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Il giusto crocifisso: - la follia di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini e la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini – ( 1 Cor 1,20 )

LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

di Bruto Maria Bruti

La filosofia greca, attraverso Platone, anticipa l'immagine dell'uomo sommamente giusto. Nella sua opera dedicata allo stato ideale, Platone giunge alla conclusione che la rettitudine di un uomo può risultare davvero perfetta soltanto se egli accetta di subire ogni ingiustizia per amore della verità, poiché solo allora sarebbe evidente che un tale uomo vive non in funzione di una utilità o di un piacere ma soltanto per amore della verità.
Scrive Platone che l'uomo sommamente giusto deve essere " (...) un uomo semplice e nobile il quale, come dice Eschilo, - non vuole sembrare, ma essere buono. Bisogna dunque togliergli l'apparenza della giustizia; giacché se apparrà esser giusto, avrà onori e doni per l'apparir egli tale, e non risulterebbe chiaro se fosse giusto per amor della giustizia o dei doni e degli onori. Perciò va spogliato di tutto fuorché della giustizia stessa: (...) abbia egli massima fama di ingiustizia, affinché sia messo alla prova (...); vada innanzi irremovibile sino alla morte, sembrando per tutta la vita essere ingiusto ed essendo invece giusto (...): flagellato, torturato, legato, gli saranno bruciati gli occhi, e infine, dopo aver sofferto ogni martirio, sarà crocifisso " ( Platone, La Repubblica, libro II°, n. 165-220, Sansoni 1970, p.46-48).
Questo ragionamento, scritto ben quattrocento anni prima di Cristo, non può non commuovere ogni cristiano. Qui il pensiero filosofico, nel suo estremo sforzo razionale, teso a comprendere come possa essere collaudata la rettitudine di un uomo perfettamente giusto, riesce ad intuire e a presagire che il perfetto giusto, nel mondo, non potrà che essere il giusto crocifisso, il quale accetta di subire ogni ingiustizia unicamente per amore della giustizia. Il massimo sforzo del pensiero razionale si incontra con la follia della croce: l'uomo perfetto e quindi l'uomo senza peccato può essere soltanto l'uomo della croce ed è la croce, accettata per amore della verità, a rivelare la perfezione dell'uomo.
L’intuizione filosofica di Platone finisce per coincidere con la profezia biblica di Isaia:

"Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure, egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori,
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato." ( Is 53, 3-4)

Il perdono cristiano, che deve essere concesso solo a chi è veramente pentito ( Lc 17,3) non esclude la giustizia. Dio stesso con il battesimo e la confessione ci rimette la colpa ma non il castigo temporale meritato per la colpa. La misericordia di Dio ha perdonato la colpa, ma la giustizia di Dio ha mantenuto il castigo meritato per il peccato e infatti gli uomini continuano ad essere soggetti alla pena delle tentazioni, alla pena del dolore, della malattia e della morte fisica.
Per salvare gli uomini Dio ha stabilito il sacrificio della vita per il Figlio prediletto. L'analisi del peccato indica che, ad opera del diavolo, vi sarà lungo la storia una costante pressione al rifiuto di Dio fino all'odio: amore di sé fino al disprezzo di Dio, come dice S. Agostino. La giustizia di Dio ha stabilito per la redenzione il processo inverso: l'amore di Dio fino al disprezzo di sé da parte del Figlio prediletto ( cfr Dominum et vivificantem n.38, Is 53,2-6, Salvifci doloris n.17).
La morte di Gesù è un atto di obbedienza al Padre. Giuda, i capi della Sinagoga, Pilato e i carnefici non hanno su Cristo alcun potere tranne quello che Lui stesso vuole concedere e solo quando è venuta l'ora decisa dal Padre. La vita, dice Gesù, " nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio". ( Gv 10, 18). Per dimostrare la sua potenza, Gesù, in un primo momento, fa stramazzare al suolo tutti quelli che sono venuti ad arrestarlo nel Gethzemani ( Gv 18,4-6 ). Il calice della passione è il destino che gli ha riservato il Padre: nella letteratura biblica il calice è il simbolo del destino perché i nomi degli interessati che venivano tirati a sorte erano posti dentro un calice.
Il sacrificio della vita è stato voluto dal Padre e Gesù, come uomo, solo a Dio chiede di togliere tale pena:" Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!"( Mt 26, 39). La morte di Gesù, oltre che un atto di obbedienza al Padre, è un atto di amore per noi e un atto di condivisione dell'umana sofferenza ( cfr Salvifici doloris n.16).