Numeri pubblicati

Premio  Future Shock

Cattedre di fantascienza

FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XXX - giugno 2018 - n.78 (nuova serie)

I nostri link

Concorsi letterari vari

Future Shock e la stampa

Home

Future Shock n.78

Editoriale

Saggistica

L'idea è il vero eroe di Renato Ghezzi

Creazione e apocalisse in due racconti di fantascienza "teologica" di Enrico Leonardi

Morte dell'Occidente: fantascienza o realtà? di Guglielmo Piombini

La fantascienza per imparare il futuro di Antonio Scacco

Uno dei filoni della fantascienza è quello del dopobomba, in cui una civiltà muore per colpa di un conflitto nucleare, ad es.: Un cantico per Leibowitz (A Cantiche for Leibowitz, 1960) di Walter Miller Jr.; ce n’è un altro in cui, invece, la civiltà soccombe a causa della decadenza morale, come in Solo il mimo canta al limitare del bosco (Mockingbird, 1981) di Walter Tevis. È possibile vedere in questo secondo filone un’anticipazione di quanto, in un prossimo futuro, accadrà all’Occidente?

 

Morte dell’Occidente:

fantascienza o realtà?

                                     di Guglielmo Piombini

In un best seller del 2002, non ancora tradotto in italiano, dal titolo: The Death of the West. How Dying Populations and Immigrants Invasions Imperil Our Country and Civilization (St.Martin Press, New York), il suo autore Patrick J.Buchanan, opinionista e uomo politico americano, suona un campanello d'allarme per la civiltà occidentale che, a causa del crollo della natalità, dell'esplosione demografica dell'Africa, dell'Asia e del Sudamerica, e dell'immigrazione di massa, rischia di scomparire dalla faccia della Terra entro la fine del XXI secolo. Se negli Stati Uniti i bianchi anglosassoni sono ormai minoritari in alcuni Stati, in Europa l'Islam potrebbe diventare la religione dominante entro qualche decennio. Buchanan è convinto che la decadenza morale e demografica dell'Occidente sia dovuta alla secolarizzazione e alla scomparsa dei principi morali cristiani dalla società. Egli ravvisa l'origine della crisi nella "rivoluzione culturale" degli anni '60, che oggi è diventata egemone. Se vuole salvarsi dall'estinzione, la civiltà occidentale deve recuperare la tradizione culturale e religiosa che l'ha resa grande in passato, e insieme ad essa il desiderio di fare figli e di trasmettere la propria cultura. Condivisibile o meno, la sua analisi rappresenta una voce importante nell'attuale dibattito culturale.

L’eclissi dell’etica

L'aumento della popolazione ha sempre contrassegnato le civiltà in ascesa, mentre il calo demografico è tipico delle nazioni in declino. Se le cose stanno così, la civiltà occidentale è in condizioni critiche. Agli inizi del XX secolo le persone di oBuchanan.jpg (54838 byte)rigine europea costituivano un terzo di tutti gli abitanti della terra. Negli anni '60 gli occidentali erano 750 milioni, cioè un quarto dei tre miliardi di abitanti del pianeta. Malgrado le ferite della guerra e la perdita degli imperi coloniali, in quegli anni le nazioni occidentali si trovavano in pieno boom demografico e sembravano vive e vitali.
Da allora, mentre la popolazione mondiale è raddoppiata a sei miliardi, i popoli europei hanno cessato di riprodursi. Le loro popolazioni hanno cominciato a ristagnare e, in molti paesi, hanno già cominciato a calare. Nel 2000 solo un sesto della popolazione mondiale è occidentale; nel 2050 sarà un decimo. Dal 2000 al 2050, infatti, la popolazione mondiale crescerà di altri tre miliardi fino a raggiungere i nove miliardi. Questo aumento del 50 per cento della popolazione mondiale verrà però interamente dall'Asia, dall'Africa e dall'America Latina, mentre 100 milioni di europei scompariranno dalla faccia della Terra. Queste sono statistiche di una razza in via di estinzione.
Nel 2000 la popolazione totale dell'Europa, dall'Islanda alla Russia, era di 728 milioni. Con gli attuali tassi di natalità, senza nuova immigrazione, crollerà nel 2050 a 600 milioni. L'ultima volta che la popolazione europea ha mostrato un calo di queste dimensioni fu con la peste nera del 1348. Delle venti nazioni con il più basso tasso di natalità del mondo, diciotto sono in Europa. La fertilità media della donna europea è scesa a 1,4 figli per donna, quando servirebbe un tasso di 2,1 per mantenere stabile la popolazione.
Da qui al 2050 l’ Europa perderà 23 milioni di tedeschi e 20 milioni di italiani. La Russia scenderà da 147 a 114 milioni di abitanti, una perdita maggiore dei 30 milioni di morti attribuiti a Stalin. In Gran Bretagna gli inglesi saranno minoranza entro la fine del secolo: questa è la prima volta che una popolazione indigena si riduce volontariamente in minoranza in assenza di guerre, carestie o epidemie. La Spagna aveva il triplo degli abitanti del Marocco nel 1950; un secolo dopo il Marocco avrà il 50 per cento di abitanti in più della Spagna.

Il problema non è solo il calo demografico, ma anche l'invecchiamento. Se il tasso di fertilità non cresce, nel 2050 i bambini europei sotto il quindici anni caleranno del 40 per cento a 87 milioni, mentre il numero degli anziani salirà del 50 per cento a 169 milioni. Solo il 2 per cento della popolazione italiana, alla metà del secolo, avrà meno di 5 anni, ma oltre il 40 per cento avrà più di 65 anni. L'Europa sta diventando un continente abitato da vecchie persone, in vecchie case, con vecchie idee. Per mantenere l'attuale proporzione di 4,8 persone in età lavorativa per ogni anziano, l'Europa dovrebbe importare più di un miliardo di immigrati dall'Africa e dal Medio Oriente. Detta in altri termini: se l'Europa vuole mantenere lo "stato sociale" così com'è oggi, deve diventare dal punto di vista etnico un continente del Terzo Mondo. Non si tratta di una profezia, ma di una questione matematica.

Dove sono finiti tutti i bambini?

In Occidente il periodo 1945-65 fu l'epoca d'oro del matrimonio. Negli Stati Uniti l'età media delle nozze scese ai minimi storici, e la proporzione di uomini e donne sposate raggiunse un astronomico 95 per cento. L'America di Eisenhower e Kennedy era una nazione vibrante e dinamica. Perché i giovani di oggi, a differenza di quelli vissuti durante gli anni del boom, non vogliono più avere figli? Perché accettano la scomparsa delle proprie nazioni dalla faccia della Terra con una tale indifferenza? Cosa rese le donne così ostili all'idea della maternità da farle preferire un aborto, un atto che fino a poco tempo prima era considerato da tutti una mostruosa offesa contro Dio e contro l'uomo? Negli anni '50, l'aborto era considerato un crimine vergognoso, eppure quindici anni dopo la Corte SupremRuss.jpg (66185 byte)a lo dichiarò un diritto costituzionale, addirittura una pietra miliare del progresso sociale. Cos'era successo nel frattempo?
Se guardiamo le statistiche ci accorgiamo che nella seconda metà degli anni '60, nel bel mezzo della prosperità del dopoguerra, accadde qualcosa che cambiò completamente i cuori e le menti degli occidentali, uccidendo in loro il desiderio di essere genitori. A partire dal 1964, infatti, partì dai campus universitari una rivoluzione culturale che in nome della "liberazione sessuale" sovvertì completamente l'ordine morale giudeo-cristiano. Nell'arco di un terzo di secolo le credenze tradizionali sulla religione, la famiglia e il matrimonio vennero rigettate da milioni di occidentali. La cultura popolare attualmente egemone pone, nella sua gerarchia di valori, le gioie del sesso molto più in alto della felicità della maternità. Le riviste per donne, le serie televisive, i romanzi celebrano la carriera, il sesso e l'essere single. Il matrimonio, la monogamia e i figli sono il "vecchiume" delle nonne. Mentre negli anni '50 il divorzio era uno scandalo, oggi la metà dei matrimoni finiscono con un divorzio. L'edonismo e il femminismo hanno generato, per dirla con le parole di papa Giovanni Paolo II, una sterile "cultura della morte".
Il collasso del matrimonio e della fertilità matrimoniale è dunque il risultato del rifiuto in tutto l'Occidente de valori affermati dal Cristianesimo (sacrificio, altruismo, fedeltà) a favore di un militante individualismo laicista concentrato sul proprio io. In larga misura l'Occidente di oggi è tornato ai costumi decadenti degli ultimi secoli dell'impero romano, caratterizzati dalla diffusione dell'infanticidio, dagli eccessi sessuali, dal rifiuto del matrimonio. L'aborto e l'infanticidio invece erano vietati ai cristiani, che spesso salvavano i neonati abbandonati dai pagani, li battezzavano e li adottavano. I pagani non avevano figli, i cristiani sì, e per questa ragione finirono per ereditare l'impero.
Oggi l'Occidente vecchio e moribondo vorrebbe convincere il Terzo Mondo e il mondo islamico ad accettare la contraccezione, l'aborto e la sterilizzazione. Ma perché dovrebbero intraprendere la nostra stessa strada suicida, proprio adesso che stanno per ereditare la Terra? La verità è che solo una controrivoluzione sociale o un risveglio religioso potrebbero rovesciare le sorti dell'Occidente. Ma nessun segno di cambiamento si vede all'orizzonte.

I quattro che fecero la rivoluzione

La rivoluzione marxista non ha mai attecchito in Occidente. Quando scoppiò la prima guerra mondiale tutti i maggiori partiti socialisti europei si schierarono con le proprie nazioni, mentre dopo la guerra le repubbliche sovietiche sorte a BuLukacs.jpg (43714 byte)dapest, Monaco e Berlino non trovarono il sostegno delle masse lavoratrici e durarono pochi mesi. Anche il tentativo di invasione della Polonia da parte dell'Unione Sovietica venne respinto sulla Vistola dai patrioti polacchi guidati dal maresciallo Pilsudski. Nulla di quanto i marxisti avevano profetizzato si era verificato. I lavoratori dell'Occidente, il mitico proletariato, si era rifiutato di giocare il ruolo che la storia gli aveva assegnato. Dove aveva sbagliato Marx?
I suoi discepoli si misero al lavoro, e giunsero alla conclusione che i lavoratori occidentali avevano rifiutato la rivoluzione perché la tradizione culturale e religiosa dell'Occidente pervadeva ancora le loro anime, impedendogli di vedere i loro veri interessi di classe. Il primo di questi discepoli dissenzienti di Marx fu l'ungherese Georg Lukacs. Nel suo libro Storia e coscienza di classe affermò che i rivoluzionari prima di prendere il potere dovevano distruggere i vecchi valori e crearne di nuovi. Come commissario alla cultura dell'effimero regime sovietico ungherese di Bela Kun, Lukacs mise in atto le proprie idee, da lui stesso definite "demoniache", attraverso un'opera di "terrorismo culturale" nelle scuole, dove si indottrinavano gli studenti contro la famiglia e la religione, in nome della più completa libertà sessuale. Il secondo studioso marxista dissenziente fu l'italiano Antonio Gramsci, da molti considerato il maggior stratega comunista del XX secolo. A differenza di molti comunisti tornati entusiasti dalla Russia sovietica, Gramsci aveva capito che i bolscevichi avevano completamente fallito sul piano culturale, perché riuscivano a ottenere l'obbedienza delle masse solo con gli strumenti del terrore. La popolazione era ancora fedele ai valori tradizionali della Madre Russia, e non era stata convertita al comunismo: anzi l'odiava. Gramsci concluse che era l'anima cristiana del popolo russo che gli impediva di abbracciare la rivoluzione comunista. Duemila anni di civilizzazione cristiana non si cancellavano da un giorno all'altro.
Secondo Gramsci, i marxisti, invece di conquistare il potere e imporre una rivoluzione culturale dall'alto, avrebbero dovuto prima cambiare la cultura, dopodiché il potere sarebbe caduto nelle loro mani come un frutto maturo. Questo cambiamento culturale richiedeva "una lunga marcia attraverso le istituzioni": le arti, il cinema, la radio, il teatro, le scuole, le università, i seminari, i giornali dovevano essere conquistati e convcrtiti in agenti della rivoluzione.
Queste idee furono sviluppate in Germania dalla Scuola di Francoforte di Max Horkheimer, Theodor Adorno, Erich Fromm, Wilhelm Reich, Herbert Marcuse. Dopo l'avvento del nazismo questi intellettuali si trasferirono a New York, e da qui impiegarono i loro talenti e le loro energie al sovvertimento della cultura delMarcuse.png (402259 byte) paese che gli aveva dato rifugio. Mentre il marxismo classico criminalizzava i capitalisti, la Scuola di Francoforte criminalizzava la cultura della middle-class. La loro arma era la cosiddetta Teoria Critica, che consisteva in una polemica distruttiva contro tutti gli elementi della cultura occidentale: cristianesimo, capitalismo, autorità, famiglia, moralità, tradizione, patriottismo. La critica di Francoforte creava un'atmosfera di "pessimismo culturale", cioè di alienazione, mancanza di speranza, disperazione. Anche nelle società più libere e prospere le persone erano indotte a vedere il proprio paese come oppressivo e malvagio, indegno di lealtà e amore. Sotto l'impatto della Teoria Critica la generazione degli anni '60, la più privilegiata della storia, si convinse di vivere in un intollerabile inferno. Dai campus universitari la contestazione si diffuse rapidamente in tutto l'Occidente, conquistando l'egemonia culturale. Mentre Lenin aveva fallito in Oriente, Lukacs, Granisci, Adorno e Marcuse trionfarono in Occidente.

Secolarismo e denatalità

Dal sedicesimo al ventesimo secolo le grandi nazioni dell'Occidente colonizzarono la maggior parte del mondo. Le ruote della storia oggi però hanno cominciato a girare all'incontrano. La grande ritirata dell'Occidente, iniziata con il collasso degli imperi coloniali dopo la seconda guerra mondiale, coincide con il risveglio del mondo musulmano, in pieno boom demografico. Una giovane e assertiva popolazione africana e i vuoti demografici lasciati dagli europei. Anche negli Stati Uniti i bianchi anglosassoni sono ormai minoritari in diversi Stati.
In Europa ci sono già 15 milioni di islamici, le moschee si riempiono e le chiese si svuotano. Nel 2000 per la prima volta ci sono più musulmani che cattolici nel mondo. Se nella scienza, nella tecnologia, nell'economia, nell'industria, nell'agricoltura, negli armamenti e nella forma di governo l'America e l'Europa sono generazioni avanti, il mondo islamico conserva qualcosa che l'Occidente ha perduto: il desiderio di avere figli e tramandare la propria civiltà, fede e cultura.
Appena il Cristianesimo ha cominciato a scomparire dall'Occidente, è successa un'altra cosa: gli occidentali hanno smesso di avere figli. La correlazione fra fede religiosa e famiglie numerose, infatti, è assoluta. Che sia cristiano, ebreo o musulmano, più un popolo è devoto, più elevati sono i suoi tassi di natalità. Negli Stati americani più religiosi della Bible Belt, la natalità è più alta che negli Stati secolarizzati come la California.
Appena questa nuova "civiltà atea" è sorta in Europa, le persone necessarie a sostenerla hanno cominciato a scomparire. Pare una legge ferrea: uccidi la fede di una nazione, e la sua popolazione cesserà di riprodursi. A questo punto le armate straniere o gli immigrati entrano e riempiono gli spazi vuoti. Decristianizzando l'America, la rivoluzione culturale ha scoperto un contraccettivo efficace quanto la pillola del dr. Rock.

Ritorno alla fede perduta

La militanza, il martirio e l'intolleranza - sì, proprio l'intolleranza - sono i segni caratteristici delle religioni in ascesa e delle cause conquistatrici. La tolleranza va rivolta alle persone, non alle idee. Il Cristianesimo che conquistò il mondo non eGheddo.jpg (102588 byte)a una fede melensa, e i suoi missionari non pensavano che tutte le fedi fossero uguali: ai loro occhi solo una fede era vera, mentre tutte le altre erano false. I primi cristiani che accettavano la morte pur di non bruciare l'incenso all'imperatore abbatterono ben presto le divinità dei Romani. Oggi invece chi vuoi che si converta a una religione i cui sacerdoti e predicatori si fustigano per espiare i peccati dei secoli passati? Non è questa una chiara manifestazione della perdita della fede nella verità e nella grandezza del Cristianesimo?
Gli occidentali devono tornare a credere nella superiorità della propria civiltà. Tutte le nazioni sono uguali? E allora perché tutti i diseredati del mondo desiderano vivere in Occidente? Tutte le persone sono uguali? Sì, ma l'idea dell'innata dignità di ogni essere umano viene dall'Occidente, non dall'India, dalla Cina o dall'Arabia. La schiavitù è un male? Sì, ma è stato il Cristianesimo a insegnarlo agli uomini, ed è stata la nazione britannica la prima a mettere definitivamente al bando lo schiavismo. Le civiltà non sono tutte uguali. L'Occidente ha dato al mondo il meglio del pensiero, e quindi la civiltà e la cultura occidentale sono superiori. Se l'Occidente vuole continuare a vivere, deve ritrovare la fede combattiva della propria giovinezza.

Guglielmo Piombini (1968) si è laureato in giurisprudenza presso la facoltà di Bologna. È autore di diversi saggi e libri, tra cui: Anarchici senza bombe. Il nuovo pensiero libertario (2000), La proprietà è sacra (2001), Prima dello Stato. IPiombini.jpg (2922 byte)l medioevo della libertà (2004). È titolare della "Libreria del Ponte" a Bologna e fondatore del sito Internet "Tramedoro", i grandi libri delle scienze sociali in pillole. Collabora con diverse riviste e giornali, come "Liberal", "Il Domenicale!, "Elite" e su diversi siti Internet. Fra i suoi interessi, figura la storia medievale e l’anarco-capitalismo, a proposito del quale, in una intervista, ha dichiarato: "Io credo che il Cattolicesimo possa rinforzare la teoria libertaria fornendogli un sostegno culturale e anche metafisico, dato che luomo è per natura un animale religioso che non rinuncerà mai alle domande ultime sul senso della vita. Da parte sua, il libertarismo di scuola austriaca può dare un contributo alla dottrina sociale della Chiesa, rendendola meno vaga e più cosciente del rapporto indissolubile tra libertà economica e dignità umana. Il sistema prasseologico misesiano, che parte da alcuni assiomi empirici autoevidenti e si sviluppa per deduzioni, è molto più compatibile delleconomia neoclassica o positivista con la forma mentis cattolica, presentando forti analogie metodologiche con il sistema della Scolastica di San Tommaso".

Il mostro coprotagonista di questo celebre romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1818, è conosciuto da molti, forse dai più, in forma distorta, ché la sua figura fu alterata nelle molte opere teatrali e cinematografiche derivatene. Il primo dramma frankensteiniano fu rappresentato, con enorme successo, già nel 1823, sul palcoscenico del teatro londinese Lyceum, a cura di Richard Brinsley Pick, con l’attore Thomas Potter Cooke nella parte, come recitava la locandina, del terrifying –, trattino alludente al fatto che, secondo l’impresario, Frankenstein non avrebbe creato né un "he" né un "it" ma un quid indefinibile che sulle tavole del palcoscenico era incapace persino d’articolar parole (leggi tutto)

In un articolo, apparso su "La Repubblica" del 31-X-2012 e intitolato Addio cultura umanistica: per i ragazzi non ha senso, l'Autore, il prof. Marco Lodoli, traccia un quadro desolante del rapporto frustrante, dal punto di vista didattico e pedagogico, che molti suoi colleghi di lettere intrattengono con i propri discepoli: «IO NON ESISTO più, sono diventata invisibile, mi dice una professoressa con la voce spezzata e gli occhi umidi. Entro in classe, comincio a spiegare e subito mi accorgo che nessuno mi ascolta (leggi tutto)

leggi.gif (13047 byte)