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Una fantascienza aperta al dialogo tra scienza e fede

I misteri della fantascienza

 

Introduzione

 

Le ragioni di una longevità

                                                                    di     Antonio  Scacco

 

Offriamo ai nostri figli corsi di storia;
perché non dovremmo offrir loro
anche corsi di "futuro"?
[…] Non possiamo avvalerci, in questi corsi,
di una letteratura
del futuro,
ma disponiamo di una letteratura
sul futuro,
consistente non soltanto nelle grandi utopie
ma anche nella fantascienza contemporanea
(Alvin Toffler,
Lo choc del futuro)

                                                             

Era maggio del 1986, quando uscì il primo numero della vecchia serie di "Future Shock". Conteneva saggi (Bruno Brunetti, Rileggendo "Futuro", Fabio Calabrese, Qualche riflessione a proposito di una critica ancora ignorata dalla fantascienza, Massimo Del Pizzo, Il mondo come immagine), racconti (Francesco Pezzella, Scherzo d'un mattino d'estate, Gustavo Gasparini, Ritorno), poesie (Francesco Bellini, Il vento del futuro), recensioni, notizie. Questa era la mia seconda esperienza nel campo delle riviste amatoriali o, come si dice in gergo, delle fanzines. La prima era stata con "THX 1138" (anno di fondazione: novembre 1984), che si prefiggeva di richiamare l'attenzione dei lettori sulla svolta data alla nostra società dalla diffusione del computer e, più in generale, sull'ambivalenza della scienza. Il titolo era tratto dall'omonimo romanzo di Ben Bova, che era, a sua volta, la "novelization" del film di G.Lucas, L'uomo che fuggì dal futuro. Anche il titolo della seconda "fanzine" non era parto della mia fantasia, ma ricavato dal celebre saggio di Alvin Toffler Lo choc del futuro (Future Shock, 1970).

Eschilo e i juke-box

Ispirandomi alle idee del sociologo americano, nel mio editoriale dal titolo Simulazione e fantascienza, sostenevo la validità della fantascienza come strumento in grado di favorire, mediante il procedimento dellatoffler.jpg (29165 byte) simulazione mentale, l'eliminazione, dal corpo sociale, dei sottoprodotti nocivi del progresso tecnico-scientifico. Da allora, sono passati cinque lustri, un traguardo mai raggiunto - che io sappia - da nessuna fanzine italiana. Come si spiega tanta longevità? È quello che cercherò di spiegare nelle note che seguono.

Premetto che, per la mia età e la mia formazione culturale, mi sembra di essere una sorta di viaggiatore del tempo. Sono nato in un'epoca - nel 1936 - e in una regione italiana - in Sicilia - in cui noi ragazzini non avevamo altri giocattoli che carrettini di legno e cavallucci a dondolo di cartone pressato e le bambine non facevano che ninnare bambole di pezza e arredare le loro immaginarie casette con le macerie delle case diroccate dai bombardamenti. Il cinema, la televisione, il computer? Neanche ce li sognavamo! L'unico nostro divertimento erano le favole raccontate dalle nonne e, per i più grandicelli, l'andare ad assistere, il sabato e la domenica, all'opera dei pupi, in cui il marionettista metteva in scena, commentandoli con voce roboante, gli scontri sanguinosi tra i paladini di Carlo Magno e i saraceni.

Gli studi che, crescendo, andavo compiendo, negli Anni Cinquanta, al Liceo-Ginnasio "Secusio" di Caltagirone, erano in sintonia con la realtà familiare e sociale che mi circondava, e radicavano in me la profonda convinzione che l'unico mondo in cui si realizzasse la vera umanità dell'uomo fosse quello di Eschilo, Ipponatte, Stesicoro, Properzio, Svetonio, ecc., mentre la civiltà dei juke-box, degli sputnik, della tv, rappresentava ai miei occhi l'antimondo, la barbarie, la disumanità. Poi, con gli Anni Sessanta, arrivarono due avvenimenti che sconvolsero il contesto socio-culturale di quei tempi: il miracolo economico e la contestazione studentesca. Cominciai a chiedermi se l'uomo moderno fosse più cattivo di quello del passato e, poiché la risposta - com'è ovvio - era negativa, cominciai a capire che doveva essere accaduto qualcosa che aveva profondamente modificato i suoi schemi comportamentali tradizionali.

La lettura del saggio succitato di Toffler cominciò a fare un po' di chiarezza nella mia mente. Mi affascinò l'idea che se "l'individuo contemporaneo deve affrontare l'equivalente di millenni di mutamento nel compresso intervallo di tempo di una sola esistenza, deve avere nella propria mente immagini ragionevolmente precise (anche se approssimative) del futuro"1. Ma come creare queste immagini? Mediante la fantascienza! In particolare, capii che la scienza moderna, a partire da Galileo, ha prodotto (e produce) uno shock culturale di tale vastità e intensità che molti dei valori etici, politici, sociali ed economici su cui si reggeva la società del passato erano andati in frantumi.

La fantascienza come ponte tra le due culture

Capii anche che s'era creata una frattura insanabile tra il mondo delle belle lettres e quello delle leggi fisiche, tra il sapere umanistico e quello scientifico. Quanto tale contrapposizione sia drammatica e pericolosa per la civiltà occidentale è documentato dal celebre saggio scritto alla fine degli Anni Cinquanta dallo scienziato e romanziere inglese Charles P. Snow, Le due culture, in cui si afferma: "I non-scienziati hanno una radicata impressione che gli scienziati siano animati da un ottimismo superficiale e non abbiano coscienza della condizione dell'uomo. D'altra parte, gli scienziati credono che i letterati siano totalmente privi di preveggenza e nutrano un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli; che in fondo siano anti-intellettuali e si preoccupino di restringere tanto l'arte quanto il pensiero al momento esistenziale"2.

Ma era proprio impossibile la conciliazione tra le due coppie in conflitto? Era proprio inevitabile che si dovesse fare una dolorosa scelta di campo, stare cioè o dalla parte del sapere umanistico o da quella del sapere tecnico-scientifico? Cominciò, così, a farsi strada nella mia mente l'idea che la scienza non era, secondo la concezione di marca positivista, il prodotto esclusivo della fredda razionalità, che non era incompatibile con essa l'esercizio dell'immaginazione, che qualche legame con il mondo delle lettere non le era del tutto precluso. Da qui a vedere la fantascienza come un esempio concreto della fusione di queste differenti esigenze, a considerarla un ponte gettato tra le due culture in conflitto, il passo fu breve. Come negare, infatti, che molti scrittori di fantascienza sono anche scienziati e che molti protagonisti delle loro storie sono nello stesso tempo uomini di scienza e filosofi? Un esempio, fra tanti: Christopher Kingsley di La nuvola nera (The Black Cloud, 1957) dell'astronomo Fred Hoyle.

 

Accettare o rifiutare la scienza?

Oltre al tema delle due culture, a dare linfa e ad arricchire, in quegli anni, la linea editoriale della mia fanzine, intervenne un altro argomento: quello dei benefici e/o dei danni arrecati dalla scienza. Esaltata da una generosa illusione ottocentesca di stampo positivista come lo strumento perfetto per la scomparsa della fame, del terrore e dell'ignoranza e per l'instaurazione di un novus ordo di giustizia e di pace nel mondo, la scienza ai nostri giorni sembra evocare la biblica visione dei Cavalieri dell'Apocalisse, per l'incombere sulle nostre teste, come un'immane spada di Damocle, della minaccia di catastrofi ecologiche, nucleari, demografiche.

Scrive Louis Leprince-Ringuet, assistente di Maurice de Broglie e protagonista di primo piano nella ricerca sull'atomo in Francia: "Le scienze e le tecniche - al dire dei chimici del secolo scorso, orgogliosi delle loro sintesi - con i loro sviluppi dovevano rendere gli uomini felici. Noi sappiamo bene che ciò non si è verificato [...]. Si ha l'impressione di non sapere dove si è inesorabilmente condotti. Le nubi si addensano: si avvertono problemi che scaturiranno nel prossimo futuro. Come si potranno nutrire i sette miliardi di uomini che, alla fine di questo secolo, popoleranno la terra? E la nostra atmosfera, in via di progressivo inquinamento, sarà adatta a riempire ancora i polmoni dell'uomo di domani e a permettere alla specie - alle specie - di perpetuarsi? No, lo sviluppo immenso delle tecniche non ha portato automaticamente la felicità"3.

Insomma, sono trascorsi poco più di tre secoli da quando Francesco Bacone, uno dei precursori dell'attuale civiltà scientifìco-tecnologica, sosteneva - per bocca degli scienziati della Casa di Salomone in La Nuova Atlantide - l'ineliminabile necessità della scienza per l'uomo, ed ecco che questi, oggi, è come tentato da un tragico dilemma: accettare o respingere un corpus di conoscenze che potrebbero indifferentemente condurlo alla rovina o alla prosperità? Come risolvere il problema?

Mi convinsi che non bastava più il ricorso al procedimento della simulazione mentale, auspicato da Alvin Toffler, e neanche il consiglio del "good doctor", alias Isaac Asimov: "Tutte le conquiste tecnologiche, per quanto preziose, presentano un lato buono e un lato cattivo, e di conseguenza generano nell'uomo un sentimento contrastante di amore-odio […]. L'umanità ha sempre scelto di rimediare ai mali della tecnologia non gettando la spugna, ma perfezionando ulteriormente la tecnologia stessa"4. Occorreva, secondo me, una soluzione di ben altra portata, che sapesse mettere d'accordo le due culture e che sapesse indicare qual è il vero bene per l'uomo.

Lo sbilanciamento teologico

La risposta ai miei problemi mi venne dalla lettura del saggio dello scienziato-filososfo Enrico Cantore, L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, nel quale l'autore, esponendo i risultati dei suoi lunghi studi guidati dall'intuizione giovanile che "la scienza era un importante evento umanistico, e non soltanto filosofico"5, arriva alla conclusione che se "rettamente intesa, la scienza supera la scienza, poiché il suo obiettivo si trova oltre se stessa e sotto di sé, nella direzione di un ideale pienamente umanizzante. Sicuramente questo ideale consiste anche nel conoscere sempre di più. Ma, soprattutto, consiste nel vivere. La scienza invita l'uomo a vivere come un artefice corresponsabile dell'universo affidato alla sua cura"6.

La scienza è, dunque, umanistica e ha tutte le carte in regola per integrarsi con il sapere umanistico. Anche la fantascienza, poiché ha stretti rapporti con la scienza, puòcantore.jpg (17779 byte) legittimamente definirsi umanistica e può validamente non solo porsi come ponte gettato tra le due culture, ma anche contribuire alla realizzazione dell'umanesimo sapienziale-scientifico, auspicato da Cantore. Queste idee presero corpo in un mio articolo, intitolato La crisi umanistica contemporanea e la science fiction e apparso sul n.7 (giugno 1991) di "Future Shock". Da allora, costituirono la nuova linea editoriale della mia fanzine.

Ma molti miei collaboratori e lettori non condivisero la mia scelta. Uno di essi mi scrisse: "Da qualche numero, su "Future Shock" avverto uno sbilanciamento "teologico". Mi spiego meglio, sembra che ogni opera di ambito artistico (scritta, cinematografica...) sia considerata sotto una più vasta ottica, appunto, teologica […] mi sembra che non si possa più "gustare" una recensione senza una chiosa od un commento collegato alla morale cristiano-cattolica. Ribadisco: non ho nulla contro di essa, e farei la stessa osservazione se trovassi ripetuti commenti in ogni recensione su quanto un'opera d'arte si discosti o meno dall'ortodossia comunista! […] Preferirei, sempre da lettore obiettivo, scindere gli argomenti e interessarmi alla critica letteraria di un determinato libro e non dovermi soffermare sulla coscienza religiosa di un autore o il suo allontanarsi o avvicinarsi alla dottrina di Dio"7.

Ragionando da un punto di vista strettamente letterario, non ho difficoltà ad ammettere la piena legittimità dell'obiezione. So bene, infatti, che una metodologia critica appropriata non può ignorare il fatto che un'opera d'arte è, come sosteneva Francesco De Sanctis, una realtà inscindibile di contenuto e forma. Un contenuto - affermava il grande critico - "può essere importante o frivolo, morale o immorale, religioso o irreligioso, sviluppato poco o molto, trattato secondo questa o quella scuola […]. Ricerche importanti senza dubbio, ma dalle quali non può uscire un giudizio dell'opera d'arte"8. Parole sacrosante, che io - carneade del mondo delle lettere - mai mi sognerei di mettere in dubbio. Tuttavia, c'è un piccolo particolare.

L'uomo non è solo arte, ma anche essere morale

Fin dalle prime battute, ho apertamente dichiarato che la linea editoriale di "Future Shock" era di considerare il fenomeno della fantascienza non dal punto di vista letterario tout court, ma da quello socio-psico-pedagogico. L'uomo, infatti, non è solo arte, ma anche essere morale. Egli, come insegnava il pedagogista Giovanni Calò, "non può non trasferire nell'arte sé stesso; e s'egli non accoglie in sé quanto v'è di alto e di valido nello spirito umano, non potrà fare arte vera e grande. L'arte è una sfera autonoma dello spirito umano, ma non può essere indipendente, nel valore dei suoi prodotti, dalla complessa umanità dell'artista"9. L'intento di "Future Shock" è poi stato ben rimarcato e delineato nell'editoriale del n.12, La tecnologia da sola non basta!.

Ora, si sa che ogni uomo è un filosofo per natura, nel senso che ognuno di noi è alla ricerca della verità e del senso dell'esistenza. È naturale che le mie affermazioni contenute nell'editoriale succitato, non potevano rimanere a un livello formale. Il concetto di "umanesimo scientifico" mi spingeva - e mi spinge - a vari approfondimenti, fino a sfociare, accogliendo la lezione del filosofo-scienziato Enrico Cantore S.J., autore del saggio L'uomo scientifico, nella convinzione che la scienza è, sì, umanistica, ma da sola non basta ad umanizzare l'uomo: occorrono anche la poesia, la filosofia e, soprattutto, la religione.

Coerentemente con tale scelta di campo, non posso chiudere gli occhi o nascondere la testa sotto la sabbia, quando noto che il requisito fondamentale per un umanesimo autentico, cioè la religione, viene violentemente attaccato da certi autori di fantascienza. Certe accuse lanciate contro la Chiesa, che riguardano il Papato, il Medioevo, le Crociate o l'Inquisizione, sono solo delle leggende nere, create stravolgendo ad arte alcune particolari circostanze storiche, che io non mi sognerei di negare, ma che vanno ridimensionate.

Un altro aspetto che rende ancora più coerente e valida la linea editoriale imperniata su fantascienza, umanesimo scientifico e religione, è che verità fondamentali per ogni essere umano, come l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, non sono appannaggio, come comunemente si pensa, della religione, ma prima di tutto della filosofia: che Dio esiste e che l'anima è immortale ce lo dice, in primis, la ragione. In particolare, il rapporto religione/letteratura ha dato esiti felicissimi, come dimostrano Dante, Tolstoj, Dostoevskij, Bernanos, Chesterton, Lewis, Mauriac, ecc.

Collaborazione aperta a tutti, ma…

Infine, vorrei far notare che il materiale che, secondo il lettore, avrebbe appesantito "Future Shock", è rappresentato, in sostanza, dai miei soli interventi, che costituiscono una minima percentuale di tutto il materiale pubblicato. Mi sembra dunque di poter affermare che "lo sbilanciamento teologico" lamentato colmi una lacuna che urgeva riempire e che, se per il fruitore di una rivista è un diritto e un dovere fare dei rilievi critici, a maggior ragione per me, che sono il direttore editoriale, è un diritto e un dovere proporre (non imporre) il punto di vista teologico e trascendente dell'esistenza umana, che va sempre più scomparendo dall'orizzonte culturale della nostra civiltà occidentale, con le conseguenze che stanno davanti agli occhi di tutti: stupri, pedofilia, omosessualità, aborto, eutanasia, clonazione, divorzio, disastri ambientali, criminalità, disoccupazione. L'uomo ha dimenticato Dio e le Sue leggi. Vive perciò al di fuori della realtà, in una situazione di paranoia e di schizofrenia.

Mi si potrebbe chiedere, a questo punto: se la linea editoriale di "Future Shock" è racchiusa in questo ambito, com'è possibile collaborare per chi cattolico non è? Premetto che non mi sogno neanche lontanamente di imporre di accettare il mio punto di vista, come se fosse l'ipse dixit di aristotelica memoria. Ognuno è libero in coscienza di leggere tutti i libri e gli autori che gli aggradano. Si può, in sostanza, non essere cattolico ed espri-mere, nei propri articoli e recensioni, punti di vista che non coincidano con il Cattolicesimo, ma a patto che rispettino i principi della morale naturale e, soprattutto, che non attacchino la Chiesa.

La grave crisi che ha colpito la fantascienza

L'abbandono dei vecchi collaboratori e dei vecchi lettori non mi creò grosse difficoltà. Il fenomeno non mi era del tutto nuovo. Sapevo già che riviste più prestigiose della mia avevano sperimentato la stessa defezione per motivi ben più futili. Ero, dunque, come si suol dire, vaccinato. Ma non mi perdetti d'animo per un altro motivo. Ben presto, infatti, arrivarono altri lettori e, cosa più importante, altri collaboratori, che condividevano toto corde la mia nuova linea editoriale: Ilaria Biondi, Giovanna Jacob, Enrico Leonardi, Elisabetta Modena, Guido Pagliarino, Annarita Petrino, Luigi Picchi, Gianluca Rastelli.

Con i loro contributi, ho portato avanti il discorso sui temi etici quali: clonazione, eutanasia, darwinismo, famiglia naturale, ecc. e su quelli socio-culturali: la scristianizzazione dell'Europa, le radici cristiane della scienza, la disoccupazione tecnologica, il terrorismo dei fondamentalisti islamici, ecc. Sempre con il loro aiuto, cercherò di far luce sulla grave crisi che, oggi, ha colpito il mondo della fantascienza. La ricerca delle cause e l'indicazione di una possibile soluzione costituiranno la linea-guida di un'ulteriore fase di sviluppo della linea editoriale della mia fanzine. Ne accenno brevemente.

Mezzo secolo fa, come ci informa Kingsley Amis nel suo saggio Nuove mappe dell'inferno, la fantascienza era diffusa non soltanto sulla stampa specializzata, ma anche su quella di carattere generale come "Playboy", "Harper's", "Esquire", "Saturday Evening Post". Le riviste del settore come "Galaxy" e "Astounding Science Fiction", oltre che a circolare su territorio nazionale, erano diffuse anche all'estero e avevano edizioni in lingua italiana, tedesca, svizzera e svedese. La prima vendeva circa 125.000 copie per ogni numero, la seconda circa 100.000: "Tenendo conto della tendenza per cui chiunque legge fantascienza legge anche "Astounding", e presupponendo un buon numero di scambi e prestiti tra gli entusiasti, si può giungere negli Stati Uniti a una cifra totale di lamis.jpg (18985 byte)ettori di fantascienza che si avvicina a qualcosa come mezzo milione"10.

A questo quadro, abbastanza dignitoso, è subentrato quello desolante dei nostri giorni, come evidenzia lo scrittore Valerio Evangelisti: "[…] che la fantascienza letteraria sia in crisi non si può negare. Il fenomeno è presente ovunque. Urania, che ven-deva cinquantamila copie due decenni fa, oggi ne vende un decimo. Negli Stati Uniti, che non furono la patria del genere (europeo al cento per cento) ma sicuramente la culla della sua divulgazione popolare, le riviste più prestigiose o hanno cessato le pubblicazioni, o si sono trasferite su Internet. Quelle che resistono in forma cartacea, come la Isaac Asimov 's SF Magazine, vendono quanto Urania, però in un Paese ben più grande dell'Italia. Del resto, di recente è morto Robert Sheckley in quasi completa miseria, privo delle cure che il costosissimo sistema sanitario americano non gli assicurava (malgrado varie collette a suo favore nel Vecchio Continente). Gli scrittori di fantascienza che ho conosciuto - e sono tanti, notissimi da noi - di sicuro non nuotano nell'oro, anche perché negli Stati Uniti sono pressoché dimenticati"11.

Ma la goccia che fa traboccare il vaso è l'assegnazione del "Premio Hugo", tradizionalmente riservato alle opere di fantascienza, a romanzi che con la fantascienza c'entrano come i classici cavoli a merenda: nel 2001, a Harry Potter e il calice di fuoco (Harry Potter and the Goblet of Fire, 2000) di J. K. Rowling e, nel 2009, a Il figlio del cimitero (Graveyeard Book, 2008) di N. Gaiman.

Come si è potuto arrivare a tanto? Per un repentino cambio del gusto dei lettori? Ma il gusto non cambia con il mutare delle condizioni storico-sociali? Nell'Umanesimo-Rinascimento, ad esempio, i poemi epico-cavallereschi del Pulci, del Boiardo, dell'Ariosto erano ben diversi dalla Chanson de Roland, perché i motivi eroici e religiosi che avevano ispirato quest'ultima, erano stati soppiantati da una visione immanentistica, gaudente, "antropocentrica" della vita. È accaduta la stessa cosa negli ultimi cinquant'anni? A me sembra di no. Il contesto scientifico-tecnologico in cui viviamo è rimasto sostanzialmente uguale da più di un secolo a questa parte. E allora? Forse, nella crisi della fantascienza c'è ben altro; forse, c'è il riflesso di quella crisi ben più ampia, che Marcello Pera ha così stigmatizzato: "C'è qui un odio di sé dell'Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l'Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro"12.

Che cosa c'entra la fantascienza con la civiltà occidentale? C'entra, perché essa affonda le sue radici nella rivoluzione scientifica galileiana. La fantascienza non poteva esistere prima di quella svolta storica, ad esempio, nell'antichità classica, e la Vera storia di Luciano di Samosata non è opera di protofantascienza, come alcuni solitamente sostengono. Il motivo? È abbastanza semplice: nell'antichità classica, c'erano, sì, i presupposti dello sviluppo scientifico e tecnologico, ma le élites non li vollero portare a compimento perché disprezzavano il lavoro manuale13. Fu il Cristianesimo ad abolire la schiavitù e a dare dignità al lavoro umano: basta ricordare la regola benedettina dell'ora et labora. Fu con il Cristianesimo che nacquero la scienza e la tecnologia.

Oggi, tutto ciò che ha sapore di Occidente è detestato, compresa la fantascienza, che ne è l'espressione più originale. Ma è un errore madornale, oltre che indice di grave pregiudizio.

 

N O T E

A.Toffler, Lo choc del futuro (Future Shock, 1970), Rizzoli, Milano 19722, p.420.

2 C. P. SNOW, Le due culture, Feltrinelli, Milano 19772, p.7. Una più ampia trattazione dell'argomento è svolta nel mio editoriale del n.4 di "Future Shock" (dicembre 1989).

3 L. LEPRINCE-RINGUET, La scienza, una sconosciuta fra noi, Ed. Studium, Roma 1980, pp.40-41.

4 I ASIMOV, Il mito della macchina, in Guida alla fantascienza, Mondadori "Serie Urania Blu", Milano 1984, p.109.

5 E.CANTORE, L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, (The Scientific Man, 1977), Edizioni Dehoniane, Bologna, 1987, p.43.

6 Ibidem, pp.521-522. Il corsivo è nel testo.

7 Cfr. Sbilanciamento teologico, "Future Shock" n.35, ottobre 2001, p.2.

8 La citazione è in: A.MARCHESE, L'analisi letteraria, S.E.I., Torino 1983, p.14.

9 G.CALO', Corso di pedagogia (vol.II), Principato, Milano 1955, pp.189-190.

10 K. AMIS, Nuove mappe dell'inferno (New Maps of Hell, 1960), Bompiani, Milano 1962, p.73.

11 V. EVANGELISTI, La cospirazione fantascientifica, in D.BARBIERI-R.MANCINI, Di futuri ce n'è tanti, Avverbi Edizioni, Grottaferrata (RM) 2006), p.7.

12 M. PERA-J. RATZINGER, Senza radici, Mondadori, Milano 2004, pp.70-71

13 Cfr. P.-M. SCHUHL, Perché l'antichità classica non ha conosciuto il "macchinismo"?, in A. KOYRÉ, Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione, Einaudi, Torino 19806, pp.115-134.

Per comprendere la natura e lo scopo della fantascienza o, con termine inglese, science fiction, bisogna andare alle sue radici, che affondano nella nascita della scienza moderna. Quest'ultima ha provocato, come tutti sappiamo, uno shock culturale mai sperimentato prima dagli esseri umani, tanto da dividerli in due gruppi antagonisti: i fautori e gli oppositori (leggi tutto)
Fin dal saggio introduttivo, La trasgressione è nel DNA della fantascienza?, smentisce il luogo comune, secondo cui la fantascienza sarebbe la letteratura della contestazione e della demitizzazione. (leggi tutto)
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