaria di Dio, il mondo è definito come l’unigenito di Dio. Nella concezione cristiana, il vero unigenito di Dio è il Figlio, ossia il Logos. Ne derivano due conseguenze: il mondo non è, e non può essere, emanazione necessaria di Dio; d’altra parte, il mondo, poiché è stato costituito mediante il Logos, è "pienamente logico in ogni sua parte"(p. 36), ossia è indagabile tramite la ragione umana. Così l’intelletto cristiano si radica nel monoteismo cristiano, in quel monoteismo cioè che è legato "al grande fatto di Cristo [...] così che Cristo, il salvatore di tutti, è veramente divenuto anche il salvatore della scienza" (p. 37). E qui è chiaro il rimando all’opera Il Salvatore della scienza, citata sopra.
La conclusione è intitolata Dilemma per i Musulmani. Ormai l’Islam non può rimandare oltre la questione del rapporto tra ragione e rivelazione, tra scienza e rivelazione. E "può darsi che l’ondata fondamentalista che passa violenta sulla Mezzaluna abbia la sua causa nel timore degli Imam che l’occidentalizzazione, attraverso la scienza e la tecnologia, attacchi alle radici la credibilità del Corano" (p. 38). Jaki chiude con la speranza che la nuova abitudine a valutare scientificamente i fatti possa portare i musulmani anche ad una rinnovata valutazione di quei fatti che stanno alla base del Cristianesimo.
Il testo, come si è detto all’inizio, sorge da un’occasione ben precisa, l’attentato dell’11 settembre 2001. Ma la riflessione procede ben oltre, arrivando a toccare questioni di portata molto vasta e molto profonda, come il motivo per cui la scienza moderna sia nata proprio nell’Occidente cristiano, e solo lì. La spiegazione secondo cui è stata proprio la fede nel Dio cristiano a preparare, formare e incoraggiare le menti umane allo studio scientifico della natura è stata individuata anche da altri pensatori: ad esempio, da Alfred North Whithead già nel 1925, con l’opera La scienza e il mondo moderno (tr. it. di A. Banfi, Boringhieri, Torino 1979). In questo, la breve opera di Jaki, attraverso il confronto tra due delle grandi religioni monoteiste, aiuta ad una riflessione che superi le sterili e pretestuose polemiche anticristiane che provengono dagli ambienti scientisti. Lo scientismo, separando la scienza dalle sue stesse fonti, non può giungere ad altro risultato che di uccidere la scienza stessa. La fede cristiana, invece, la alimenta e la stimola.


Marcello Landi

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