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di FANTASCIENZA
UMANISTICA
Premessa
Le
mie tappe di avvicinamento
alla
fantascienza umanistica
I miei primi interessi per la fantascienza risalgono
all'inizio degli anni Cinquanta. Allora, vivevo a
Caltagirone, in provincia di Catania (sono, infatti, di
origine siciliana, essendo nato a Gela nel 1936), e
andavo a vedere, assieme ad un compagno di liceo, tutti i
film di fantascienza che proiettavano nelle sale
cinematografiche del mio paese: Uomini sulla Luna,
Quando i mondi si scontrano, Gli invasori
spaziali, ecc. Leggevo anche i romanzi che Arnoldo
Mondadori andava pubblicando nella collezione B.E.M. (Correnti
dello spazio di Asimov, Operazione Apocalisse
di Padgett, Pianeti allo specchio di Pangborn,
ecc.) e nella collezione Medusa (la trilogia
interplanetaria di Clive S.Lewis).
Anche durante gli anni Sessanta, la fantascienza
continuò ad interessarmi. Lessi allora i romanzi
pubblicati da Ponzoni nella collana Cosmo e quelli curati
da Roberta Rambelli per la Bussola SFBC di Piacenza.
Alcune pellicole di quegli anni cominciarono a volgere la
mia attenzione dalla fantascienza tecnico-scientifica a
quella di tipo socio-politico: Alphaville di
Godard, Il Dottor Stranamore di Kubrick, La
decima vittima di Petri, ecc. Dopo una breve
parentesi durante gli anni Settanta, ritornai ad
interessarmi di fantascienza agli inizi degli anni
Ottanta. In quel periodo, ero al termine del mio corso di
laurea in lettere al Magistero di Bari e dovevo discutere
la tesi di laurea. Scelsi, come argomento della tesi, i
romanzi di fantascienza scritti per la gioventù
("juveniles") da Robert A.Heinlein.
La scelta, tuttavia, non fu motivata esclusivamente dal
mio interesse per la fantascienza. Nell'arco di tempo su
ricordato e particolarmente negli anni Sessanta e
Settanta, ero molto attirato dal dibattito culturale,
politico e ideologico che allora si andava svolgendo: la
contestazione studentesca, la guerra fredda, il disarmo
nucleare, il brigatismo erano temi che mi appassionavano.
Contemporaneamente, andava affiorando in me l'esigenza di
capire di più il mondo moderno. Uscivo da una società
contadina e la mia cultura era tipicamente classica. Il
miracolo economico degli anni Sessanta, l'avvento della
tv, i juke-box, ecc., mi sembravano in palese contrasto
con la visione del mondo dei tragediografi (Eschilo,
Sofocle, Euripide) e dei filosofi greci (Platone e
Aristotele). La lettura del saggio di Toffler, Lo choc
del futuro, cominciò a chiarirmi un po' le idee. In
particolare, capii che la scienza galileiana era
all'origine dello shock culturale di cui parlava
Toffler, e che la fantascienza era l'espressione
letteraria di tale shock.
Tuttavia, ci fu anche una particolare circostanza che mi
indusse a scegliere la tesi di fantascienza. A metà
degli anni Settanta, probabilmente per fare onore al mio
cognome - non si dice nomen omen? - decisi di
imparare il gioco degli scacchi. Mi misi a frequentare, a
Bari, il circolo "Mediterraneo" dell'Inps, dove
feci la conoscenza di Eugenio Ragone, anch'egli
appassionato scacchista. Tra una partita e l'altra,
chiacchierando di svariati argomenti che andavano dalla
politica alla religione, scoprimmo il nostro comune
interesse per la fantascienza. A quel tempo, Eugenio
aveva dato vita all'associazione barese di appassionati
di fantascienza "Drincon 2", nel cui ambito si
tenevano delle mini-convention dette
"Littlecon". Fu ad una di esse, precisamente a
quella del 16 maggio 1981, che conobbi lo scrittore
Vittorio Catani. L'amicizia con Eugenio Ragone, la
partecipazione ai cineforum e alle conferenze che egli
andava organizzando, mi stimolarono ad approfondire gli
aspetti sociali ed educativi della fantascienza e a
coronare il mio corso di studi in materie letterarie con
una tesi su tale genere letterario.
La relatrice della mia tesi fu la prof.ssa Rita D'Amelio,
titolare della cattedra di Storia della Letteratura per
l'infanzia, a cui mi aveva presentato il prof. Daniele
Giancane, che allora era ricercatore presso la cattedra.
A laurea conseguita (1979/80), la prof.ssa D'Amelio mi
sollecitò ad organizzare, in ambito accademico, una
serie di seminari sulla fantascienza, a cui invitai a
partecipare Eugenio Ragone e Vittorio Catani. La mia
attività al Magistero di Bari si esplicò anche nella
partecipazione, come membro della commissione, agli esami
di Storia della Letteratura per l'infanzia. Ricordo che
gli esami ebbero inizio nel mese di maggio 1983 e
proseguirono per tutto l'anno accademico 1983/84. Gli
studenti che si presentavano a sostenere gli esami,
dovevano dimostrare di conoscere, nelle linee generali,
la storia della fantascienza e, in particolare, la
fantascienza per ragazzi, studiando sugli appunti dei
miei seminari. Fu veramente un'esperienza interessante e
piuttosto rara in ambito accademico italiano, il cui
merito va principalmente alla prof.ssa D'Amelio,
particolarmente sensibile alle innovazioni culturali, e
al prof. Daniele Giancane.
La frequentazione dell'Ateneo barese, lo scambio
d'opinioni con i docenti - tra cui il compianto prof.
Gino Corallo -, la stesura di testi d'esame per gli
studenti partecipanti ai seminari sulla fantascienza, mi
furono di stimolo per un maggior approfondimento del
concetto di shock culturale. L'attività di
ricerca e di riflessione mi condusse sulle tracce di un
famoso saggio, scritto alla fine degli anni Cinquanta da
Charles Percy Snow, Le due culture, in cui
l'autore esponeva la sua ferma convinzione che siamo
entrati in una nuova era, ma che purtroppo i politici e i
governanti sono ancora dominati dalla cultura di tipo
letterario-umanistico e che, proprio per questo, non sono
capaci di capire il mondo in cui stiamo vivendo, né di
tracciare un'adeguata politica socio-economica in
sintonia con i nuovi tempi. Il dato più interessante del
saggio di Snow era la drammatica denuncia della
insanabile frattura che si era verificata tra le due
culture: quella scientifica e quella umanistica:
Le due culture erano già pericolosamente
separate sessanta anni fa; ma un primo ministro come Lord
Salisbury poteva ancora avere il suo laboratorio ad
Hatfield, ed Artbur Balfour nutriva per le scienze
naturali un interesse più che dilettantesco [...]. Di
fatto, la distanza che separa scienziati e non-scienziati
è molto meno superabile tra i giovani di quanto lo fosse
anche trent'anni fa. Trent'anni fa le due culture non si
rivolgevano da tempo la parola: ma almeno si sorridevano
freddamente, attraverso l'abisso che le separava. Ora la
cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce1.
Ma era proprio impossibile la conciliazione tra le due
coppie in conflitto? Era proprio inevitabile che si
dovesse fare una dolorosa scelta di campo, stare cioè o
dalla parte del sapere umanistico o da quella del sapere
tecnico-scientifico? Il dilemma era, allora, complicato
dalla difficile situazione internazionale: c'era in atto
la guerra fredda, gli esperimenti nucleari erano
all'ordine del giorno, si parlava di non neutralità
della scienza, ecc. La scienza, insomma, era sul banco
degli imputati. C'era, tuttavia, qualche voce isolata che
ne prendeva le difese. Una di queste era quella del
premio Nobel per la medicina nel 1960 Peter B. Medawar,
il quale sosteneva che il pensiero scientifico è "a
tutti i livelli una interazione tra due episodi di
pensiero - un dialogo tra due voci, una immaginativa,
l'altra critica; un dialogo, se volete, tra il possibile
e l'attuale, tra la proposta e la realtà, l'ipotesi e la
critica, tra ciò che può essere vero e ciò che di
fatto è"2.
Cominciò, così, a farsi strada nella mia mente l'idea
che la scienza non era, secondo la concezione di marca
positivista, il prodotto esclusivo della fredda
razionalità, che non era incompatibile con essa
l'esercizio dell'immaginazione, che qualche legame con il
mondo delle lettere non le era del tutto precluso. Da qui
a vedere la fantascienza come un esempio concreto della
fusione di queste differenti esigenze, a considerarla un ponte
gettato tra le due culture in conflitto, il passo fu
breve. Come negare, infatti, che molti scrittori di
fantascienza sono anche scienziati e che molti
protagonisti delle loro storie sono nello stesso tempo
uomini di scienza e filosofi? Un esempio, per tutti:
Shevek di I reietti dell'altro pianeta (The
Dispossessed; an Ambiguous Utopia, 1974) di U.K.Le Guin.
La conferma che la frattura tra le due culture non fosse
così insanabile come pretendeva, in Italia, il Croce,
per il quale "la scienza e l'arte sono
inconciliabili, non perché avverse, ma perché
diverse"3, mi venne dalla lettura del
saggio dello scienziato-filososfo Enrico Cantore, L'uomo
scientifico. Il significato umanistico della scienza,
nel quale l'autore, esponendo i risultati dei suoi lunghi
studi guidati dall'intuizione giovanile che "la
scienza era un importante evento umanistico, e non
soltanto filosofico"4, arriva alla
conclusione che, se
rettamente intesa, la scienza supera la
scienza, poiché il suo obiettivo si trova oltre se
stessa e sotto di sé, nella direzione di un ideale
pienamente umanizzante. Sicuramente questo ideale
consiste anche nel conoscere sempre di più. Ma,
soprattutto, consiste nel vivere. La scienza invita
l'uomo a vivere come un artefice corresponsabile
dell'universo affidato alla sua cura5.
La scienza è, dunque, umanistica e ha tutte le carte
in regola per integrarsi con il sapere umanistico. Anche
la fantascienza, poiché ha stretti rapporti con la
scienza, può legittimamente definirsi umanistica. Da
qui, l'idea di rintracciare tutte quelle opere che si
sono ispirate al concetto di scienza umanistica e di
assegnarle ad un particolare filone, quello della fantascienza
umanistica, da cui il titolo della presente raccolta
di saggi, scritti nell'arco di circa un decennio.
Purtroppo, non sempre e non tutti gli autori hanno
prodotto, e producono, storie in cui campeggia l'ideale
dell'umanesimo scientifico. Più frequentemente è dato
di riscontrare opere in cui prevale l'ideale opposto:
l'antiumanesimo. Il motivo è semplice: la scienza è
spesso vista dagli scrittori di fantascienza come la
principale e l'unica fonte di valori. In pratica, cadono
nell'errore dello scientismo, che è nemico non
solo della scienza, ma anche dell'umanesimo autentico. Mi
è sembrato, perciò, importante sottolineare, in questa
raccolta di saggi, un dato che emerge dalla summenzionata
ricerca del Cantore, che cioè la scienza è, sì,
umanistica, ma da sola non basta ad umanizzare l'uomo:
occorrono anche la poesia, la filosofia e, in primis,
la religione.
Un elemento, quest'ultimo, che va sempre più scomparendo
- come denuncio nel saggio Decattolicizzazione,
scienza e fantascienza, presente nella terza sezione
di questo libro - dall'orizzonte culturale della nostra
civiltà occidentale, con le conseguenze che stanno
davanti agli occhi di tutti: stupri, pedofilia,
pornografia, aborto, eutanasia, clonazione, divorzio,
disastri ambientali, criminalità, disoccupazione. L'uomo
ha dimenticato Dio e le Sue leggi e vive perciò al di
fuori della realtà, in una situazione di paranoia e di
schizofrenia. Mi rendo conto di contravvenire,
privilegiando il contenuto etico-religioso sulla forma,
ai principi della metodologia critica ortodossa, secondo
cui - come sosteneva il De Sanctis - il contenuto
"può essere importante o frivolo, morale o
immorale, religioso o irreligioso, sviluppato poco o
molto, trattato secondo questa o quella scuola [
].
Ricerche importanti senza dubbio, ma dalle quali non può
uscire un giudizio dell'opera d'arte"6.
Parole sacrosante, che io - carneade del mondo delle
lettere - mai mi sognerei di mettere in dubbio. Tuttavia,
c'è un piccolo particolare.
L'uomo non è solo arte, ma anche essere morale.
Egli, come insegnava il pedagogista Giovanni Calò,
"non può non trasferire nell'arte sè stesso; e
s'egli non accoglie in sé quanto v'è di alto e di
valido nello spirito umano, non potrà fare arte vera e
grande. L'arte è una sfera autonoma dello spirito umano,
ma non può essere indipendente, nel valore dei suoi
prodotti, dalla complessa umanità dell'artista"7.
Inoltre, verità fondamentali per ogni essere umano, come
l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, non sono
appannaggio, come comunemente si pensa, della religione,
ma prima di tutto della filosofia: che Dio esiste e che
l'anima è immortale ce lo dice, in primis, la
ragione. Infine, il rapporto religione/letteratura ha
dato esiti felicissimi, come dimostrano Dante, Tolstoj,
Dostoevskij, Bernanos, Chesterton, Lewis, Mauriac, ecc.
Per tutti i motivi suesposti, la mia ricerca, durata
circa un ventennio, mi porta a concludere che la
fantascienza, se da un lato rispecchia la crisi culturale
del mondo moderno, tuttavia essa non è letteratura della
trasgressione, della dissacrazione e del nichilismo. La
funzione più genuina della science fiction è di
ricucire lo strappo fra le due culture, quella umanistica
e quella scientifica, di tendere cioè più a costruire
che a demolire, più ad umanizzare che a svilire, più ad
integrare che a dividere. La soluzione alla crisi
culturale provocata dallo shock da futuro innescato dalla
scienza risiede in un nuovo umanesimo in sintonia con lo
spirito scientifico (umanesimo scientifico): la
fantascienza è in grado di favorire tale umanesimo.
N O T E
1 C. P. SNOW, Le due
culture, Feltrinelli, Milano, 19773,
pp.17-18.
2 P. B.MEDAWAR, Difesa
della scienza, Armando, Roma, 1978, p. 27.
3 La citazione è in:
A.BATTISTINI (a cura di), Letteratura e scienza,
Zanichelli, Bologna, 1977, p.1.
4 E.CANTORE, L'uomo
scientifico. Il significato umanistico della scienza,
(The Scientific Man, 1977), Edizioni Dehoniane, Bologna,
1987, p.43. Il corsivo è nel testo.
5 Ibidem, pp.521-522.
6 La citazione è in:
A.MARCHESE, L'analisi letteraria, S.E.I., Torino
1983, p.14.
7 G.CALO', Corso di
pedagogia (vol.II), Principato, Milano 1955,
pp.189-190.
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